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Come prendersi cura di un pappagallo

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IL MIO STORMO

Vi presento nelle immagini l’ultimo arrivato in casa Ranzan e nel mio stormo: TOR, uno splendido ara macao.
Nel presentarvelo parliamo insieme di questo magnifico pappagallo.

Ordine – Psittaciformes
Famiglia – Psittacidae
Genere – Ara
Specie – Ara macao
Distribuzione – Sudamerica
Dimensioni – 85 cm circa
Età max – 70 anni circa
Rumorosità – Abbastanza
Affettuosità – Abbastanza
Capacità parola – Moderato
Alloggio minimo – Voliera
CITES – Appendice A

 

Caratteristiche
La colorazione base di questa meravigliosa ara di circa 85 centimetri di lunghezza è un rosso acceso che interessa la testa, il collo, la gola, il petto, le ali e la coda. Il groppone è blu. Le ali inferiormente sono rosse, superiormente si dividono in tre bellissime bande: rossa la banda sulla spalla, gialla intensa la banda centrale comprendenti le copritrici primarie e secondarie, blu la banda inferiore costituita dalle remiganti primarie e secondarie. Le guance sono nude e ricoperte di pelle bianca screziata di striscioline rosse. La mascella (ramo superiore del becco), di dimensioni esagerate, è chiara, la mandibola (ramo inferiore) è nera. L’iride è gialla, le zampe sono grigie. Esistono due sottospecie di ara macao:
A.m. macao, la specie di riferimento, sul continente sudamericano;
A.m. cyanoptera, localizzata in Messico, leggermente più dimensionata e con una maggiore percentuale di blu sulle ali.;
L’habitat prediletto di questo meraviglioso pappagallo è la foresta primaria umida, sui cui alberi più alti ama trascorrere il suo tempo, preferibilmente in vicinanza di specchi d’acqua, in altitudine compresa tra i 200 ed i 1000 metri. L’ara macao è un pappagallo socievole ed abitudinario, piuttosto rumoroso nei suoi richiami rauchi e profondi, udibili da grande distanza. Non è particolarmente dotato nell’imitazione della voce umana. E’ un buon volatore che tuttavia preferisce la vita arboricola, arrampicandosi sui rami degli alberi con grande disinvoltura. Vive in coppia o in piccoli stormi di una trentina di individui al massimo, spesso associandosi ad altre specie di ara, come le ararauna e le chloroptera. In Costa Rica le colonie di ara macao hanno trovato un ideale habitat nei grandi parchi naturali nazionali del Corcovado e di Carara. Il progressivo disboscamento ha causato contrazioni della popolazione in natura che attualmente si aggira intorno ai 5000 individui. Fortunatamente l’ara macao è relativamente diffusa in cattività, mentre in natura la popolazione complessiva si aggira intorno a poche migliaia di individui, cosa che ha imposto giustamente l’inclusione nell’appendice I del CITES.

Dimorfismo sessuale:
Il dimorfismo sessuale non è evidente, eccettuato il becco che nella femmina appare leggermente più piccolo.

Ambiente naturale e distribuzione:
L’areale di questo grande e variopinto pappagallo è molto vasto. Parte a nord dal Messico per interessare tutto il centroamerica. Nel continente sudamericano è presente in Colombia, Bolivia, Venezuela, Guyana, in tutta l’Amazzonia e perfino nel Mato Grosso.

Riproduzione:
L’ara macao nidifica nel cavo di un albero e la coppia tende a conservare il medesimo nido per tutta la vita, spesso lasciandolo in eredità ai figli che vi si installano. Il periodo riproduttivo rimane compreso tra gennaio ed aprile per le colonie più settentrionali (Messico, Panama), mentre viene anticipato al mese di novembre per quelle residenti in Brasile. Si verifica un’unica cova annuale nella quale la femmina depone due o tre uova che vengono covate per circa 26 giorni. I piccoli si affacciano dal nido verso il terzo mese di vita ma lo abbandonano solamente a sei mesi circa. Come per tutte le altre ara, per un lungo periodo i pulli rimangono in compagnia dei genitori per ricevere gli insegnamenti fondamentali. La maturità sessuale viene raggiunta intorno ai sette anni.

Alimentazione:
Le abitudini arboricole di questo pappagallo influenzano naturalmente la sua dieta, che è composta per lo più da frutta matura (jacaranda, fichi selvatici, la sapucaja, una noce tropicale) , bacche e germogli. Talvolta si spinge al suolo per cibarsi di sementi ed erbe varie. La sua predilezione va ai semi di anacardo (Anacardium excelsum), ai frutti della palma Attalea rostrata, dai frutti e dai semi lanosi del kapok (Ceiba petandra), dai semi contenuti nei baccelli della felce brasiliana (Shizolobium parahyba), dai semi dell’albero dinamite (o albero dei delfini, Hura crepitans) e del mandorlo indiano (Terminalia catappa).In cattività la dieta dell’ara macao si baserà su miscela di semi specifica per le grandi ara, sui legumi (senza eccedere) sulla frutta secca (anacardi e arachidi, ma anche noci e mandorle) e palmizia. Importante ovviamente una buona macedonia di frutta energetica (banane, cocco, papaya, mango) e di verdura a foglia verde e semi germinati.

 

Un grazie a http://www.pappagallinelmondo.it/ara-macao.html

A presto  approfondimenti con consigli per “letture consigliate”.



Parliamo ora di ararauna, altri splendidi componenti del mio stormo…

Ordine – Psittaciformes
Famiglia – Psittacidae
Genere – Ara
Specie – Ara ararauna
Distribuzione – Sudamerica
Dimensioni – 88 cm circa
Età max – 70 anni circa
Rumorosità – Abbastanza
Affettuosità – Abbastanza
Capacità parola – Frequente
Alloggio minimo – Voliera
CITES – Appendice B

Ara gialla e blu

Caratteristiche
L’ara ararauna, solitamente abbreviato in “ararauna”, è probabilmente il più rappresentativo dei pappagalli grazie alle sue dimensioni, tra le maggiori tra gli psittaciformi, e alla sua relativamente grande diffusione. E’ un superbo uccello la cui lunghezza sfiora i 90 centrimetri, dalla livrea inconfondibile che giustifica il suo nome comune in italiano: “ara gialla e blu”. Presenta una testa piuttosto grande e massiccia, con fronte verde che sfuma in tonalità azzurre procedendo verso il vertice e la zona occipitale. Il becco è particolarmente sviluppato e robusto, di color nero. Le guance e le redini sono prive di piumaggio e con pelle bianca che evidenzia sottili striature nerastre che si infittiscono in corrispondenza della regione oculare. L’iride è nera internamente con bordatura gialla. Il piumaggio di tutta la parte superiore del corpo è di una particolare tonalità di azzurro acceso e morbido allo stesso tempo, a partire dalla nuca per interessare il dorso, le ali, il groppone e la coda. La parte inferiore del corpo contrasta nettamente con uno splendido giallo carico che parte con una stretta fascia dalla parte posteriore della guancia nuda, decorrendo sul lato del collo a fianco del sottogola nero, per poi comprendere interamente il petto, l’addome, e la parte inferiore delle ali e della coda. Le zampe appaiono estremamente robuste e di colore grigio scuro. L’ara ararauna è un pappagallo tendenzialmente docile e tranquillo, in grado di relazionarsi con l’uomo in maniera eccellente, tanto da essere considerato un fantastico animale da compagnia ed essere pure sfruttato negli spettacoli circensi, grazie alla sviluppatissima intelligenza che lo pone in grado di eseguire giochi ed esibizioni stupefacenti. Oltre a queste doti l’ararauna si distingue per la facilità con cui si riproduce in cattività. Tutti questi aspetti ne hanno decretato il grande successo presso gli allevatori. Allo stato di natura questo pappagallo trova il proprio habitat nelle foreste e boscaglie fitte della zona settentrionale del Sudamerica, senza disdegnare foreste di palme e savane alberate. Molto gregario e socievole, tende a stabilire un legame di coppia forte e duraturo, ed a riunirsi in piccoli stormi di 20/30 esemplari che costituiscono uno spettacolo indimenticabile quando si alzano in volo per andare in cerca di cibo. Straordinario arrampicatore e perfettamente adattato alla vita arboricola, si muove tra i rami degli alberi con abilità stupefacente, aiutato dalle corte e potenti zampe e dal robustissimo e versatile becco con il quale si aiuta come fosse una terza zampa. E’ un buon volatore, mentre quando talvolta scende a terra alla ricerca di cibo appare decisamente goffo. E’ dotato di un forte ed assordante richiamo, rauco e profondo. L’ararauna ha sviluppato una forte socievolezza grazie alla relativa mancanza di predatori e nemici naturali, eccettuati forse gli urubù che lo minacciano soprattutto quando l’ara è molto giovane e relativamente lento ed indifeso. La scarsa necessità di temere attacchi letali lo ha reso tranquillo e disponibile nei confronti delle altre specie di pappagalli, con cui convive senza problemi.

Dimorfismo sessuale
Il dimorfismo sessuale non è molto evidente: il maschio presenta una testa più grande e massiccia, e lo stesso può dirsi per il becco, ma occorre un occhio esperto per distinguere i sessi.

Ambiente naturale e distribuzione
L’ara ararauna si trova esclusivamente in America del sud, a partire dalle foreste di Panama e Colombia settentrionale e dalla zona nord-orientale del Venezuela, in Guyana e Suriname, per abbracciare tutto il bacino del Rio delle Amazzoni, dall’Ecuador, Perù e Bolivia fino a quasi tutto l’immenso Brasile e perfino il Paraguay.

Riproduzione
L’ararauna tende a nidificare nei cavi degli alberi da dicembre ad aprile, preferendo le palme morte che è in grado di scavare ed ampliarne facilmente le cavità con il becco. La femmina depone 3 uova covandole per 25 giorni circa. I piccoli crescono molto velocemente e tra la seconda e terza settimana sono già in grado di uscire dal nido. Tuttavia il legame con i genitori rimane fortissimo fino ad almeno tre anni di vita, periodo lungo il quale gli adulti insegnano ai piccoli ciò che occorre loro per sopravvivere. La maturità sessuale viene raggiunta verso i 6 anni di vita.

Alimentazione
Questo grande psittacide in natura si nutre principalmente di semi e polpa della frutta e di diversi legumi. Le sue preferenze vanno alla polpa dei frutti di Acrocomia aculeata, di Syagrus oleracea e delle palme del genere Mauritia. Molto apprezzati anche i frutti del Pequì (Caryocar brasiliense) e della Pouteria ramiflora. Tra i legumi il più ricercato dall’ara ararauna è la cosidetta “fava d’anta” (Dymorphandra mollis) ed i semi dell’albero Jatobà (Hymenaea stygonocarpa). Anche i semi di anacardo sono molto apprezzati. Non c’è noce inoltre in grado di resistere al possente becco dell’ararauna,in grado di sviluppare una pressione di oltre 80 kg. Anche fiori, nettare, foglie e tegumenti di varie piante vanno a completare l’apporto nutrizionale di questa magnifica ara. E’ molto frequente osservare l’ararauna mentre inghiotte l’argilla sulle rive dei fiumi, da cui ricava sali minerali importanti per il proprio equilibrio. In cattività l’ara ararauna va nutrita con miscela di semi specifica per le ara, una buona dose di legumi  e semi germinati (che per l’ararauna sono decisamente più importanti rispetto a macao o chloroptera), frutta secca (specialmente anacardi), frutta delle palme. Inoltre macedonia di frutta e verdura che contempli frutta molto energetica (mango, papaya, ananas, cocco, platano). Anche integratori vitaminici a base di polline e nettare di fiori sono raccomandabili.

Un grazie a http://www.pappagallinelmondo.it/ara-ararauna.html

A presto  approfondimenti con consigli per “letture consigliate”.



Parliamo ora delle mie rosse…

Ordine – Psittaciformes
Famiglia – Psittacidae
Genere – Ara
Specie – Ara chloroptera
Distribuzione – Sudamerica
Dimensioni – 90 cm circa
Età max – 70 anni circa
Rumorosità – Abbastanza
Affettuosità – Abbastanza
Capacità parola – Frequente
Alloggio minimo – Voliera
CITES – Appendice B

Ara ali verdi

Caratteristiche
Superba ara che raggiunge i novanta centimetri di lunghezza, uno dei più grandi pappagalli esistenti al mondo. Presenta una grande e massiccia testa il cui piumaggio è interamente rosso. Le guance sono completamente nude con pelle bianca picchiettata di striature rosse. Collo, nuca, petto e parte superiore del dorso sono rosso intensi come la testa. Le penne copritrici delle ali sono rosse superiormente, verde intenso al centro (di qui il nome comune di “ara ali verdi”), mentre le remiganti primarie e secondarie sono blu. L’ala aperta quindi appare a tre grandi bande sovrapposte, una rossa, una verde e una blu. Il basso addome presenta sfumature gialle, il sottocoda ed il sotto ala sono rossi, la coda è rossa e blu. Il fortissimo becco, sicuramente il più robusto tra tutte le ara, è bianco superiormente (mascella) con una spessa striscia nera all’attaccatura, e nero inferiormente (mandibola), le zampe sono grigie scure, l’iride è arancione chiaro. L’ara ali verdi predilige le foreste tropicali e le vaste savane provviste di grandi alberi, spingendosi spesso oltre i 1000 metri di quota. Vive in coppia ma anche in gruppi, associandosi senza difficoltà con le ara ararauna o macao. Più comune della macao ma meno diffusa dell’ararauna. Si tratta di un grande pappagallo dal carattere socievole e dall’indole abbastanza tranquilla; inoltre non mostra grandi difficoltà a riprodursi in cattività: per queste ragioni ha sempre riscosso un notevole interesse da parte di allevatori ed appassionati. E’ considerato un ottimo animale da compagnia ed è discretamente dotato nell’imitare la voce umana. E’ dotata di un richiamo molto forte e penetrante, udibile da grande distanza. La sua popolazione è attualmente in declino a causa delle deforestazioni scriteriate del suo habitat, anche se non è assolutamente in pericolo di estinzione. Molto famosa è la colonia di ara chloroptera presente presso le cascate di Iguacu, in Amazzonia. Le pareti rocciose di questo spettacolare luogo sono infatti composte in gran parte di argilla, che le ara scavano con il becco creandosi i propri nidi nella parete stessa.

Dimorfismo sessuale
Non esiste dimorfismo sessuale in questa specie.

Ambiente naturale e distribuzione
L’ara chloroptera è un pappagallo piuttosto diffuso ed il suo areale è davvero vasto, comprendendo paesi come Panama, Colombia, Venezuela, il bacino del Rio delle Amazzoni in Brasile, spingendosi fino in Paraguay.

Riproduzione
La riproduzione avviene nell’estate australe, da novembre a gennaio. Il nido viene creato nelle cavità delle palme, ma questa ara ha spesso l’abitudine di nidificare nelle pareti rocciose. La femmina depone due o tre uova che vengono covate per oltre un mese. I pulli hanno una crescita particolarmente lenta, specialmente se paragonati agli ararauna, e non lasciano il nido prima di 90/100 giorni. Ricevono cure ed istruzione da parte dei genitori per lungo tempo e raggiungono la maturità sessuale verso i sei anni.

Alimentazione
La dieta è basata su sementi, frutta, germogli, bacche. Adora i frutti della palma spinosa acrocomia, la polpa dei frutti dell’Attalea phalerata e i semi del piccolo albero tropicale noto come copaifera. Anche i semi del Sapium glandulasum, del Chrysophyllum e della Pradosia caracasana sono molto ricercati da queste ara. Tra i legumi i preferiti in natura sono i baccelli dell’albero Cassia grandis. Anche i semi sono molto appetiti da questo grande pappagallo: Sapium, Spondias, Protium e Centrolobium. La dieta in cattività sarà costituita da miscela di semi specifica per ara, pochi legumi, frutta secca (arachidi, anacardi, noci, noci di macadamia e noci del Brasile), macedonia di frutta (cocco, ananas, platano) semi germinati e verdure a foglia verde.

Grazie a http://www.pappagallinelmondo.it/ara-chloroptera.h…

A presto  approfondimenti con consigli per “letture consigliate”.



Potevo farmi mancare l’Ara catalina? Certamente no…

Blue Mars symbol.svg Padre Ara macao
Pink Venus symbol.svg Madre  – Ara ararauna
Genere – Ara
Presente in natura – Si
Peso – 0,9 Kg
Riproduzione: Fecondità – Comprovata tra due Ara Catalina

Ara catalina

L’ara catalina è un incrocio ibrido tra un’ara macao ed un’ararauna, e dunque si tratta di un ibrido di prima generazione. Il catalina esiste in rari esemplari anche allo stato selvatico. Il corpo appare di un meraviglioso giallo-arancio sfumato. La parte superiore della testa è verde. Le copritrici delle ali sono verdi mentre le remiganti primarie sono azzurro intenso. La coda è lunga e particolarmente affusolata, riprendendo questo carattere dall’ara macao. Il carattere di questo pappagallo mostra sia elementi di socievolezza tipici dell’ararauna con una maggiore tendenza al nervosismo tipica dell’ara macao. Si tratta comunque di un pappagallo intelligente e ben disposto verso l’uomo. I grandi pappagalli ara sono indubbiamente volatili che suscitano grande ammirazione grazie alle loro livree affascinanti e variopinte. Negli Stati Uniti, in tempi relativamente recenti, sono state realizzate con successo ibridazioni tra diverse specie di questi pappagalli. Le varie specie appartenenti al genere ara infatti sono omogenesiche, ossia sufficientemente vicine dal punto di vista genetico da consentire la riproduzione tra loro. La maggior parte di questi ibridi inoltre ha dimostrato di essere fertile, e ciò ha condotto gli sperimentatori a combinare addirittura gli ibridi tra di loro o facendoli accoppiare a loro volta con specie diverse da quelle originarie dei genitori. Oltre quindi agli ibridi di prima generazione (figli cioè di sue soggetti di razza pura) ne è conseguita la comparsa di un gran numero di ibridi di seconda generazione, alcuni dei quali decisamente affascinanti nella loro inconsueta livrea. L’ara ararauna, o ara giallo e blu, è sicuramente l’ara più comune e diffusa, e conseguentemente è stata oggetto del maggior numero di ibridazioni. Riportiamo qui gli ibridi di prima generazione.

Grazie a http://www.pappagallinelmondo.it/ibridazione-ara-a…

A presto  approfondimenti con consigli per “letture consigliate”.



ALTRE SPECIE

Psittacus erithacus – Pappagallo Cenerino

Parliamo di PAPPAGALLI CENERINI,  splendidi esemplari oggi protetti dal recente obbligo di registrazione in Allegato A

NOME Cenerino (Psittacus Erithacus)
LUNGHEZZA MEDIA 33 cm circa
PESO 400 gr circa
QUANTO VIVE in media tra i 40/60 ( può anche superare questa soglia di età )
ORIGINI Africa Occidentale e Centrale
RUMOROSITA’ moderato
CARATTERE molto intelligente, curioso e sensibile. Compagno devoto e fedele.
CITES Allegato “A”

Vi sono due sottospecie riconosciute appartenenti entrambi alla Specie PSITTACUS :
Psittacus erithacus erithacus ( o cenerino africano del Congo, chiamato anche cenerino maggiore )
Psittacus erithacus timneh ( o cenerino africano Timneh, chiamato anche cenerino minore )
Ritenuto uno tra i più intelligenti Pappagalli , non solo per la spiccata capacità di linguaggio, ma per le elevate capacità intellettive: noti per le loro abilità cognitive, che sembra si siano evolute come conseguenza del loro saper vivere e collaborare per la ricerca del cibo in Africa Centrale.
I Cenerini cresciuti in cattività generalmente sono degli eccezionali animali da compagnia e se mal gestiti si affezionano morbosamente al compagno/a umani . Sentiamo spesso parlare della relazione che si ha con i cenerini ,cioè , come “avere un bambino di 2 – 3 anni in casa . Essendo un volatile molto gregario, il Cenerino solo tende ad annoiarsi facilmente, dovremmo mettere a disposizione dei giocattoli stimolanti ed avere una costante interazione con lui. Importante, prima dell’acquisto è tenere presente che l’aspettativa di vita di un cenerino è 40/ 60 anni e anche più, se tenuto in condizioni ottimali…PENSATECI PRIMA DI ACQUISTARLO !
Ha bisogno di una gabbia abbastanza spaziosa da permettergli di sbattere le ali senza strusciarle nelle pareti quando le stende, dovrà essere collocata in una zona della casa ben illuminata e lontano da correnti d’aria e dalla cucina , ma in modo tale che possa interagire con voi.
Ha bisogno soprattutto di movimento, di volo , di sole … non rinchiudetelo in una gabbia in casa… ne fareste un animale infelice e tutto ciò potrebbe essere esternato con la tanto temuta autodeplumazione e autolesionismo.

HABITAT IN NATURA 
I cenerini abitano la foresta dell’Africa centrale e occidentale . L’habitat è costituito da umide foreste, margini di boschi, mangrovie.
RIPRODUZIONE
Formano un legame monogamo permanente che ha inizio con la maturità sessuale, a 3-5 anni di età. Creano i loro nidi nelle cavita degli alberi, deponendo da tre a cinque uova . La cova dura circa 30 giorni e i pulli escono dal nido a 12 settimane di vita.
Dopo che i giovani escono dal nido, entrambi i genitori li nutrono, crescono e proteggono, fino a che non raggiungono l’indipendenza.
ALIMENTAZIONE
Il più possibile simile a ciò che trovano in natura : Frutta esotica (tranne AVOCADO) , SEMI GERMINATI, ALCUNI ORTAGGI E QUALCHE INSETTO ( TIPO CAMOLE DELLA FARINA ) durante la stagione fredda e la riproduzione .

Alcune informazioni prese da wikipedia!



Eclectus roratus

Tra le specie che da sempre mi affascinano c’è l’Eclectus Roratus…..

Ero bambino quando in vacanza conobbi un maschio di Ecletto con il suo colore verde brillante, il “beccone giallo-arancio, ma ciò che ricordo mi colpì maggiormente fu il suo modo di “parlare” … sembrava paperino.

Gli anni passarono ma rimase impresso il ricordo  di quel papagallo verde:

Ordine: Psittaciformes

Famiglia: Psittacidae

Genere: Eclectus

Specie: Eclectus Roratus

Distribuzione: Pacifico

Dimensioni: cm 35 circa

Età max: 40 anni circa

Rumorosità: Abbastanza

Affettuosità: Abbastanza

Capacità parola: Frequente

Alloggio minimo: Gabbia

CITES: Appendice“B”

Caratteristiche
Questo splendido pappagallo di 35 cm di lunghezza e del peso di circa mezzo kg è sicuramente l’esponente degli psittaciformi che evidenzia il massimo dimorfismo sessuale, tanto che, osservando una coppia di ecletti, un occhio inesperto stabilirà immediatamente che si tratta di specie differenti. E’ inoltre una delle rare eccezioni in cui la livrea del maschio risulta meno appariscente di quella della femmina. La colorazione base del maschio è verde carico distribuito su tutto il corpo. Solamente le ali presentano le timoniere con vessillo esterno blu intenso, mentre sulla sommità dell’ala la colorazione è rossa. Anche la coda, come il resto del corpo, è verde, con l’estremità sfumata di giallo. La seconda parte del nome scientifico di questo pappagallo indica una caratteristica del suo piumaggio: “roratus” significa “bagnato, irrorato” ed è riferito alla lucentezza dei colori di questa specie come appunto se fossero bagnati di rugiada. L’iride è arancione, il ramo superiore del becco è un arancione che sfuma nel giallastro verso l’estremità, mentre il ramo inferiore è nero. Le zampe sono grigie e le unghie sono scure. L’ecletto presenta presumibilmente nove sottospecie distinte.

Non c’è, infatti, accordo fra coloro che si occupano di classificazione. Inoltre, lo studio di alcune sottospecie è molto difficoltoso per l’inaccessibilità geografica e/o per problemi di ordine culturale/politico che rendono difficilmente realizzabili le osservazioni dirette della specie nei propri differenti habitat.

Dismorfismo sessuale
L’Ecletto è la specie di pappagallo che possiede il dimorfismo sessuale più estremo ed inoltre la femmina è più vivacemente e contrastatamente colorata rispetto al maschio. I colori della livrea tra maschio e femmina di questa specie sono talmente differenti che gli studiosi di scienze naturali del 19°secolo e fino agli inizi del 20°secolo li classificarono, inizialmente, come due specie distinte. I maschi di questa specie vennero, tra l’altro, descritti molto tempo prima di scoprire le femmine che, nonostante il colore, sono meno individuabili sia perché il rosso viola si mimetizza bene nell’oscurità delle fronde e sia per il fatto che le femmine restano nascoste nei nidi avendo comportamenti che le fanno mettere molto meno in mostra rispetto ai maschi.

Ambiente naturale e distribuzione
L’areale naturale del pappagallo Ecletto va dalle Molucche all’ isola di Sumba; dalla Nuova Guinea e le isole limitrofe all’arcipelago delle Bismark e alle isole Salomone e arriva fino all’Australia nordorientale (penisola di Capo York); a seconda dell’areale la specie è distribuita con differenti sottospecie e popolazioni.

Alimentazione
L’ecletto presenta un apparato digerente che si differenzia da quello di tutti gli altri psittacidi per un intestino particolarmente lungo, il che lascia supporre che la sua dieta sia sempre stata caratterizzata da grande abbondanza di fibre. L’alimentazione dell’ecletto in natura è basata su sementi, preferibilmente immature, frutta matura, fiori, boccioli e steli di fiori, germogli, larve e piccoli insetti. Tra la frutta questo pappagallo dimostra particolare predilezione per il Parinarium, il Pandanus, la Melanolepis e la Papaya. Tra i fiori predilige la Cryptocarya.

In cattività, è assolutamente indispensabile evitare una dieta basata sui soli semi, in quanto si produrrebbe una forte carenza di vitamina A. L’alimentazione dell’ecletto deve essere costituita principalmente da macedonie di frutta e verdura fresca, con particolare riferimento a ad alimenti ricchi di vitamina A

un grazie a:

http://www.pappagallinelmondo.it/eclectus-roratus….

http://www.photomazza.com/?Eclectus-roratus&lang=i…



I SEMI GERMINATI

Da sempre credo che noi e quindi anche i nostri pappagalli siamo ciò che mangiamo, nella dieta di un pappagallo non dovrebbero mai mancare i semi germinati, pensate che un seme offerto in forma germinata può aumentare alcuni valori nutrizionali fino a 600-700 volte in più rispetto allo stesso seme in fase secca. La paura che da sempre limita la diffusione di questo tipo di alimentazione sono il pericolo di poter contaminare nel susseguirsi delle varie fasi i semi da muffe che possono crescere nei giorni di germinazione con evidenti e rischiosi problemi di salute per i nostri pappagalli. Vorrei sin da subito eliminare questa paura dicendovi che in realtà se si sceglie una mescola omogenea nei tempi di germinazione preferendo semi piccoli con delle percentuali ben bilanciate tra legumi e cereali quindi il rischio è veramente basso oserei dire pari a un valore “0”, senza la preoccupazione di aggiungere alcun disinfettante nell’acqua. Qui vedremmo nel dettaglio i passaggi per poter ottenere dei semi germinati sicuri:
1 – Prelevate la quantità necessaria di semi per alimentare il vostro pappagallo (foto 1)
2 – I semi andranno messi a bagno in una terrina e completamente coperti di acqua leggermente tiepida per 24 ore avendo l’ accortezza di sciacquarli di frequente, almeno due volte al dì in questo ciclo (foto 2)
3 – Superata la prima fase di ammollo metteremmo i nostri semi in un colino, li laveremo abbondantemente con acqua tiepida, e li lasceremo riposare per 24 ore, in questa fase i semi inizieranno a germinare dovremo solo avere l’accortezza di bagnarli almeno due volte al giorno (foto 3)
4 – Passate le seconde 24 ore ed in totale 48 ore dall’inizio di tutto il processo i semi dovranno essere ben sciacquati in acqua tiepida, asciugati con un panno carta, a questo punto saranno pronti (foto 4)

Finiti questi passaggi procediamo a:

1) Si mettono in una ciotola
2) Conservati in frigorifero per un tempo massimo di giorni
3) Oppure conservati in congelatore in porzioni da usare al bisogno

Se decidiamo di conservarli in frigorifero o in congelatore sarà sufficiente prima di metterli in ciotola sciacquarli in acqua tiepida, e asciugarli.

Buona Ranzapappa!!

LE CIOTOLE DI LUISA

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Per gentile concessione della nostra amica Luisa Adamo

IL CARDO MARIANO

È di sicuro uno dei rimedi più utilizzati nella medicina dei semplici ed il suo utilizzo è risalente a più di due millenni fa… ottimo da dare ai nostri pappagalli!!! Il nome scientifico, Sylibum marianum, deriva dal greco sillabonche significa “cardo latteo” ed è legato alla leggenda secondo cui le macchie bianche presenti sulle foglie siano state prodotte dal latte della Madonna, quando, inseguita dal re Erode, la Sacra Famiglia usò questa pianta come nascondiglio. La pianta infatti presenta grandi foglie verdi con margine dentato e dotato di spine gialle. Ha fiori riuniti in capolini isolati all’estremità dei lunghi rami, di colore rosa intenso-violaceo e hanno un involucro di squame fogliacee con estremità appuntita e pungente. Il Cardo Mariano, considerata un erbaccia infestante, diffuso dal mare alle regioni sub-montane e nelle isole, conosce un ampio utilizzo nella tradizione popolare grazie alla sua importante azione sui processi digestivi. In particolar modo la sua notorietà è data dalla potente azione di protezione del fegato e di stimolazione della sua funzionalità, che ne fanno del Cardo la pianta di elezione per questo organo. La pianta, come la maggior parte di tutti i rimedi officinali ad azione digestiva, contiene principi amari in grado di stimolare l’appetito, la secrezione gastro-intestinale e biliare. Ad oggi, la parte del Cardo Mariano maggiormente attiva e che viene utilizzata per la preparazione di decotti od estratti sono i frutti(erroneamente chiamati semi), che vengono raccolti alla fine della fioritura, quando i capolini iniziano ad aprirsi (luglio-agosto). La molecola che rende i frutti del Cardo Mariano un ottimo rimedio per la depurazione e il miglioramento della funzionalità del fegato è la silimarina, principio in grado di proteggere il fegato da lesioni in caso di accumulo di sostanze nocive e dannose (alcol, agenti cancerogeni, sostanze di scarto del metabolismo, sostanze inquinanti, farmaci, ecc..) ma soprattutto svolge un’azione di rigenerazione della cellula epatica, ripristinando la sua ottimale funzionalità in caso di sovraccarico o mal funzionamento. In aggiunta questa “erbaccia” non solo risulta utile nei classici cicli di depurazione stagionale, può essere anche una valida alternativa per risolvere disturbi più importanti come supporto in caso di calcoli biliari, steatosi epatica, colesterolo alto, stipsi, disordine della circolazione biliare, ecc..

Ricordiamo che il Cardo Mariano, come tutte le piante medicinali, essendo composte da un insieme di molecole attive che operano in sinergia tra loro (fitocomplesso), molto spesso possono risultare efficaci anche nel trattamento di altri disturbi riguardanti anche altri organi od apparati. Ed infatti anche i frutti di Cardo Mariano dimostrano un’interessante attività antipotensiva e cioè sarebbero in grado di correggere la tendenza alla pressione arteriosa troppo bassa con i relativi sintomi quali vertigini e senso di spossatezza.

Consiglio di bere questo decotto SOLO AGLI UMANI!!!!!

Decotto di Cardo Mariano:

PREPARAZIONE E DOSI

3 g. di semi per 100 ml di acqua.
Si mettono insieme all’acqua e si portano ad ebollizione. Si fanno bollire per 5 minuti e poi si tengono in infusione 15 minuti.

Per avere un buon effetto sul fegato si consigliano due-tre tazze al giorno.

Per migliorare il gusto e rafforzare l’azione con un’altra pianta ad azione sul fegato è possibile aggiungere anche radice di Bardana, semi di Anice, foglie di Menta e radice di Liquirizia nelle seguenti dosi (per 100 g.):

Cardo Mariano (frutti) 30 g.
Bardana (radice) 30 g.
Anice (frutto) 20 g.
Menta (foglie) 10 g.
Liquirizia (radice) 10 g.

FORAGING

Il Foraging: cosa è e come iniziare

Eccoci di fronte al classico “parolone” che alcuni di noi, tra le nostre ricerche su internet per estrapolare qualche informazione sui pappagalli, avrà incontrato… e per gli altri? Che sarà mai?

In realtà è semplicissimo: foraging è una parola inglese che significa “andare alla ricerca di cibo”.

Questo termine indica l’atto della ricerca del cibo che gran parte degli animali, tra cui i pappagalli, effettuano nel proprio ambiente naturale. Un pappagallo in natura non ha di certo a disposizione ciotole colme di cibo come avviene nelle nostre case, e proprio per questo spende la maggior parte del suo tempo proprio alla ricerca di frutta, verdura, bacche e semi tra le fronde degli alberi o sul terreno. Questo atto di ricerca ha un’ importanza enorme per tutti i pappagalli, dal più piccolo al più grande, dall’allevato a mano al selvatico. In ogni specie il foraging è sempre costante e riveste un ruolo fondamentale nella loro quotidianità, ecco quindi l’importanza della sua simulazione per i pappagalli in cattività. In molti casi problemi comportamentali come le urla costanti o deplumazione sono il risultato di noia, di troppe ore che il pappagallo è costretto a passare in gabbia senza nessuno stimolo. Per questo proporre il foraging all’interno delle loro gabbie o in un ambiente di casa è importantissimo per stimolare la mente dell’animale e tenerla impegnata, assecondare l’innata curiosità di questi animali e tenerli attivi per un arco di tempo considerevole nell’arco della giornata, soprattutto in nostra assenza. Tenere occupato mentalmente un pappagallo è un ottimo sistema per avere un animale fisicamente e mentalmente sano. Le possibilità per riprodurlo sono pressoché infinite, dalle più semplici alle più complesse. Il concetto alla base del foraging per i nostri pappagalli in cattività è semplicemente quello di nascondere il cibo nei giochi stimolando così il pappagallo a trovarlo o a cercare di prenderlo. È possibile comprare giochi già fatti, in cui serve solo inserire il cibo, o meglio ancora si può farli da se, usando un po’ di fantasia e soprattutto materiali sicuri come sacchetti o strisce di carta, corde di canapa, gusci di cocco, cannucce, cartone, cestini di vimini, palle di gomma per cani in cui inserire grossi pezzi di frutta e verdura e ovviamente rami freschi con foglie (controllando che siano tra quelli non tossici!).

COME INIZIARE

Insegnare a un pappagallo a nutrirsi tramite il foraging può avvenire per gradi. Il punto di partenza è stimolare la curiosità del pappagallo incoraggiandolo a muoversi all’interno della gabbia alla ricerca del cibo.

– Continuare a fornire come sempre il cibo nella ciotola
– Iniziare spargendo i premi alimentari o i cibi preferiti del pappagallo in ciotole separate, dislocate in posizioni diverse della gabbia
– Quando il pappagallo avrà afferrato il concetto che deve muoversi, cercare e recuperare il cibo che ama, si può iniziare ad aumentare il livello di difficoltà
– Nascondere il cibo coprendo la ciotola con della carta facile da rimuovere, che può essere fissata (e non solo appoggiata sopra) una volta che il pappagallo ha capito che deve essere rimossa
– Si può iniziare anche con semplici contenitori fatti in casa da se, come piccoli sacchetti di carta o tubi di cartone che possono essere facilmente accartocciati intorno ai premietti.
– È importante lasciare che il pappagallo veda che i premi vengono posizionati dentro questi contenitori, dimostrandogli anche come recuperarli
– Aumentare il livello di difficoltà fino ad arrivare ai giochi puzzle che richiedono manipolazione e capacità di risoluzione del problema: aprire sportelli, girare manopole o scomparti, aprire cassetti, svitare o distruggere componenti per poter avere accesso al cibo

ALCUNE IDEE PER CREARE IL FORAGING

– Creare un vassoio o cestino di foraging, seppellendo sul fondo cibi secchi sotto parti di giochi, pietre pulite o altri oggetti sicuri (per materiale e dimensione) in modo che il pappagallo per trovarli debba setacciare e rovistare per recuperare il cibo.
– Fornire frutta e verdura sotto forma di spiedini, usando uno spiedino apposito o del semplice filo di acciaio inossidabile
– Nascondere i premi dentro palle di vimini, rafia o altri materiali distruggibili per incoraggiare il masticamento
– Utilizzare palle di metallo o di gomma (disponibili come giochi per cani o mangiatoie per roditori) inserendo al loro interno il cibo, stimolando così il gioco
– Intrecciare le verdure intorno alle sbarre della gabbia (solo se la gabbia non è zincata però, perché se lo è parte dello zinco può contaminare il frutto stesso!)
– Nascondere pezzetti di frutta secca dentro buste forate di pelle o di carta per incoraggiare l’esplorazione
– Creare involtini di cibo, inserendo premi all’interno delle foglie di insalata e legandoli per chiuderli

L’unico limite è quello dell’immaginazione, perché le possibilità di creare giochi e stimoli per i propri pappagalli sono infinite!

Potete trovare l’articolo qui>>> Foraging

Fieno per conigli tagliuzzato

Fieno con fiori di malva

Fieno con petali e bacche di rosa

ESEMPI DI FORAGING

Grazie per la collaborazione alla nostra esperta di Foraging Alba Lossi
(PATRIZIA OTTAVIANI)

Sentiamo molto spesso parlare di “foraging”. Cos’è e a cosa serve?
E’ semplicemente la ricerca del cibo. I nostri amici pennuti in natura lo praticano regolarmente per trovare semini, germogli, bacche, insetti ecc. Perché proporlo anche a pappagalli che vivono con noi, nelle nostre case? Semplicemente perché’ è giusto tenerli impegnati in questa naturale attività (ricordiamoci che i nostri amici sono e resteranno wild), per la quale spendono molto del loro tempo. Il foraggiare serve a stimolare uno dei loro istinti primari : l’istinto di conservazione, e si annoiano decisamente meno! Potete procurarvi : fieno ai fiori e erba medica (alfa alfa) per conigli – pellet di erba medica x conigli – foglie di eucalipto – foglie e ramoscelli di ulivo – petali di rosa, di calendula, di salvia, di rosmarino, di camomilla, di tarassaco, frutti di bosco, fiori di acacia, fiori di fiordaliso, ibisco, lavanda, malva, rosa canina, fiori di tiglio (tutto essiccato). Ora vi starete chiedendo che tipo di cibo nascondere …Personalmente nascondo dei semi di cardo mariano, ma in base alla specie di pappagallo si possono nascondere anche misti semi. L’importante è che sia solo secco e che lui possa cercare come farebbe in natura (nelle foto ai lati esempi di foraging).

Il mio Pedro che si diverte a foraggiare…

Alba Lossi
(PATRIZIA OTTAVIANI)

Dall’alto: pellets di erba medica, al centro fieno, in basso alla foto fiori essiccati di camomilla

Fieno, calendula e pellets di erba medica.

Fieno, calendula e pellets di erba medica.

ALLEVAMENTO ETICO SI O NO?

Riflettiamo bene su come scegliere il proprio allevatore perché in pochi prestano attenzione a ciò che viene costantemente suggerito, presi dall’euforia di portare a casa il nuovo pappagallo. Leggi qui>>> Diecimila raccomandazioni che in pochi si apprestano a seguire, proviamo ora a metterci non solo nei nostri panni ma anche in quelli dell’ animale. Prima di tutto; cosa vuol dire allevare e riprodurre, sembra uguale ma non lo è! Quanti lo fanno in modo etico? Vediamo di entrare in merito all’argomento prendendolo “alla larga”. Riprodurre, il vocabolario dà questa definizione: generare individui della stessa specie, riferito a organismi animali e vegetali(da Treccani). Vediamo poi che ci dice in merito al significato di allevare: educare, preparare alla vita. Ed ancora: allattare, nutrire prestando le cure necessarie per il suo sviluppo fisico e psichico.(da Treccani). Non mi sembra propriamente la stessa cosa ed onestamente penso che il termine ALLEVARE dovrebbe essere quello più corretto da prendere in considerazione quando cerchiamo un buon “allevatore” e non un semplice riproduttore (scusate il gioco di parole). Queste definizioni fanno la differenza quando stiamo per scegliere il nostro futuro compagno di vita. Dal momento in cui vogliamo un pappagallo allevato a mano e magari ben svezzato, socializzato, sano, possibilmente non pauroso e già educato ad un’alimentazione sana ci è fondamentale scegliere un vero ALLEVATORE. Ebbene, dato che il nostro scopo è portare a casa un soggetto che DOVRÀ’ (nel senso che l’animale non si è fatto carico di questo impegno ma gli è stato imposto da noi) condividere la sua esistenza con noi è bene che ciò venga fatto con le dovute considerazioni e precauzioni…la prima è proprio scegliere la persona che si farà carico di svezzare ed educare l’animale che porteremo a casa. Bene, eccoci ora a parlare di eticità… Ogni allevatore, nel senso stretto del termine, deve essere in grado di fornire alle proprie coppie riproduttrici una serie di fattori molto importanti, alloggi adeguati, stimoli appropriati, alimentazione corretta, cure igieniche ed un ambiente consono alla riproduzione. Che vuol dire? Che prima di tutto l’animale da “riproduzione” non è un soggetto di serie B, non è una fabbrica che produce pulli ma bensì un animale che ha le stesse necessità del nostro adorato pet che stiamo per portare a casa. In quasi tutti gli allevamenti in cui andremo troveremo una serie di gabbie in batteria, o soggetti di medie o grosse dimensioni in spazi non idonei e magari ci verranno pure a raccontare che tanto si riproducono meglio in spazi angusti… difficilmente vedremo stimoli ambientali o giochi a loro disposizione. Questo è etico? Come possiamo considerare etico indurre questi animali a riprodursi in continuazione per fornire sempre pulli da rivendere? A mio avviso la prima considerazione da prendere in rifermento è proprio questa. Poi, passiamo al passo successivo… Il pullo, qui neppure mi soffermo sull’eticità o meno di allevarlo a mano, allontanato dalle cure parentali. Il nostro allevatore si deve far carico della parte più complessa, lo svezzamento del nostro pappagallo. Ciò significa che deve sostituirsi alla cure parentali, il che non implica il semplice nutrire il pulletto ma bensì fornirgli una gamma di cure molto più complesse ciò significa:

• nutrirlo in modo corretto per tutto lo svezzamento dalla formula da imbecco alle prime mangiate autonome, proporre sempre cibi diversi e ben bilanciati che non siano il solito misto semi e qualche pezzetto di mela;
• allevarlo assieme ad altri simili in modo che sia correttamente socializzato con i soggetti della propria specie e non (ben venga l’allevamento misto, dove genitori ed allevatore concorrono alla crescita del pullo
• aiutarlo a socializzare con l’ essere umano in modo corretto e senza imposizioni, è bene che l’animale possa interagire con altre persone oltre al solo allevatore, che possa decidere o meno di avvicinarsi a qualcuno ed interagire con lui in modi e tempi dettati dall’animale stesso;
• fornirgli un alloggio adeguato ai diversi stadi di crescita, da una camera calda ad un ambiente in cui possa fare i primi voli e dove possa muoversi in sicurezza ( il che non significa la solita gabbietta in cui rimane impagliato senza la possibilità di muoversi o senza giochi a disposizione. In certi casi ho assistito alla gabbietta da criceto per le specie più piccole).
• I soggetti non devono mai essere ceduti prima del termine delle svezzamento, potrebbe essere pericoloso e solo l’occhio e la mano esperta di un allevatore può farsi carico di questo momento.

E noi che dobbiamo richiedere? Non dobbiamo temere a richiedere al nostro allevatore le seguenti documentazioni:

• le visite veterinarie in regola se il pappagallo non è giovane, dalla PBFD alla clamidya. Il pullo deve essere preferibilmente ceduto con le visite veterinarie (in caso siano state effettuate) e col responso dei relativi test.
• la documentazione relativa al CITES (il pullo va ceduto con la documentazione, non esiste che dobbiate aspettare per averla).

Ricordate sempre che dal momento in cui state acquistando un pappagallo state in realtà facendo 2 cose: la prima alimentare un mercato sempre più fiorente e dalle mille sfaccettature dove a rimetterci sono sempre gli animali, assicuratevi di garantire una vita dignitosa non solo al vostro pappagallo ma anche per gli animali in allevamento, fate una scrematura degli allevatori, selezionateli con scrupolo; la seconda è impegnarvi a garantire una vita dignitosa al vostro pappagallo dove venga rispettata ogni sua necessità.

Queste riflessioni che condivido le potete trovare e leggere >>
Parola di pappagallo: Le risposte dei nostri amici pennuti
Di Betty Jean Craige
QUI un estratto>>

 

COSA MANGIA UN PAPPAGALLO: DIPENDE DALLA SPECIE

Solitamente si pensa che questi animali su nutrano unicamente di semi. In realtà le cose sono un po’ più articolate. Per capire bene cosa mangia un pappagallo bisogna partire da un presupposto: questi animali hanno un’alimentazione molto varia.

Sicuramente nell’alimentazione di un pappagallo rientrano anche i classici semi e gli estrusi, ma la loro alimentazione non va limitata unicamente a questi. Come già detto un pappagallo mangia anche molte altre cose. Vegetali, frutta e bacche rientrano sicuramente tra le cose che mangia un pappagallo. Animali che non disdegnano nemmeno gli insetti. E a seconda della specie e/o del genere, potrebbero anche mangiare piccole quantità di carne.

Inoltre in natura esistono vari generi di pappagalli, e ognuno di essi vive in un habitat specifico. L’alimentazione del pappagallo può variare anche in base al genere di appartenenza: così, a titolo di esempio, amazzone cacatua, ara, cenerino ecc.. necessiteranno di alcuni alimenti specifici.

Per sapere cosa mangia un pappagallo bisogna tenere presenti tutti questi aspetti, e informarsi bene sulla specie e sul genere di appartenenza.

Il CONTO FIDUCIARIO

– Li paghiamo una piccola fortuna, li coccoliamo, li amiamo, li accudiamo come fossero figli, perché loro non si rendono conto di quanto gli vogliamo bene, degli sforzi che facciamo, di quanto impegno noi mettiamo per loro?
– Si fanno fare le coccole, emettono versi di piacere quando gli facciamo i grattini, danno l’ impressione di non voler mai staccarsi da noi e poi ci beccano perché?
– Urlano come fosse l’ ultimo urlo della loro esistenza tanto da sentirli tre isolati più in la perché?

Queste sono tra le molte domande che spesso mi vengono poste dai compagni-umani dei pappagalli ai Work, o durante le consulenze o nei messaggi che mi inviate. Ogni pappagallo è meravigliosamente unico, non esiste una risposta uguale per tutti, così come non esiste nessuna risposta rapida, per ogni comportamento di un pappagallo le risposte risiedono nell’individualità del soggetto e nel rapporto che si crea con il suo proprietario. Esistono un numero infinito di fattori che influenzano i comportamenti e i modi di interagire con noi, ma tuttavia le nostre azioni sono il fattore principale che sta alla base del rapporto uomo-pappagallo. La mia esperienza di anni di vita con loro mi porta a fare questa osservazione: i rapporti che danno nel lungo tempo maggiori soddisfazioni sono basati sulla fiducia. Ogni volta che interagiamo con loro in modo positivo, propositivo versiamo nel nostro “conto fiduciario”, la fiducia la si crea nel tempo, a volte ci vogliono settimane, a volte mesi, ma direi che spesso tutto dipende da come ci relazioniamo con loro, il “Rinforzo Positivo” è senza dubbio l’ esperienza migliore e più propositiva per avere nel tempo un pappagallo fiducioso, propositivo, desideroso di stare con noi. Che cosa è un Rinforzo Positivo? E’ in assoluto l’esperienza più importante che possiamo applicare con i nostri pappagalli, per ottenere il rinforzo di un comportamento, questo è il processo attraverso il quale si fornisce al pappagallo qualcosa che aumenta e/ o mantiene un determinato comportamento. Un rinforzo, può essere qualsiasi cosa ma DEVE piacere al pappagallo, per esempio un complimento verbale, un buffetto sulla testa qualcosa di buono da mangiare. Ogni azione di rinforzo positivo, equivale ad un versamento che aumenta il nostro conto fiduciario con lui e andando a migliorare il nostro deposito fiduciario con lui anche i rapporti saranno ottimali. Purtroppo nei pappagalli PET (da compagnia) è molto facile fare dei prelievi dal nostro conto fiduciario, un esempio classico è quando forziamo la mano per ottenere un comportamento obbligando il pappagallo ad eseguire contro la sua volontà un comportamento richiesto da noi. Un episodio classico è quando per farlo rientrare in gabbia lo rincorriamo per tutta la casa prendendolo forzatamente, spesso con dei guanti o un panno per evitare di essere beccati. Il comportamento di un pappagallo che urla, becca, vola su qualche mobile o esegue un comportamento indesiderato, può essere eliminato o sostituito con un altro comportamento, usando il rinforzo positivo e semplicemente pensando a come sostituire il comportamento indesiderato con un altro comportamento piacevole, rinforzando quindi ogni piccolo passo verso il comportamento desiderato. A volte potrebbe sembrare più facile la strada da percorrere usando la violenza, la coercizione, la dominanza, il controllo, ma in realtà nel lungo tempo è una strategia per nulla proficua che porterà ad avere un rapporto difficile poiché il rapporto che si crea tra pappagallo e compagno-umano sono fortemente influenzate dalle interazioni del quotidiano. La strategia dei versamenti nel conto fiduciario, a sfavore dei prelievi, sarà in assoluto il miglior modo per creare un rapporto gratificante, propositivo, e duraturo nel lungo termine.

Gianluca Ranzan

 

COME SCEGLIERE LA PENSIONE PER I NOSTRI AMICI PAPPAGALLI

Capita a tutti di doversi assentare da casa per un periodo più o meno lungo e di non poter portare con sé i pappagalli…

L’ideale sarebbe poter affidare i nostri amici sempre a qualcuno che conosciamo di persona e di cui ci possiamo fidare. In mancanza di parenti e amici con queste caratteristiche disponibili ad accoglierli nel periodo che ci interessa, dobbiamo ricorre a strutture di accoglienza gestite da estranei.

E qui iniziano i guai per chi davvero ci tiene al suo pappagallo o altro tipo di animale!!

Troppe persone si “inventano”, infatti, specialisti del settore senza sapere nulla in realtà di etologia e di gestione degli animali.

Approfittare dello stato di necessità di decine di migliaia di cittadini che non possono o non vogliono portare con sé l’amato compagno è fin troppo facile. Il settore è senza controllo, non ci sono regole precise, né un inquadramento professionale adatto a chi è chiamato ad occuparsi di esseri viventi: le pensioni per animali sono inquadrate professionalmente con l’espressione assai generica di “prestazioni di servizio”, e l’iscrizione alla Camera di Commercio avviene sotto la dicitura “altri”.

Come se non bastasse si tratta di un’attività che muove parecchi soldi, motivo per cui di pensioni per animali ce ne sono fin troppe, senza migliorare per altro la qualità generale di questo tipo di “servizi”, e vanificando gli sforzi di quanti, invece, lavorano con coscienza e impegno nell’interesse degli animali.

In poche parole, la vita dei nostri amici rischia di essere lasciata in mano a improvvisati imprenditori senza scrupoli.

Come difendersi? Non lasciando nulla al caso, ma impegnandoci seriamente nella ricerca della pensione perfetta.

Ecco una serie di consigli:

  • visitate personalmente la struttura prima dell’affido: se il titolare rifiuta la visita o temporeggia troppo, è meglio cercarne subito un’altra;
  • verificate che le voliere siano spaziose, con una parte all’aperto e una coperta al riparo da sole e pioggia
  • accertatevi che la pensione disponga di un veterinario in sede o comunque reperibile in tempi rapidi;
  • portate l’animale in pensione per periodi brevi prima della vacanza: si potrà abituare e si potrà verificare come reagisce e come viene curato;
  • prima della consegna fatelo visitare dal veterinario che ci rilascerà un attestato di buona salute;
  • diffidate delle pensioni che non chiedono copia del libretto sanitario o certificazione veterinaria: è probabile che vengano ricoverati anche animali privi di copertura immunitaria
  • sottoponete il vostro amico a un trattamento antiparassitario preventivo prescritto da un veterinario in caso si tratti di cane o gatto..
  • lasciate sempre un recapito telefonico, per essere raggiunti in caso di problemi
  • farsi rilasciare una ricevuta che attesti che avete lasciato la bestiola in custodia presso la pensione
  • incaricate un amico di recarsi saltuariamente a fare visita a sorpresa all’animale, per verificare le condizioni di mantenimento.

Ma non siamo ancora soddisfatti…Veniamo ora a spiegare bene cosa vogliamo per il nostro pappagallo:

assicuriamoci che la Pensione sia dotata di SICURE grandi voliere, per i pappagalli, sia di taglia grande (Ara), che di taglia media (cenerini, Amazzoni), che di taglia media piccola (caicchi, pionites etc); i pappagalli di taglia piccola (agapornis o calopsiti, loro possono essere ospitate in voliere di 1,mt x 1,5) .

Le dimensioni delle voliere devono essere varie tutte protette con tetto coibentato, e la rete delle maglie almeno 1×1 cm, la schiena sempre protetta da una lastra in policarbonato. Osserviamo bene che le voliere siano montate, in modo stabile, che diano garanzia di sicurezza e siano a prova di fuga.

Le voliere ovviamente ad uso di un singolo soggetto, e la loro quotazione, va fatta in base alla dimensione dell’animale, questo se non vogliamo che il nostro pappagallo stia in voliere condivise da altre specie.

-mt 6,00 x 4,00 (questa è rilevabile ottima per coppia di ara/ amazzoni/ cenerini);
-mt 1,00 x 5,00,
-mt 1,00 x 3,00
-mt 3,00 x7,00 (ottima per coppia di Ara),

L’alimentazione che giornalmente gli si deve offrire, è con semi di vario tipo, oltre sempre frutta e verdura di stagione. Fatevi dire sempre che marche usano e in casi di particolare bisogno date Voi gli estrusi e i semi che solitamente usate, a volte il cambio di alimenti porta il pappagallo a non mangiare ciò che gli viene dato…Per il loro diletto dovrebbero avere sempre nuovi rametti di ciliegio ed olivo, eucalipto e altro per giocare…

DOCUMENTI CHE DEVONO CHIEDERVI PER FAR ENTRARE IN PENSIONE I PAPPAGALLI

Per i pappagalli VI DEVONO richiedere di far effettuare prima di entrare in pensione la ricerca clamidia e aspergillosi, eventualmente anche estesa a PBDF, oltre esame delle feci e visita veterinaria, chi non vi chiede nulla e’ un’incapace abusivo… SCAPPATE!!! (E DENUNCIATE)

Ovviamente autocertificazione del proprietario che il pappagallo ha un cites

Tutti coloro che riscontrano anomalie in chi non è autorizzato dall’ASL DI COMPETENZA ad effettuare il servizio di PENSIONE ANIMALI può contattare il numero verde gratuito 800253608. Il numero è stato istituito dal Comando dei Carabinieri in accordo con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio.

L’autorizzazione a esercitare l’attività deve essere esposta e visibile per i clienti, se non la vedete chiedete di visionarla!!

È attivo anche un indirizzo e-mail per sollecitare l’intervento dei carabinieri : cctass@carabinieri.it

ULTIMI CONSIGLI:

È comunque consigliabile non prendere soltanto i contatti telefonici, ma visitare la pensione di persona per accertarsi che tutte le condizioni e i servizi promossi siano reali. Verificare le condizioni della pensione e la professionalità degli operatori che la gestiscono o ci lavorano è infatti un diritto dell’utente e ricordate sempre di chiedere FATTURA E/O SCONTRINO FISCALE questo significa che l’attività è autorizzata e iscritta al registro della camera di commercio, avrà un’assicurazione (obbligatoria per legge) che copre i danni e risponderà civilmente e penalmente per qualsiasi problema dovesse insorgere con il vostro animale pet.

DIFFIDATE DA CHI NON E’ IN REGOLA E S’IMPROVVISA GESTORE DI “PENSIONE PER ANIMALI”, CONTROLLATE SEMPRE A CHI AFFIDATE IL VOSTRO ANIMALE E SOPRATTUTTO OSSERVATE BENE LA STRUTTURA CHE LO DOVRÀ OSPITARE PERCHÉ MALTRATTARE UN ANIMALE E’ REATO!!

IMPORTANTE

Il maltrattamento degli animali è un REATO, previsto e punito dagli artt. 544 ter e 727 del c.p. e non si tratta più solo di un “delitto contro il patrimonio” (cioè il bene protetto è la proprietà privata dell’animale da parte di un proprietario), come è previsto dall’art. 638 (Uccisione o danneggiamento di animali altrui). La differenza è stata chiarita dalla Cassazione (sentenza n. 24734/2010), che sancisce come il delitto di cui all’art. 544 ter c.p., tutela ora il sentimento per gli animali: con l’art. 638 l’animale era tutelato quale “proprietà” di un terzo soggetto, che risultava essere la parte offesa; ma con l’art. 544 ter, è riconosciuta una condotta lesiva nei confronti dell’animale stesso.

 

COME ALIMENTO IL MIO PAPPAGALLO

Quando l’argomento alimentazione legato ai nostri pappagalli PET viene trattato sui Social , i post si infiammano, tutti sanno tutto, tutti hanno bagagli di esperienza da raccontare da dietro una tastiera, pochissimi in realtà hanno un’esperienza maturata sul campo.

Da anni mi appassiono all’argomento “alimentazione naturale” a 360°.

Quanto può influire la  dieta nel loro comportamento?
Quanto può influire nel modo di interagire nei vari spazi sociali a loro disposizione?
Quanto può influire il cibo nel rapporto uomo-pappagallo ?

Tutte domande che mi sono posto nel tempo e che mi hanno portato a capire che ciò che i nostri amici pappagalli mangiano influisce sul loro modo di rapportarsi quando sono nello stormo o quando interagiscono con il loro compagno-umano o quando sono negli spazi sociali. Proteine, carboidrati, grassi queste sono le tre principali categorie responsabili del loro benessere: le prime due sono imputate alla costruzione della muscolatura, pelle, unghie, piumaggio, il terzo è invece la benzina, l’energia con cui il pappagallo ricava la forza per tutte le attività fisiche, per il volo, per gli aspetti sociali o per la ricerca del cibo. Ritengo non esista una “ottima dieta”, ma piuttosto una dieta corretta, adatta al singolo soggetto; soggetto che avrà delle esigenze diverse sulla base del dove vive, dell’attività fisica che riesce a fare, del sesso, dell’età. Questi sono i principali parametri da tenere in considerazione quando si prepara una dieta per un  pappagallo. Pensare o ipotizzare  che una dieta naturale comprensiva di frutta, vegetali, insetti, integrazioni naturali si possa classificare una dieta arcaica è ignorare cosa mangiano nel loro habitat i pappagalli; dal momento che non potremo fornire una dieta del tutto uguale a quella che avrebbero nei loro territori, dovremmo comunque ricordarci che sono e rimangono animali selvatici senza alcuna selezione da parte dell’uomo e anche il loro sistema digestivo è legato ad un sistema metabolico adatto ad alimenti naturali. Se ci mettiamo dalla parte del pappagallo, sostituire una dieta naturale con alimenti industriali quanto può essere conveniente? Nessuna convenienza per il  pappagallo, ma solo una convenienza da parte del proprietario, visto che non ci sarà la preoccupazione di dover acquistare, conservare, preparare frutta, non si dovranno mettere a germinare semi. Così facendo si otterrà una gestione più veloce del pappagallo ma non si potrà mai avere la certezza sull’appagamento di una tale dieta per il proprio animale e non saremo in grado di far attivare nessun comportamento naturale (ad esempio tenere un frutto con la zampa,  ricercare un alimento).

Cereali, vegetali, legumi cotti?
Yogurt e formaggi stagionati?

Questa, per quanto mi riguarda, è la vecchia scuola, una scuola che non teneva e non tiene conto delle necessità alimentari dei pappagalli, non tiene conto di quanti valori nutrizionali vengono persi con la cottura, di quanto un alimento viene  trasformato dall’alta temperatura e cosa effettivamente venga metabolizzato dal pappagallo ingerendo questi alimenti. Estrusi, pellets, un grande business dei poteri forti, pratici da consigliare per il loro equilibrio nutrizionale, ma prodotti che non investono in consulenza o conoscenza e ci allontanano dalle effettive necessità alimentari dei singoli soggetti. Ricordiamo sempre che “siamo ciò che mangiamo”, preferire alimenti sani e naturali per i nostri compagni di viaggio sarà sempre il mio primo ed unico obiettivo.

 

PRINCIPALI MALATTIE DEGLI UCCELLI DA VOLIERA

Potrà sembrare strano ma anche le malattia dei nostri animali sono stagionali!
Si presentano cioè con maggior frequenza in un certo momento dell’anno rispetto ad altri, pur non potendo mai escludere per questo motivo un presentazione “fuori periodo”. Questo fenomeno può avere diverse spiegazioni, alcune più scientifiche ed altre meno.
La saggezza popolare ci insegna come ogni essere vivente sia fortemente ed inevitabilmente condizionato dai cicli lunari. Sono influenzate da questi cicli le piante, ne sono influenzati gli animali uomo compreso.

Ecco a voi un articolo molto ben fatto che ci aiuta a capire e informare su come gestire un uccello malato e cosa fare per prevenire.

VISITA IN ALLEVAMENTO

È la consulenza iniziale e più importante che un Medico Veterinario attua per poter essere di aiuto ad un allevatore che abbia, abbia avuto o semplicemente voglia prevenire malattie e mortalità nel proprio aviario. Serve per stabilire se le condizioni igienico-sanitarie, la pulizia dei locali e le attrezzature siano adeguate. Serve per valutare le condizioni ottimali di illuminazione, umidità, ventilazione e ricambio d’aria. Serve per verificare l’idoneità delle gabbie, mangiatoie e beverini. Senza un ambiente di allevamento corretto, non vi può essere garanzia di salute per i propri animali! La visita permette di indagare con il titolare dell’allevamento sulla gestione dei riproduttori, alimentazione, integratori e trattamenti farmacologici che è solito fare, malattie avute nel passato, ecc. Segue la raccolta dei campioni biologici per gli esami da effettuare in laboratorio.

ESAMI

L’esame più frequentemente richiesto è quello delle feci. In realtà nello “schitto” troviamo sia feci, sia urine, sia il materiale che eventualmente esce dall’apparato genitale, infatti l’orifizio è solo uno! Quando si parla di esame feci andrebbe usato il plurale, perché su di esse si possono fare innumerevoli esami.
Il primo si chiama “coprologico per arricchimento e flottazione” e serve per trovare i parassiti più grandi come: ascaridi, ossiuridi, capillare, tenie, coccidi, …di questi si vedono le uova o le forme infestive al microscopio. Strisciando una piccola quantità di feci su un vetrino e colorandolo con colorazioni speciali si possono vedere al microscopio anche: funghi, lieviti (come Candida), batteri (come E.Coli, Salmonella, Stafilococchi, Streptococchi, Clostridi). Sempre dalle feci, se fresche e raccolte in sterilità, è possibile incubare in apposite piastre in stufa batteri e funghi, per i quali poi si possono stabilire i farmaci più efficaci con l’antibiogramma ed il micogramma. Spesso questo esame è utilizzato per guidare i trattamenti precova. È mia consuetudine consigliare all’allevatore di fare tutti gli esami per avere più informazioni possibili e più armi per combattere la malattia. Altri esami sono i tamponi da lesioni, dal gozzo e dalla cloaca, sui quali è possibile fare sia le colture in stufa, sia l’antibiogramma-micogramma, sia la tipizzazione batterica (cioè dare “nome e cognome”, ossia genere e specie al microrganismo presente nel nostro allevamento). Su uccelli di dimensioni medio-grandi è possibile fare prelievi di sangue, sia per la diagnosi di malattie infettive (es: Polyomavirus, Clamidia, P.B.F.D, Pacheco), sia per controllare la funzionalità degli organi (es. fegato, reni), mediante un esame ematochimico. Esame molto importante è l’autopsia dei soggetti morti. Perché questo esame sia utile per fornire informazioni vanno rispettate alcune regole. L’ideale è fare l’autopsia ad un animale morto da poco, sarebbe quindi indicato portarlo subito dal Veterinario. Se questo non è possibile può essere conservato 24 ore nel frigorifero. Oltre le 24 ore può essere messo in congelatore, dove si conserverà per un tempo lunghissimo, ma molte informazioni andranno perse. A seguito di un autopsia si possono prelevare alcuni organi per farli esaminare da un laboratorio specializzato tramite l’esame istologico che consiste nella microscopia sui tessuti per vedere anche le lesioni più piccole, come ad esempio quelle causate da virus. Il corpo in quest’ultimo caso non deve essere stato congelato.
Fin qui abbiamo visto i mezzi che il Veterinario e l’Allevatore hanno a disposizione per fare una diagnosi di malattia. Vediamo ora la differenza tra un uccello sano ed uno malato.

UCCELLO SANO

Un uccello in buono stato di salute appare già a prima vista con le giuste proporzione corporee in relazione alla sua specie ed alla sua età. È in buono stato di nutrizione, non magro e senza grasso in eccesso. L’addome è roseo o giallo per il deposito di grasso, non si evidenziano aree più scure o le anse intestinali infiammate, il fegato non deborda. I muscoli pettorale sono sopra il livello delle sterno e sono tonici. Il piumaggio è aderente al corpo, completo pulito e lucente. Gli orifizi naturali (bocca, naso, orecchie, cloaca) sono asciutti e puliti, privi di materiale che li imbratti. Le mucose (lingua, palato), sono rosee ed asciutte. È dinamico e vitale, si muove spesso e non resta fermo sul posatoio. Le feci hanno un aspetto normale, il respiro è regolare e mai rumoroso.

UCCELLO MALATO

In quasi tutte le malattie l’uccello manifesta dei sintomi comuni che tenderà a mascherare in presenza di persone vicino alla gabbia poiché in natura è una preda. Il più noto è l’”impallamento”. Consiste in un arruffamento del piumaggio che serve per creare una camera d’aria attorno al corpo utile per tenere più alta la temperatura corporea. L’occhio è spesso socchiuso, con uno sguardo che sembra indicare sofferenza. La posizione sul posatoio è seduta, con le zampe flesse. L’uccello staziona molto, è letargico e di solito mangia e beve di meno. Nei problemi respiratori il respiro può diventare più frequente e rumoroso, in quelli digerenti le feci cambiano di colore e consistenza. Nelle forme gravi l’uccello staziona sul fondo della gabbia, può essere afferrato senza che opponga resistenza, le zampe diventano fredde.

PREVENZIONE

È l’arma migliore in mano all’allevatore. Consiste nel selezionare ceppi rustici, autonomi nella riproduzione, poco consanguinei. Tenere in quarantena tutti i soggetti che tornano dalle mostre ed i nuovi acquisti in un locale separato e con attrezzatura diversa da quella dei riproduttori. Avere massima attenzione per la pulizia e per l’igiene delle attrezzature. Usare frequentemente disinfettanti adeguati (tipo: Candeggina, Amuchina, Stermina). Alimentare gli animali con diete specifiche, variando nell’arco dell’anno secondo le diverse esigenze e fornendo sempre alimenti freschi come frutta e verdura. Vaccinare per le poche malattie per le quali è presente un prodotto specifico. Farsi impostare da un Veterinario specialista in Patologia Aviare un protocollo fitoterapico (che prevede cioè l’uso di estratti di piante) specifico per il proprio allevamento per tenere sotto controllo le principali malattie alle quali i nostri animale possono andare incontro.

PRINCIPALI MALATTIE

Le malattie degli uccelli da gabbia e voliera possono essere classificate a seconda dell’agente eziologico, cioè del responsabile della malattia.
Si conoscono molti tipi di microrganismi capaci di causare malattie, alcuni specifici di determinate specie, altri potenzialmente pericolosi per molti generi aviari.
Vediamo sinteticamente le diverse classi tassonomiche di agenti eziologici che causano malattie.

MALATTIE BATTERICHE

Una delle più frequenti è sicuramente la Colibacillosi. Causata da E. Coli, microrganismo ubiquitario, presente cioè un po’ dappertutto, è una classica tecnopatia.
La presenza costante di questa malattia anno dopo anno in un allevamento sta a significare che le tecniche di gestione degli animali sono scorrette (es. igiene, gabbie, alimentazione). E. Coli è presente in molti tipi/sierovarianti e solo raramente riesce ad aggredire uccelli sani e robusti. Spesso approfitta di condizioni latenti di carenze e debilitazione per attaccare gli uccelli, specialmente nelle fasi più delicate di imbecco e muta. La sintomatologia più comune è la perdita dei nidiacei nella prima settimana di vita. Altra malattia batterica piuttosto comune è la Salmonellosi. Causata da batteri chiamati Salmonelle, si manifesta solitamente con la classica diarrea, mortalità e riduzione della fertilità. Stafilococchi e Streptococchi possono causare sia sintomi digerenti (diarrea) sia respiratori (asma). I Mycoplasmi danno sinusite (occhi gonfi), problemi riproduttivi e respiratori. Negli uccelli da cortile ornamentali e nei pappagalli anziani è possibile rinvenire la Tubercolosi Aviare. Particolarmente resistente agli antibiotici è lo Pseudomonas, facilmente rinvenibile nei beverini poco puliti nei quali crescono alghe. Le malattie batteriche sono moltissime e molto frequenti negli uccelli fa gabbia e voliera. In virtù dei trattamenti fatti senza affinare la diagnosi e in prevenzione su animali sani, si sono creati moltissimi ceppi batterici resistenti a molte molecole antibiotiche un tempo efficaci. Gli errori più comuni sono quelli di usare gli antibiotici senza controllo veterinario, per un tempo insufficiente, con un dosaggio errato o in animali che non ne hanno bisogno. Per questo è molto importante rivolgersi per la diagnosi e terapia ad un Veterinario o Istituto Zooprofilattico competente per la specie animale in questione e seguire scrupolosamente le indicazione terapeutiche. Spesso si rende necessario l’antibiogramma, cioè la prova in laboratorio degli antibiotici che meglio funzionavano su quel particolare batterio isolato nell’allevamento in questione.

MALATTIE FUNGINE

Le malattie causate da funghi microscopici sono piuttosto frequenti in allevamento, specialmente se le condizione ambientali poco igieniche a causa dell’umidità, se la selezione è molto spinta, se vengono fatti trattamenti antibiotici frequenti. Una delle più frequenti è la Candida (Mughetto), che causa perdite soprattutto tra i giovanissimi.
In ambienti bui può svilupparsi la tigna cutanea e delle penne. In ambienti poco ventilati e con maggior frequenza nei Falchi e nei Pappagalli Cenerini può diffondersi l’Aspergillosi polmonare, patologia drammatica perché difficilmente curabile e molto invalidante. Caratteristica del Canarino, ma presente anche in altri uccelli, la Megabatteriosi (o Micosi 80), è una malattia emergente. Causa un dimagrimento progressivo in animali che mantengono un appetito vorace, fino a causarne la morte dopo settimane o anche mesi. Può essere curata solo con Acqua ossigenata (terapia suggerita dal Dott. Figurella). Il protocollo prevede 3% 10 vol. di 50ml/litro di acqua di bevanda per almeno 10 giorni.

MALATTIE VIRALI

Come accade anche in Medicina Umana, i virus sono microrganismi contro i quali abbiamo ancora meno armi. Ecco quindi che l’unica vera risorsa è la vaccinazione quando presente; la profilassi igienico-sanitaria in tutti gli altri casi. I vaccini per gli uccelli da esposizione sono purtroppo ancora molto pochi. Nel Canarino esiste quello per il Vaiolo. Per i Pappagalli ce no sono negli Stati Uniti d’America ma per ora non è possibile portarli in Italia. Per gli ornamentali da cortile si possono usare gli equivalenti per pollame da carne e uova. Per tutti esiste il vaccino per la Pseudopeste Aviare in aerosol o in gocce da mettere nell’occhio. Nei Pappagalli sono efficaci e vivamente consigliabili dei test da fare prima di acquistare un soggetto, specialmente se di valore economico notevole. Consistono in un test sul sangue per accertarsi che non sia un portatore asintomatico di: Polyomavirus e Malattia del becco e delle penne (P.B.F.D.). Ara, Cenerini e Amazzoni più di altri pappagalli sono soggetti ad una malattia virale che causa la dilatazione e conseguente mal funzionamento del proventricolo (P.DS.). I Conuri del genere Aratinga possono essere infetti da Retrovirus che causano ingenti perdite di sangue, che vanno sotto il nome di “Sindrome Emorragica dei Conuri”. L’influenza aviare, della quale tanto si è parlato quest’anno, è una malattia virale più frequente negli Anseriformi. Una delle possibili cause del “punto nero” (evidenziazione della cistifellea piena di bile) dei Canarini con mortalità nella prima settimana di vita è un virus chiamato Circovirus per la sua forma a ruota al microscopio elettronico.

PROTOZOI

Una malattia protozoaria da non trascurare è la Toxoplasmosi, particolarmente pericolosa nel caso di donne in gravidanza. Il soggetto colpito staziona sul posatoio con occhi socchiusi, perde peso, si dimostra letargico, ha piumaggio arruffato e tende a perdere la vista. Meno frequente, diffuso soprattutto nelle Calopstitte, la Guardia causa dapprima diarrea acquosa, successivamente sintomatologia neurologica per carenza di vitamine del gruppo B.

COCCIDI

Anche se possono essere comprese nel gruppo precedente, data la loro fama meritano una trattazione a parte. Infatti di coccidi tutti parlano, ma spesso le notizie sono inesatte. I coccidi sono microrganismi che nella loro forma classica vivono all’interno delle cellule della mucosa intestinale. Per liberarsi ed uscire con le feci per infettare altri uccelli devono rompere la cellula e così facendo possono causare diarrea. Solitamente quindi causano diarrea e calo di peso nell’uccello. In alcuni casi e con maggior frequenta nei Silvani, possono entrare nel sangue ed andare a colonizzare il fegato e la milza. Quest’ultima evenienza è naturalmente più grave ed a rischio di vita per l’animale. I farmaci più utilizzati per la cura della coccidiosi sono i Sulfamidici. Questi non uccidono il Coccidio, ma ne impediscono la replicazione. A dosaggi alti o con somministrazioni per tempi prolungati possono dare Sindrome Emorragica, con perdita di sangue dagli orifizi naturali (cloaca, naso, bocca). Molto più moderni ed efficaci (uccidono i Coccidi!) sono i principi attivi: Clazuril e Toltrazuril, commercializzato con il nome di Appertex e Baycox. Personalmente utilizzo il Baycox 2,5%, a dosaggio da 1 a 2 ml per litro d’acqua, per un numero di giorni variabile da 1 a 7, consecutivi o spezzati, a seconda della patologia in oggetto.

PARASSITI

I vermi intestinali tondi, come gli Ascaridi, gli Ossiuridi, le Capillarie, sono più frequenti in uccelli di cattura, nei grossi Pappagalli e nei Parrocchetti Australiani. Le Tenie sono piuttosto rare, e necessitano di gabbie con fondo in terra. Frequenti gli acari delle penne e della pelle, facilmente trattabili con gli spray in commercio a base di Piretroidi potenziati con Piperonil Butossido (es. Neoforactil). Molto utilizzato dagli allevatori di Fringillidi nel periodo che precede le cove, il Frontline (prodotto spot-on per Cani e Gatti) è un valido ausilio nelle giuste dosi per i parassiti esterni. Per colpire contemporaneamente parassiti interni (es. Acaro respiratorio) ed esterni, validissimo risulta l’Ivomec (prodotto iniettabile per Bovini-Suini). Per poterlo usare con sicurezza si diluisce nove volte con il Glicole Propilenico (es.: 1 ml di Ivomec con 9 ml di Glicole Propilenico). Può essere utilizzato sia appoggiandolo sulla pelle sia per bocca nelle giuste dosi.

SCONOSCIUTE

Molte malattie degli uccelli sono ancora sconosciute, non studiate per carenze di fondi per la ricerca in questo ambito. Ad es. la Malattia degli occhi gonfi del Canarino, è ancora un’incognita per la trasmissione, terapia e profilassi.

CARENZE-ECCESSI ALIMENTARI

È un problema molto frequente a causa della poca letteratura scientifica esistente sull’argomento “alimentazione degli uccelli”. L’eccesso di grassi crea grossi problemi al fegato. L’eccesso di proteine è causa di gotta viscerale o articolare. Carenze o eccessi di talune vitamine possono produrre gli stessi danni, attenzione alle integrazioni vitaminiche a caso! I Merli indiani e le Vedove del Paradiso sono soggette a Malattia da accumulo di ferro nel fegato e in tutti i tessuti dell’organismo, malattia cronica che le conduce spesso alla morte. Il Cenerino ed in generale i Pappagalli Africani necessitano in cattività di un maggior apporto di Calcio e Vitamina D3. I Pappagalli dei Fichi invece necessitano di un maggior apporto di Vitamine K.

PSICOLOGICHE

Più frequenti nei Pappagalli ed in generale in uccelli intelligenti. Le più diffuse la Autodeplumazione dei Pappagalli, la Pica descritta nel Canarino, lo sbattere la testa sulle gabbie di Quaglie, Rapaci, Cardellini.

GENETICHE

Lumps, Cecità nel primo anno di vita di Canarini (Norwich, Arricciati), e Diamanti Mandarino Guancia Nera, Splay Legs (spaccata) dei pullus, dita girate nei Fringillidi ed Estrildidi, tremori dalla nascita ed incapacità di mantenere ferma la testa. Sono patologie genetiche che emergono con l’uso eccessivo della consanguineità.

TRAUMATICHE

Bumblefoot, cioè ulcerazione delle zampe, particolarmente frequenti nel Falco Pellegrino. Fratture e Lussazioni.

TUMORALI

Molto frequenti nei Pappagallini Ondulati adulti-anziani. Carcinomi epatici e renali i più frequenti. Nei Lori si conosce una predisposizione verso i tumori del fegato.

CONCLUDENDO

  • LA DIAGNOSI DELLE MALATTIE, NELL’UOMO COME NEGLI ANIMALI E’ COMPITO DEL MEDICO. NEL CASO DEGLI UCCELLI ORNAMENTALI E’ IMPORTANTE ESSERE SEGUITI DA UN MEDICO VETERINARIO SPECIALISTA, CHE SI DEDICHI SPECIFICATAMENTE ALLA CURA DI QUESTI ANIMALI.
  • NON ESISTONO TERAPIE, ANTIBIOTICI, PRECOVA, … UNIVERSALEMNTE VALIDI. OGNI ALLEVAMENTO HA LE SUE PROBLEMATICHE E QUINDI LA TERAPIA “DEL VICINO” O “DI MODA” NON E’ MAI QUELLA GIUSTA.
  • NON ESISTE IL FARMACO CHE RISOLVE, SE I PROBLEMI SONO GESTIONALI, DI ALIMENTAZIONE, DI AMBIENTE O DI TECNICHE DI ALLEVAMENTO.
  • PER UNA DIAGNOSI CORRETTA E QUINDI PER RISOLVERE IL PROBLEMA, BISOGNA RICHIEDERE UNA VISITA, GLI ESAMI E ACCERTAMENTI DEL CASO. NON E’ POSSIBILE FARE UNA DIAGNOSI PER TELEFONO, SENZA AVER VISTO GLI ANIMALI O L’ALLEVAMENTO, SENZA AVER FATTO ALCUN ESAME SUI SOGGETTI O SUI MATERIALI ORGANICI.

Un grazie per la condivisione al  dr. Diego Cattarossi (direttore sanitario)

DVM, PhD, Veterinario accreditato Fnovi per la cura degli animali esotici.    Pubblicazioni e Relazioni svolte

ALCUNI SINTOMI E STATI PATOLOGICI
SINTOMI QUADRO SINTOMATOLOGICO RIEPILOGATIVO STATI PATOLOGICI
Ali e coda cadenti o abbassantisi ritmicamente Streptococcosi, Tifosi, Osteo-artrite, Polmonite, Verminosi del tubo digerente
Addome sporgente e globuloso Ptosi addominale
Anemia Leucosi. Plasmodiosi, Piroplasmosi, Streptotricosi, Pseudomoniasi
Apertura ritmica del becco Bronchite infettiva
Arrossamento dei margini delle palpebre Bleferite
Arti deboli claudicanti Listeriosi, Osteo-artrite, Artrite, Gotta, Reumatismi, Insufficienza cardiaca, Capogiro
Articolazioni gonfie, dolenti Artrite, Osteo-artrite, Reumatismi, Gotta, Stafilococcosi
Barcollamento Colera, Colibacillosi, Intossicazione, Pasteurellosi, Setticemia, Stafilococcosi, Encefalomielite, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco
Bava sanguigna Tic dei canarini
Becco e zampe scoloriti Anemia, Emoproteosi, Pseudomoniasi
Becco socchiuso Asma, Acarisi respiratoria, Aspit, Influenza, Streptococcosi, Vermi della trachea
Capo spostato lateralmente, collo torto Capogiro, Infiammazione dell’orecchio, Listeriosi, Botulismo
Catarro Bronchite, Aspergillosi, Influenza
Cloaca incrostata di feci Colibacillosi, Salmonellosi
Convulsioni Epilessia, Insufficienza cardiaca, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco Peste aviaria, Uremia
Cresta e bargigli bluastri, cianotici Istomoniasi, Monocitosi
Diarrea Dissenteria, Colera, Colibacillosi, Verminosi del tubo digerente, Tifosi, Salmonellosi, Pseudomoniasi, Peste, Tubercolosi, Stomatite, Nefrite, Tigna, Osteo-artrite, Necrosi, Enterite, Aspergillosi, Listeriosi, Leucosi, Leucocitozoosi, Piroplasmosi, Rouget, Spiropterosi, Pseudopeste, Avvelenamenti, Botulismo, Brucellosi, Candidosi, Mal rossino, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco, Spirochetosi, Toxoplasmosi
Diarrea acquosa, fetida, biancastra, giallastra, verdastra, emorragica Monocitosi, Coccidiosi, Isosporosi, Pseudomoniasi, Streptococcosi, Metasalmonellosi, Istomoniasi, Intossicazione, Pasteurellosi, Setticemia, Stafilococcosi, Teniasi, Colera, Peste, Colibacillosi, Enterite emorragica, Tricomoniasi
Difficoltà o incapacità di volo Degenerazione grassa del fegato
Dimagrimento rapido o progressivo Colera, Colibacillosi, Leucosi, Salmonellosi, Stomatite, Streptococcosi, Tubercolosi, Dispepsia, Verminosi del tubo digerente, Fame canina, Avitaminosi, Spiropterosi, Streptotricosi, Tricomoniasi, Displasia della tiroide, Piroplasmosi
Escrementi secchi, viscosi Dipepsia, Stipsi, Obesità
Essudato sieroso sulle palpebre Streptococcosi
Essudato viscido corporeo Enterite dei nidiacei
Evaquazione stentata Enterite, Catarro gastrico, Stipsi
Gozzo gonfio Sopraccarico ingluviale
Inappetenza (anoressia) Colera, Colibacillosi, Nefrite, Gotta, Verminosi del tubo digerente, Influenza, Salmonellosi, Coccidiosi, Isosporosi, Stomatite, Streptococcosi, Dipsepsia, Necrosi, Stafilococcosi, Streptotricosi, Leucosi, Leucocitozoosi, Listeriosi, Enterite, Stipsi, Istomoniasi, Intossicazione, Pasteurellosi, Setticemia, Botulismo, Candidosi, Metasalmonellosi, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco, Peste aviaria, Pseudotubercolosi, Tricomoniasi, Uremia
Incrostazioni squamose Tigna
Incrostazioni sulle zampe Acariosi, Scabbia o rogna
Instabilità Arteriosclerosi, Saturnismo
Irrequietezza Acarisi varie del piumaggio
Lamelle biancastre sulle piume Acarisi deplumante
Lingua con apice esiccato Pipita
Macchie epidermiche Itterizia
Mucosa orale con granulazioni Tricomoniasi
Mucose cianotiche Rouget, Mal rossino
Mucose decolorate Plasmodiosi, Streptotricosi, Leucosi, Piroplasmosi, Stafilococcosi
Muco schiumoso da bocca e nari Peste aviaria
Necrotizzazione delle zampe Cancrena secca, Rouget
Occhi infiammati, gonfi, lacrimosi Diftero-vaiolo, Laringo-tracheite, Influenza, Peste, Sinusite, Pseudomoniasi, Listeriosi, Tubercolosi, Osteo-artrite
Occhi semichiusi Coccidiosi, Isosporosi
Occhio opaco Cataratta
Paralisi, tremori Colera, Colibacillosi, Botulismo, Peste, Listeriosi, Tic dei canarini, Encefalomielite, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco, Peste aviaria, Leucocitozoosi, Pseudotubercolosi, Spirochetosi
Perdita di conoscenza Epilessia, Insufficienza cardiaca, Insolazione
Perdita di piume Falsa muta, Muta francese, Favo, Acarisi deplumante, Avitaminosi, Tigna
Placche nel cavo orale Stomatite, Candidosi
Prostrazione Peste aviaria, Pseudopeste, Rouget, Singamosi, Tubercolosi
Prurito, nervosismo Acarisi
Pustole, ascessi Diftero-vaiolo, Blastomicosi, Itterizia, Punture di zanzara
Rantolo respiratorio Tracheo-bronchite, Bronchite infettiva
Raschiamenti di gola Acarisi respiratoria
Respirazione difficoltosa, affannosa, fischiante Colibacillosi, Colera, Bronchite infettiva, Polmonite, Acarisi respiratoria, Aspit, Peste aviaria, Pseudopeste, Tricomoniasi, Rouget, Diftero-vaiolo, Salmonellosi, Sinusite, Streptococcosi, Tubercolosi, Stomatite, Osteo-artrite, Asma, Aspergillosi, Laringo-tracheite, Candidosi, Influenza, Mal rossino, Pseudotubercolosi, Obesità
Rigonfiamenti Enfisema, Edema
Scolo di muco da becco e nari Colera, Colibacillosi, Influenza, Corizza, Diftero-vaiolo, Stomatite, Aspergillosi, Laringo-tracheite
Scolo purulento da nari e occhi Sinusite
Scuotimento del capo Stomatite, Infiammazione dell’orecchio
Sete intensa Colera, Colibacillosi, Aspergillosi, Enterite, Gotta, Salmonellosi, Streptococcosi, Verminosi del tubo digerente, Pseudopeste, Stafilococcosi, Setticemia, Intossicazione, Psteurellosi, Adenoma cronofobo, Saturnismo, Pseudopeste, Ornitosi-Psittacosi, Male di Pacheco
Sete mancante (adipsia) Disidratazione, Necrosi
Soffovamento (sintomi di) Singamosi
Starnuti, tosse, rantoli Influenza, Polmonite, Sinusite, Aspergillosi, Laringo-tracheite, Ostruzione o verme della trachea, Tracheo-bronchite, Displasia della tiroide, Singamosi
Tumefazioni Blastomicosi, Edema, Nefrite
Tumori polposi molli Rinosporidiosi
Ulcerazioni della cavità orale o cutanee Tubercolosi, Tularemia
Ventre gonfio, infiammato, arrossato Aspit, Catarro gastrico, Enterite, Salmonellosi
Verruche Escrescenze cornee o verrucose, Tubercolosi
Vesciche Blastomicosi
Vomito (o tentativi di) Intossicazione, Pasteurellosi, Setticemia, Stafilococcosi, Sopraccarico ingluviale

TRATTO DA “Le malattie degli uccelli da gabbia pronto soccorso e cure” di Vittorio Menassé De Vecchi Editore ed.1979

http://www.aof.shado.it/malattie.html

PATOLOGIE COMPORTAMENTALI DEL PAPPAGALLO: PAPPAGALLI CHE SI AUTODEPLUMANO

Quante volte mi si chiede: perché il mio pappagallo di depluma? Da cosa dipende? Ha tutto quello che vuole, cibo ottimo, una bella gabbia, tanti giochi, noi tutti lo amiamo. Vediamo di capire perché, a seguire condivido un articolo scritto da una veterinaria che con un linguaggio scientifico e competenze mediche vi spiega ad integrazione del post come e perché il pappagallo si depluma, punti di vista molto simili quelli di un trainer comportamentista e di un veterinario aviario anche se sul discorso farmaci mi astengo da esprimere la mia opinione poiché ogni caso deve essere visto come un caso a sé e la mia competenza in materia NON mi porterà MAI a consigliare un farmaco se prima non vi è stata visita veterinaria che ne attesta e prescrive il bisogno. E’ importante che ci sia sempre la collaborazione del veterinario con il comportamentista per avere i migliori risultati di guarigione!!! 

Nei pappagalli in cattività capita con una certa frequenza di osservare casi di “autodeplumazione”, fenomeno con cui si intende una qualsiasi distruzione delle penne auto inflitta. Potrebbe trattarsi dello strapparsi completamente le penne con il becco o la zampa, morderle alla base, strapparne dei pezzetti, o strappare le barbule dal rachide centrale. In casi molto gravi il pappagallo giunge anche a procurarsi gravi ferite e mutilazioni.

Vediamo alcuni casi:

Cattiva gestione
L’autodeplumazione è legata alla condizione di cattività (in particolare nei soggetti “pet” tenuti in singolo esemplare) dal momento che in natura nessun pappagallo si sognerebbe mai di strapparsi le piume. All’origine dell’autodeplumazione ci possono essere cause mediche (infezioni, malattie, intossicazioni e altro), e cause non mediche. Le cause strettamente mediche andrebbero ricercate dal veterinario specialista, che potrà porre rimedio con terapie idonee o, in alternativa, orientare la diagnosi verso una o più cause d’origine “gestionale”. Nella maggior parte dei casi, infatti, il pappagallo che si depluma viene mal gestito dal suo proprietario che non tiene conto delle esigenze del volatile.

Amici (quasi) selvatici
I pappagalli non hanno subito un processo di domesticazione come altre specie: anche quelli che nascono in cattività, quindi, restano per molti versi simili ai loro parenti selvatici. I pappagalli in natura percorrono spesso lunghe distanze per raggiungere i siti di alimentazione con un notevole dispendio di energia, compensato dalla scelta di cibi molto energetici. L’atavico comportamento alimentare induce anche in cattività i pappagalli a nutrirsi degli alimenti più energetici come, ad esempio, i semi di girasole, le arachidi e le noci. Sfortunatamente si tratta di cibi troppo calorici per animali che non svolgono neanche lontanamente il movimento che farebbero in natura; sono inoltre cibi poveri di importanti elementi nutritivi e che predispongono a diverse patologie oltre che all’autodeplumazione.

Volere volare
Nei pappagalli tenuti in casa la possibilità di volare è ovviamente molto ridotta. Se è vero che molti pappagalli in cattività hanno meno bisogno di volare dato che il cibo è a portata di becco, è anche vero che allontanarsi in volo in risposta ad una condizione avversa è un comportamento naturale per un pappagallo e la sua privazione può causare una condizione di stress ricorrente. Ciò è particolarmente vero per i pappagalli ai quali vengono tagliate le penne remiganti per impedire il rischio di fuga. Oltretutto i monconi delle remiganti tagliate possono dar fastidio al pappagallo che potrà essere invogliato a rosicchiarle innescando il processo di autodeplumazione.

Un compagno per la vita
I pappagalli sono uccelli sociali che in natura vivono in stormi e sono strettamente monogami. Durante il periodo riproduttivo gli ormoni sessuali raggiungono il picco, ma durante il resto dell’anno rimangono ad un livello basso. In cattività, invece, il pappagallo che non ha possibilità di contatti con suoi simili individua in un membro “umano” della famiglia il proprio partner. Raggiunta la maturità sessuale i suoi picchi ormonali sono mantenuti per un periodo molto più lungo rispetto a ciò che avviene in natura dal momento che numerosi possono essere gli stimoli alla riproduzione (contatto frequente con il partner umano, presenza di cibo in abbondanza, presenza di siti considerati adatti alla nidificazione come scatole, scaffali di librerie o cassetti).

Frustrati
Il pappagallo, frustrato nella riproduzione, può così sviluppare un atteggiamento aggressivo verso gli altri ed autolesivo verso se stesso. In questi casi è bene ridurre i contatti “intimi” col pappagallo (come farsi rigurgitare cibo, tenerlo sulla spalla o accarezzarlo sulla groppa) invitandolo invece al gioco e dandogli oggetti con cui distrarsi. I pappagalli amano molto giocare con oggetti che possono rompere, attività che li distoglie dal mangiucchiare le proprie penne.

Una questione di rispetto
La maggior parte dei pappagalli proviene da paesi tropicali caratterizzati da un alto tasso di umidità. In cattività è opportuno permettere loro di bagnare il piumaggio, come minimo una volta alla settimana. Molti casi di autodeplumazione si risolvono semplicemente aumentando il numero di bagni. Anche il riposo è molto importante per i pappagalli e dovrebbero essere garantite loro 9-10 ore di sonno.

In conclusione, comprendere le esigenze del pappagallo è fondamentale per prevenire l’autodeplumazione così come vari altri disturbi comportamentali. Correggere una gestione non idonea permette spesso di risolvere i casi di beccaggio delle penne, anche se talora occorrono tempi prolungati e… tanta pazienza.

IL PARERE DEL VETERINARIO – Dott.ssa Marzia Possenti

L’Autodeplumazione
E’ importante precisare che la diagnosi di autodeplumazione di origine psicogena si può effettuare unicamente con un iter complesso, che prevede l’esclusione di tutte la cause organiche che possono presentare come sintomo questo comportamento, ma è altresì importante ribadire che un’analisi completa ed esaustiva del management ambientale, alimentare e famigliare di un paziente aviare, in particolare un pappagallo, non può prescindere dall’aspetto etologico. E’ vero che la maggior parte dei problemi di autodeplumazione riconosce cause organiche, ma bisogna considerare lo stato di malessere e spesso di ansia che accompagna la malattia e che ne può peggiorare il quadro sintomatico e prolungare i tempi di risoluzione, o peggio ancora causare delle ricadute in un soggetto guarito. E’ dunque fondamentale mettere in atto le dovute modifiche ambientali e di gestione per andare incontro alle esigenze etologiche del paziente, in modo da fornirgli tutti i mezzi per una rapida guarigione. Bisogna considerare che l’autodeplumazione psicogena è un sintomo di una patologia comportamentale più ampia, un segno associato costantemente con uno stato ansioso che può accompagnare le più diverse patologie comportamentali. Una caratteristica fondamentale di questo comportamento è che inizia sempre come un’ipertrofia del comportamento di pulizia: il pappagallo si pulisce le penne e se le liscia per un tempo sempre più lungo e con sempre maggior insistenza, fino a provocarsi delle lesioni delle barbule esterne della penna. Le lesioni progrediscono sempre più verso il calamo, che infine viene strappato via dalla cute. Il processo può evolvere ulteriormente, poiché il soggetto può arrivare a provocarsi delle lesioni cutanee molto serie, che s’infettano facilmente provocando dolore e prurito e dunque dando inizio ad un circolo vizioso, in cui il prurito è determinato anche dalla ricrescita delle penne strappate. Il comportamento di pulizia può iniziare come un rituale oppure come un comportamento di sostituzione. Nel primo caso il pappagallo impara che pulendosi attira l’attenzione del proprietario ed utilizza quindi la pulizia per poter comunicare con lui. Il rituale è un tipo particolare di comunicazione: è rigido, preimpostato, non adattabile e viene considerato patologico. Nel caso degli psittacidi affetti da autodeplumazione spesso sostituisce la comunicazione corretta poiché questa manca o è eccessivamente ridotta. Molto spesso il proprietario non è in grado di far fronte alle esigenze comportamentali del pappagallo, in particolare per alcune specie che necessitano di una continua comunicazione con il gruppo come il cenerino, e dunque il pappagallo apprende ad utilizzare un metodo alternativo per comunicare. Il comportamento di sostituzione invece viene messo in atto quando l’animale si trova in uno stato di tensione emotiva: paura, ansia, eccitazione sono alcuni esempi. Secondo alcune teorie di neurofisiologia alcuni comportamenti provocano il rilascio di endorfine quando vengono messi in atto: il leccamento, il mordicchiamento ed in generale i comportamenti centripeti legati alla sfera del self-grooming (pulizia personale) hanno questo effetto. Un buon metodo per differenziare questi due tipi di patogenesi dello stesso disturbo è chiedere se il paziente, almeno nelle prime fasi, lo attuava soltanto in presenza di una o più persone specifiche: in questo caso è probabile che si tratti di un rituale, a meno che il paziente non presenti un difetto di socializzazione e di conseguenza una fobia sociale nei confronti delle persone davanti alle quali di depluma. In entrambi i casi il comportamento può evolvere in stereotipia, ovvero trasformarsi in un problema decisamente serio. La stereotipia è un comportamento rigido, presentato totalmente fuori contesto, caratterizzato da una forte motivazione endogena. In altre parole un animale che presenta una stereotipia non si fermerà se viene bloccato, chiamato o se si cerca d’interagire con lui, poiché la motivazione a proseguire il comportamento è maggiore di quella d’interagire con il mondo circostante. Questi comportamenti vengono considerati delle complicazioni nello sviluppo di una patologia comportamentale, di solito accompagnano il passaggio da ansia intermittente (meno grave) ad ansia permanente (molto più grave) e sono quindi segno che una patologia comportamentale è presente da molto tempo, anche se nei pappagalli lo sviluppo delle patologie comportamentali è molto più rapido che nei mammiferi. Alcune specie presentano questo comportamento con maggiore frequenza, probabilmente in relazione alla maggiore complessità delle esigenze etologiche e quindi alla difficoltà del proprietario a farvi fronte. Uno studio preliminare sembrerebbe indicare che non ci sono maggiori tendenze a sviluppare autodeplumazione, così come altre patologie comportamentali, in soggetti di cattura rispetto a quelli allevati a mano, sembrerebbe anzi il contrario. Poiché il pappagallo è una specie fortemente sociale, con le dovute differenze fra le singole specie, l’indagine anamnestica va rivolta soprattutto alle interazioni con il gruppo di cui fa parte, poiché molto spesso sono l’elemento chiave sia per la comparsa della patologia che per la sua cura. Certo non vanno trascurati altri elementi ambientali come la gabbia, l’arricchimento ambientale, il rispetto dei ritmi circadiani e circannuali, l’alimentazione, ma la modificazione di questi elementi, nel caso non rispettino l’etogramma di specie, è molto più semplice e richiede meno tempo ed impegno di quanto non implichi la variazione dei rapporti sociali fra i membri del gruppo. In effetti è raro che l’autodeplumazione di origine psicogena si riesca a curare unicamente con delle modifiche gestionali. Queste modifiche sono alla base del benessere psicologico ed organico del pappagallo e vanno quindi effettuate prima possibile, ma molto spesso non risolvono il problema perché non sono sufficienti ad eliminare completamente lo stato ansioso cui l’autodeplumazione si accompagna e che, nella stragrande maggioranza dei casi, è causata da problemi di relazione con il gruppo famigliare, con i conspecifici o con “estranei” che frequentano spesso l’ambiente di vita del pappagallo. In conclusione la chiave per comprendere la patogenesi e la terapia di questa patologia sta proprio nel non considerarla tale, ma unicamente un sintomo di una forma patologica più complessa che coinvolge molto spesso la relazione con i membri del gruppo, o comunque le esigenze sociali del pappagallo. Dato che i pappagalli tendono a presentare molto precocemente l’autodeplumazione, spesso ancora in associazione ad ansia intermittente (anche se non ancora a livello di stereotipia), questo tipo di problema può essere risolto con le modifiche, ma se alla visita dovessero evidenziarsi problemi relazionali o stati fobici difficilmente il comportamento si estinguerà solo con queste precauzioni, ed è bene che il terapeuta ne sia ben conscio e ne informi i proprietari.

La terapia dell’autodeplumazione
Per l’autodeplumazione è fondamentale la terapia farmacologica, soprattutto se il paziente tende alla depressione, per rilanciare i comportamenti. Tutti i farmaci descritti nel capitolo sulla terapia dell’ansia sono validi per l’autodeplumazione, considerando che si tratta di un sintomo di ansia permanente o parossistica. Il farmaco viene prescritto in base alla patologia comportamentale presente. Inoltre l’arricchimento ambientale qui deve essere rivolto soprattutto all’attività alimentare, poiché è dimostrato che i pappagalli tendono ad autodeplumarsi maggiormente se non devono passare molto tempo a procurarsi il cibo. E’ dunque importante rendere il cibo non facilmente raggiungibile. A questo scopo si possono sia acquistare giochi appositi, i cosiddetti giochi intelligenti o rompicapo per pappagalli, sia costruire dei meccanismi fatti in casa. Si può utilizzare l’interno dei rotoli dello scottex e della carta igienica riempiti di cibo e poi appallottolati, mescolare gli estrusi con fieno, pezzi di carta o trucioli, fare dei buchi di diverse dimensioni in una scatola da scarpe e metterci del cibo molto appetito assieme ad altro materiale, fare dei cartocci in cui avvolgere alcuni estrusi o della frutta. E’ importante controllare che i giochi, anche quelli acquistati, non contengano parti zincate o vernice con piombo e che non abbiano parti di plastica o metalliche che il pappagallo potrebbe staccare ed inghiottire. E’ fondamentale che i giochi vengano presentati dal gruppo famigliare ed esplorati assieme al paziente prima di lasciarglieli a disposizione e che vengano inizialmente utilizzati materiali ed oggetti conosciuti, soprattutto nei pazienti con sindrome da privazione sensoriale o fobie. E’ importante anche che il pappagallo dorma almeno 12 ore a notte in un luogo silenzioso e che rimane buio per tutto il tempo, si può anche dedicare a questo scopo una gabbia piccola e pressoché spoglia, posizionata in una stanza tranquilla dove non entra nessuno per tutta la notte, in cui mettere il pappagallo soltanto quando deve dormire. Ovviamente sarà importante individuare la patologia comportamentale che ha indotto lo stato ansioso permanente ed effettuare una terapia in questo senso, non è possibile trattare l’autodeplumazione come una patologia a se stante perché non lo è.

Fonte 1 :   SIVAE

Settore: Animali esotici

Disciplina: Etologia-Terapia comportamentale

Medicina del comportamento di cani, gatti e dei nuovi animali da compagnia edito da Poletto editore.

Ansia, disturbi dell’attaccamento, difetti di socializzazione, fobie tra gli argomenti del Corso di medicina comportamentale SIVAE

La raccolta anamnestica in corso di visita comportamentale avviene suddividendo i comportamenti con la stessa metodica utilizzata nella classificazione dei comportamenti normali: si distinguono dunque il comportamento alimentare, dipsico, somestesico, sessuale, eliminatorio, di aggressione, il sonno e il gioco. Per meglio comprendere la relazione con il proprietario si chiede anche la descrizione di una “giornata tipo” del paziente. Il metodo di classificazione delle patologie, o nosografia, fa riferimento alla teoria elaborata da Patrick Pageat, che ha forti legami con la psichiatria.

L’ansia
Molto frequentemente negli psittacidi ad un’entità nosogafica si associa uno stato ansioso, in alcune patologie come i problemi di socializzazione o le fobie è quasi una costante. L’autodeplumazione si accompagna pressoché costantemente con l’ansia, anche se non sono presenti altri elementi dell’ansia permanente come l’inibizione o la riduzione delle attività, o non sono molto evidenti. Spesso l’inibizione diventa evidente durante il percorso riabilitativo: una volta che al paziente viene permessa una corretta espressione dei comportamenti ci si rende conto di quanti di essi fossero assenti o decisamente inibiti. Spesso i casi di ansia parossistica sono legati ad episodi di grave autodeplumazione o addirittura autolesionismo improvvisi e di varia durata. Poiché in queste specie mancano i più classici segnali di stress come leccamento delle labbra e schiocco della lingua, la diagnosi dello stato ansioso si dimostra decisamente più complicata. I segnali di maggior interesse sono dunque l’ipervigilanza, l’irrequietezza (pacing e cambio continuo di peso sugli arti), la variazione particolarmente frequente del diametro pupillare o la costante presenza di midriasi accentuata, l’emissione di grida in gruppi di vocalizzazioni costanti per intensità e frequenza. In rari casi si può osservare il paziente ansimare a becco aperto, pur non presentando patologie organiche. E’ importante individuare la presenza di questi segnali sia durante la visita in ambulatorio che indagando a fondo il comportamento del paziente nel suo ambiente domestico: a volte i proprietari negano la presenza di questi sintomi perché non sono stati in grado di leggerli, ma opportunamente istruiti saranno in grado di dare risposte più soddisfacenti ad un secondo incontro. L’ansia si associa alle fobie in caso di fobie multiple o molto gravi o semplicemente per la persistenza in loco dello stimolo fobogeno. In caso di problemi di socializzazione l’ansia è più grave quanto minore è il grado di socializzazione del paziente e quanto maggiori sono i suoi contatti con le specie con cui non è correttamente socializzato. Nella sociopatia a mio avviso c’è un relazione fra la sicurezza del paziente del proprio status sociale e la presenza e la gravità dello stato ansioso: pazienti fermamente saldi nel proprio status difficilmente presentano ansia. In caso di compresenza di più entità nosografiche l’ansia è una costante ed è di grado maggiore. Purtroppo quasi sempre i pazienti aviari arrivano in visita dopo anni di evoluzione della patologia, ne consegue che lo stato ansioso più frequentemente osservabile è quello permanente e l’autodeplumazione il sintomo più evidente.

La terapia dell’ansia
Quando è presente uno stato ansioso, anche se non c’è autodeplumazione, è consigliabile utilizzare sempre una terapia farmacologica. L’ansia riduce la plasticità comportamentale e la disponibilità del paziente a razionalizzare le esperienze, è quindi fondamentale ridurne i livelli per favorire l’apprendimento in situazioni emozionali positive. La fluoxetina (1-2 mg/kg sid o suddivisa in due somministrazioni giornaliere) viene utilizzata soprattutto nei casi di autodeplumazione, poiché è legata ad un grave stato ansioso permanente con tendenza alla depressione. Questo farmaco può anche ridurre sensibilmente il comportamento di aggressione ma con una certa variabilità individuale. Anche la clomipramina (1-2 mg/kg da suddividere in 2 somministrazioni giornaliere) è segnalata per l’autodeplumazione, ma l’autore preferisce utilizzarla nei casi di ansia intermittente. Il dottor Pageat riporta anche la doxepina (1-3 mg/kg da suddividere in 2 somministrazioni giornaliere) e la selegilina (1 mg/kg al mattino), entrambe per la terapia dell’autodeplumazione (ansia permanente). Sono riportate anche la sertralina ()e un antistaminico con moderato effetto sedativo. L’autore non ha esperienze pratiche in merito a questi ultimi due farmaci. Bisogna ovviamente individuare la patologia responsabile dello stato ansioso e fare una terapia adeguata.

I disturbi dell’attaccamento
La volontà d’inserire un capitolo che tratti di disturbi dell’attaccamento nel pappagallo è provocatoria: gli studi sul cane relativi al legame di attaccamento sono sempe più numerosi e sembrano confermare le analogie rispetto al legame di attaccamento nell’uomo. Ne consegue che molte patologie comportamentali nella specie canina sono favorite e/o peggiorate dal disturbo di attaccamento, che si può considerare uno dei principali fattori patogenetici. Nel pappagallo non esistono studi sul legame di attaccamento ma possiamo immaginare che, trattandosi di animali che nascono inetti e che per periodi anche lunghi dipendono dalle cure parentali per la sopravvivenza, sia presente una sorta di processo di attaccamento anche in queste specie. L’unico dato reale è la frequenza dei sintomi di sofferenza mentale ed emozionale al momento del distacco dalla/e figura/e di attaccamento in pappagalli allevati a mano. Nell’esperienza dell’autore i problemi più frequentemente lamentati dai proprietari di pappagalli con patologie del comportamento sono le grida e l’autodeplumazione/autotraumatismo. Molto spesso durante la raccolta anamnestica risulta evidente come questi sintomi si verifichino in assenza o al momento del distacco dalla/e figura/e di attaccamento. Per distacco intendo anche lo spostarsi fuori dalla vista del pappagallo. Questo indica un’estrema difficoltà nella gestione della lontananza e una visione di se non autonoma: molti pappagalli sono attivi soltanto in presenza dei proprietari, quando non ci sono non fanno nulla, neppure se si lasciano loro dei giochi. Questi sintomi sono pressoché sovrapponibili a quelli tipici del disturbo di attaccamento nel cane e, nell’esperienza dell’autore, sono spesso correlati ad una bassa autostima ed autoefficacia: i pazienti non si ritengono capaci, non hanno iniziativa, si arrendono subito alla prima dificoltà incontrata. Un’altra similitudine sta nell’attidutine nei confronti del mondo, ovvero nel modo in cui il paziente tende a porsi nelle relazioni con gli altri individui del gruppo, con gli estranei, con le novità, ecc.

La terapia dei disturbi dell’attaccamento
La terapia farmacologica è importante per la riduzione della sofferenza emozionale del paziente al momento del distacco (qualsiasi distacco) e per aprire delel finestre cognitive attraverso la rigidità causata dallo stato ansioso. La clomipramina e la selegilina possono essere indicate per favorire la presa d’iniziativa del paziente, soprattutto se non sono presenti comportamenti di aggressione. In caso di aggressioni meglio utilizzare la fluoxetina. La terapia comportamentale prevede la creazione di un corretto legame di attaccamento con il gruppo sociale, non con un solo elemento, e l’aumento dell’autostima e dell’autoefficacia, favorendo le prese d’iniziativa corrette e funzionali.

Il disturbo competitivo di relazione
Si tratta di un problema molto frequente. I comportamenti di aggressione presenti sono quelli classici: aggressioni territoriali, competitive e da irritazione. Solitamente il pappagallo sceglie un elemento del gruppo come partner e tenta di gestirne i rapporti, i contatti e le relazioni con gli altri membri del gruppo e con gli estranei, pretende inoltre di gestire i contatti anche fra i membri del gruppo che non ha scelto come partner, anche se in maniera meno evidente rispetto ad esempio al cane. A mio avviso esistono delle forme di sociopatia “latente”, in cui la gestione dei contatti del partner avviene soltanto durante la stagione riproduttiva, ovvero in primavera-inizio estate. Chi si occupa di pappagalli definisce queste aggressioni “sessuali” o “da calore” ma a mio avviso sono unicamente segno di una patologia della relazione in cui i sintomi si esacerbano a causa della stimolazione ormonale, dunque si possono inquadrare nell’ambito del DCR. Se si esaminano a fondo questi casi infatti si possono identificare segnali compatibili con questo tipo di patologia durante tutto l’anno. Spesso si tratta di problematiche relative alla gestione del contatto fisico con il pappagallo, che non sfociano se non raramente in veri e propri comportamenti di aggressione per il solo motivo che il proprietario ha imparato a leggere, più o meno coscientemente, i segnali premonitori dell’aggressione vera e propria, e interrompe il contatto prima che essa avvenga. I soggetti presentano una decisa richiesta di contatto fisico con il proprietario, salvo poi interromperla improvvisamente quando lo preferiscono. Non è mai il proprietario a decidere di iniziare o terminare il contatto con il pappagallo. Molto spesso questi soggetti si lasciano toccare soltanto da una persona in famiglia, quella scelta come partner, anche se non mostrano timore per gli altri membri del gruppo famigliare. Le aggressioni sul cibo nei pappagalli sono rare, molto più spesso si tratta di aggressioni territoriali, scatenate dall’immissione di mani o altri oggetti nella gabbia del pappagallo per porgergli il cibo, cui il pappagallo risponde difendendo quello che considera il suo territorio. I pappagalli affetti da DCR rifiutano costantemente di entrare ed uscire dalla gabbia dietro richiesta dei membri del gruppo famigliare e tipicamente si posizionano su superfici alte, da cui possono dominare il territorio e rendere difficile la cattura da parte dei proprietari, pronti però a scendere qualora non siano più al centro dell’attenzione. Uno dei sintomi tipici della sociopatia in queste specie è dunque la difficoltà, o molto più spesso l’impossibilità, da parte dei proprietari nel gestire gli spostamenti del pappagallo nell’ambito del territorio: questi soggetti finiscono spesso per considerare l’intera casa proprio territorio, non soltanto la gabbia. In questi casi si presentano più facilmente aggressioni territoriali sia ai membri della famiglia che agli estranei. La sequenza tipica dell’aggressione territoriale è molto “teatrale”, con oscillazioni verticali di testa e busto e grida rauche e minacciose, ma purtroppo i pappagalli hanno una forte tendenza a strumentalizzare i comportamenti, compresi quelli di aggressione, e ben presto questa sequenza si perde ed il pappagallo si limita ad aggredire con becco ed artigli l’intruso scagliandosi in silenzio o al massimo mentre emette un grido rauco. Se la sociopatia è l’unica patologia presente pressoché costantemente si hanno aggressioni territoriali, ma nel caso in cui ci sia la compresenza di altre patologie come difetti di socializzazione, paure o fobie (evento purtroppo molto frequente) il pappagallo trova difficoltà nell’espandere il proprio territorio a tutta la casa. In questo caso l’aggressione territoriale si verifica unicamente se vengono immessi oggetti o le mani di una persona nella gabbia, spesso anche se persone o oggetti si avvicinano alla gabbia. Questi pazienti cercano costantemente una posizione alta, anche quando sono sulla persona, e non scendono se non costretti. Possono diventare invece molto aggressivi nel caso in cui l’estraneo tocchi il partner da loro prescelto. purtroppo la presenza di più entità nosografiche è frequente e rende più difficile la diagnosi. Nella maggior parte dei casi si tratta comunque di problemi legati alla paura (di singole persone od oggetti) e a problemi di socializzazione, quindi le sequenze di aggressione presentano alcuni elementi tipici dell’aggressione da paura, come l’eliminazione di feci (a volte anche multipla, durante un’aggressione territoriale prolungata), grida acute o sbattere di ali. Non sembra ci sia correlazione fra la gravità delle aggressioni territoriali e quanto sia saldo l’alto status sociale del pappagallo, si può notare invece un aumento della gravità e della durata delle aggressioni nel caso in cui ci sia compresenza di paura, fobie, squilibri emozionali (pappagalli allevati a mano) o problemi di socializzazione. Le aggressioni da irritazione, come si diceva precedentemente, spesso sono ridotte ai soli segnali premonitori. Ovviamente esistono delle differenze di specie, legate soprattutto al tipo di gruppo sociale formato in natura. I cacatua ad esempio sono particolarmente motivati nella gestione dei contatti del partner, sia umano che pappagallo, mentre invece i cenerini difendono maggiormente il territorio, ma non è un fenomeno costante, ogni caso ogni individuo è un caso a se stante e come tale va considerato. L’evoluzione del DCR è piuttosto tipica: solitamente si presenta alla pubertà ed evolve rapidamente, i comportamenti di aggressione si strumentalizzano con estrema velocità (rispetto a cane e gatto) e presto il pappagallo diventa pressochè inavvicinabile dalla maggior parte del gruppo famigliare, a volte si lascia toccare soltanto da una persona che rappresenta il partner sessuale o il membro del gruppo che ha la comunicazione più impositiva e violenta (non necessariamente in senso fisico): spesso le richieste d’interazione sono impositive, a volte violente. Si tratta di una patologia della relazione ed è quindi evidente all’osservazione come tutto il gruppo famigliare comunichi in modo impositivo, competitivo e violento con il pappagallo o ne subisca l’imposizione. In altre parole il pappagallo sa comunicare unicamente in questo modo e si lascia sopraffare dal più forte del gruppo per poi prendersela con i più deboli. Il gioco in questi pazienti è molto raro e di solito unicamente di tipo competitivo, lo stato ansioso è pressochè costante e spesso si tratta di ansia intermittente. Quando il membro del gruppo da cui il pappagallo si lascia avvicinare riveste il ruolo di partner sessuale il paziente si mostra sovente impositivo, insistente e violento nelle sue richieste di attenzione, pretende d’iniziare e concludere le interazioni, controlla tutte le altre interazioni del partner e le gestisce, spesso con delle aggressioni. Poiché questa patologia si presenta alla pubertà, momento fondamentale per la crescita mentale e lo sviluppo della vita sociale del pappagallo, molto spesso si accompagna ad un difetto di socializzazione (desocializzazione secondaria): se il pappagallo diviene violento i membri del gruppo tenderanno ad interagire sempre meno con lui, ad isolarlo, in um momento molto delicato dello sviluppo. Se le interazioni sono troppo ridotte, tenendo presente che il pappagallo non generalizza con tanta facilità come il cane, un soggetto ben socializzato potrebbe evolvere rapidamente in un paziente poco o per nulla socializzato in pochi mesi, a volte in poche settimane. Nelle specie in cui i tempi di sviluppo sono più lunghi (i grandi cacatua, ad esempio) i tempi di perdita di socializzazione sono dilatati, ma nelle specie a crescita più rapida, come gli inseparabili, si riducono drasticamente. Ecco perché molto spesso dcr e difetto di socializzazione sono così spesso compresenti.

La terapia del disturbo competitivo di relazione
La terapia di questa patologia è farmacologica nel caso in cui ci siano aggressioni, soprattutto se si tratta di pappagalli di medio-grandi dimensioni e dunque potenzialmente pericolosi o se le agressioni occupano la maggior parte delle risposte alle interazioni inter o intraspecifiche. La fluoxetina ha un discreto effetto di riduzione del comportamenti di aggressione e contiene piuttosto bene le emozioni in queste specie, riducendo l’entità e la frequenza delle fluttuazioni di arousal e quindi i comportamenti impulsivi. In queste specie ci sono alcune segnalazioni sull’utilizzo di psicofarmaci, ma tutte aneddotiche o di singoli casi clinici. È riportato l’utilizzo di questo farmaco alla dose di 1 mg/kg, suddivisa in due somministrazioni giornaliere. L’autore preferisce la mono somministrazione al mattino e, soprattutto nei casi più gravi in cui il paziente presenta serie difficoltà nella gestione delle emozioni, può arrivare anche a 2 mg/kg. Sono riportati anche altri farmaci per ridurre il comportamento di agressione. L’autore utilizza soprattutto la fluoxetina. La leuprorelina o leuprolide è utile in caso di aggressioni stagionali, ma ancora non conosciamo le conseguenze a lungo termine di questa terapia soppressiva sulla produzione di ormoni sessuali. Gli impianti di leuprorelina sono inseribili anche su pappagalli di piccola taglia, ne è riportato l’impianto con successo e senza effetti indesiderati anche in inseparabili o pappagalli ondulati. L’autore preferisce inserire l’impianto sottocute nella zona del dorso, fra le ali. Le modalità di somministrzione del farmaco devono adattarsi al singolo paziente, in modo da facilitarne il più possibile l’assunzione. La terapia di quasi tutte le patologie del comportamento richiede dei tempi prolungati, mesi se non anni, ed è quindi impensabile costringere il gruppo famigliare a somministrare forzatamente il farmaco al paziente per un periodo di tempo così prolungato senza che questo incida sulla relazione, soprattutto in pazienti che presentano comportamenti di aggressione. Quasi tutti i farmaci psicotropi sono presentati in formulazioni poco appetibili per i pazienti aviari, è quindi preferibile richiedere preparazioni galeniche, possibilmente in forma liquida, con l’introduzione di aromi che incontrino maggiormente il gusto di questi animali. L’autore utilizza solitamente la melassa o l’aroma di mela. E’ importante offrire il farmaco all’interno di un rituale già presente in famiglia (ad esempio la condivisione di parte del pasto), a patto che non implichi la somministrzione di alimenti nocivi per il pappagallo, o creare un rituale apposito che venga marcato con emozioni positive prima di inserire il farmaco. Il rituale dev’essere strutturato con un segnale d’inizio, uno svolgimento ed uno di fine. Per il termine si può utilizzare il finito, per le restanti parti non esistono regole precise, sarà importante trovare segnali e cornici di svolgimento che presentino marcature emozionali positive sia per il gruppo famigliare che per il paziente. La prima prescrizione da effettuare, in ogni caso non soltanto in pazienti con dcr, è l’insegnamento al proprietario della comunicazione con il pappagallo. La maggior parte dei clienti non sa leggere correttamente i segnali che il pappagallo invia e si approccia in modo errato: l’eliminazione delle incomprensioni è alla base di una buona relazione. Inoltre la maggior parte delle terapie che prescriviamo richiede che il proprietario sappia comprendere quando il pappagallo fatica a gestire la situazione o sta iniziando ad essere irritato, prima che compaiano crisi di panico o aggressioni vere e proprie. Dunque la lettura dei segnali prodromici è di fondamentale importanza per la buona riuscita di una terapia. Nel caso del dcr la terapia prevede poi soprattutto l’apertura della dimensione collaborativa di relazione. La motivazione a competere a a collaborare sono mutualmente esclusive quindi, in un paziente in cui la motivazione competitiva occupa molto “spazio mentale”, sarà di fondamentale importanza disciplinare questa motivazione ed allenarne altre che offrano modalità diverse d’interazione e di relazione. Tutti i giochi di collaborazione sono ottimi, ma sarà importante scegliere partendo da quelli più adatti alla diade pappagallo-uomo che abbiamo di fronte, me consegue che utilizzeremo giochi diversi con membri diversi del gruppo famigliare, spesso anche trasformando giochi che le persone già fanno con il pappagallo in modo che siano collaborativi e non competitivi. Attività ludiche collaborative sono i problem solving (effettuati assieme al pappagallo, non somministrati perché li risolva da solo) i percorsi ad ostacoli, il corpo come palestra, l’esplorazione guidata degli oggetti, il canto. E’ di fondamentale importanza che ogni attività si svolga con marcature emozionali positive durante tutta la durata, che non ci siano momenti di grande difficoltà o frustrazione, che le persone controllino il livello di arousal del pappagallo e cerchino di mantenerlo ad un livello medio evitando le fluttuazioni, che preludono solitamente alle aggressioni. In questo senso, se il paziente lo permette, è utile che il terapeuta presenti le attività al gruppo e che questo le effettui inizialmente in sua presenza proprio perché tutti imparino a gestirle nel modo migliore possibile. Una possibile alternativa consiste nel chiedere alle persone di filmarsi mentre giocano a casa per poi visionare assieme i filmati e correggere eventuali errori o proporre alternative o integrazioni alle interazioni proposte. Molti pappagalli sociopatici imparano a gridare per ottenere il contatto con i proprietari o anche soltanto uno sguardo. Nel caso dei pappagalli bisogna però considerare che in natura gridano per farsi sentire dagli altri e dunque sono abituati a tenere toni alti per comunicare. La comunicazione continua con gli altri membri del gruppo è fondamentale in questa specie, mentre invece in casa il proprietario vorrebbe che non emettessero mai suoni, se non quando loro richiesto. Questo non è possibile, ma si può sicuramente migliorare la comunicazione fra proprietario e pappagallo creando delle semplici sequenze comunicative che non implicano l’uso della voce. Si può effettuare il codaggio di un comportamento, di un semplice movimento come il sollevamento della cresta nel cacatua ad esempio, per trasformarlo in un metodo di comunicazione alternativo alla voce. Il codaggio è un metodo di addestramento utilizzato spesso nei parchi zoologici per ottenere un determinato atteggiamento da un animale con un preciso movimento, che fa da segnale d’inizio. Come prima cosa, ogni volta che il pappagallo effettua il comportamento che si vuole “codare”, il proprietario fa un certo movimento, ad esempio ogni volta che il pappagallo alza la cresta il proprietario alza il dito indice, tenendo la mano ben in vista. Subito dopo il proprietario parla con voce soddisfatta al pappagallo, dicendogli bravo e seguitando ancora per qualche secondo con altre parole. Presto il pappagallo apprenderà a sollevare la cresta ogni volta che il proprietario alzerà il dito e sarà sufficiente, per soddisfare la sua esigenza di continuo contatto con il gruppo, che il proprietario si affacci ogni tanto o, mentre passa davanti alla gabbia, alzi un dito e dica qualcosa di gentile al pappagallo appena avrà alzato la cresta. Un altro mezzo comunicativo è il richiamo di contatto o il canto in coro o a seguire: il richiamo può sostituire le grida di pretesa del pappagallo e il canto in coro o a seguire possono rappresentare un’interazione vocale prolungata, che soddisfa le esigenze etologiche del pappagallo ma contemporaneamente allena la motivazione a collaborare. È importante che il gruppo sociale ignori le richieste impositive del pappagallo e gli proponga invece, appena smette, un richiamo di contatto non gridato, che può essere sia una frase (ES: “sono qui”) che un suono (lieve fischio o schiocco della lingua o delle labbra). Questo richiamo dev’essere ripetuto spesso durante la giornata, anche senza arrivare in vista del pappagallo, e lo si può utilizzare per rispondere ai richiami del pappagallo che non sono grida e che sono adeguati per quel gruppo sociale. Il canto rappresenta invece una proposta d’interazione più complessa e prolungata, che allena moltissimo la motivazione collaborativa attraverso un canale comunicativo primario per il pappagallo e con modalità che sono estremamente gratificanti per queste specie. Si può iniziare proponendo al paziente un semplice motivetto cantato o fischiato, l’importante è che il suono non venga emesso rivolgendosi direttamente a lui ma passandogli davanti mentre si è impegnati in altre attività. Insomma i membri del gruppo dovrebbero cantare o fischiare mentre sono impegnate nelle attività quotidiane. È possibile anche sfruttare la motivazione competitiva del pappagallo, in questo modo disciplinandola: due o più membri del gruppo possono cantare o fischiare un motivo rivolgendosi l’uno all’altro, ridendo e mostrando di divertirsi molto. Si può cantare assieme oppure cantare uno di seguito all’altro. Quando il pappagallo mostrerà interesse sporgendosi verso chi canta ed iniziando ad emettere piccoli suoni una persona portà rivolgerglisi direttamente cantando o fischiando un pezzo del motivo. E’ importante non aspettare che il pappagallo emetta suoni eccessivi ma coinvolgerlo nel dialogo appena si mostra interessato, ai primi suoni emessi, per evitare che sperimenti la frustrazione di essere escluso ed inizi a pretendere l’interazione con le modalità che gli sono famigliari, ovvero in modo impositivo. Con il tempo sarà il paziente stesso a proporre una parte del motivo per iniziare il dialogo, a questo punto sarà importante rispondere quando il suono non è troppo forte, sia scegliendo di cantare con lui sia dicendogli chen on è il momento, ovvero dandogli il finito. È di fondamentale importanza, quando si interagisce con un paziente con dcr, che sia il gruppo sociale e non il paziente a gestire le interazioni. Ecco che si rende necessario un segnale di fine, che spieghi al pappagallo quando l’interazione è terminata, il finito può essere molto utile ed è sicuramente meglio del “basta”, che spesso viene utilizzato dal gruppo quando non ne può più delle richieste del paziente (che in questo caso possono essere veramente insistenti ed invadenti) e che quindi è associato ad un portato emozionale decisamente negativo, sia per le persone che per il pappagallo. La gestione delle interazioni è molto importante per modificare i ruoli all’interno del gruppo sociale. Un pappagallo affetto da dcr solitamente inizia e finisce le interazioni, spesso in modo impositivo o addirittura violento (come nel caso delle aggressioni per interrompere il contatto durante le coccole). E’ di fondamentale importanza che siano i membri del gruppo sociale e non il paziente a gestire le interazioni, prendendo l’iniziativa e proponendo attività o dialoghi e smettendo quando ancora il paziente è positivamente coinvolto. Se il pappagallo si propone, soprattutto se lo fa nel modo sbagliato, le persone possono comunicargli il finito e, dopo alcuni secondi o minuti a seconda del grado di eccitazione del pappagallo, proporsi quando è più calmo.

I difetti di socializzazione
Si tratta di patologie molto, molto frequenti. Nel caso di soggetti di cattura ci si trova di fronte ad un paziente selvatico, totalmente non socializzato, che richiede un lungo periodo di adattamento per abituarsi alla presenza dell’uomo. In questo caso non si può parlare certo di processo di socializzazione, ma semplicemente di adattamento. In realtà i problemi più gravi si hanno nei soggetti allevati a mano, che presentano una parziale socializzazione con l’uomo dovuta all’impregnazione nei confronti dell’allevatore, ma che spesso è associata ad esperienze negative come l’alimentazione con la sonda, una manipolazione brusca e troppo breve, ecc. Inoltre si tende a considerare un soggetto allevato a mano come “socializzato con l’uomo”: questo è assolutamente falso. Il pappagallo allevato a mano presenta soltanto un’impregnazione iniziale e spesso ad una sola persona, l’allevatore. Il proprietario che adotta un giovane pappagallo, che lo nutre, rappresenta per lui la figura genitoriale (materna o paterna o entrambe a seconda delle abitudini comportamentali della specie) e dunque, grazie all’impregnazione precedente, difficilmente avrà problemi di socializzazione con il pappagallo, anche se probabilmente avrà molti altri problemi relazionali, soprattutto quando gli ormoni sessuali inizieranno a stimolare il cervello del paziente portando nuove, forti emozioni, che un pappagallo che non ha avuto un buon processo di attaccamento difficilmente saprà controllare. Ma se il pappagallo non viene manipolato da più persone, non viene in contatto con una vasta gamma di soggetti umani nel corso del suo sviluppo comportamentale non si potrà considerare correttamente socializzato: i pappagalli difficilmente generalizzano nel processo di socializzazione, dunque necessitano di un’esperienza ampia e varia, sempre positiva, per socializzare con un’altra specie. Nel caso in cui l’esperienza con l’allevatore sia stata negativa si avranno problemi di paure sin dai primi giorni, così come in caso di sovrastimolazione in età neonatale (vedi capitolo sullo sviluppo comportamentale). Un soggetto non socializzato sviluppa costantemente una fobia sociale che tende a presentarsi facilmente con comportamenti di aggressione per distanziare lo stimolo fobogeno. In altri casi il pappagallo ha degli attacchi di panico alla vista delle persone e tenta la fuga provocandosi gravi lesioni, sia che sia in gabbia sia che sia libero. Spesso alla fobia iniziale se ne aggiungono altre, derivate dal comportamento di reazione dei proprietari alle aggressioni del pappagallo: paura di oggetti o suoni utilizzati per punire o allontanare il pappagallo che aggredisce. In casi molto gravi di fobie multiple il paziente si rifiuta di uscire dalla gabbia e presenta ansia permanente con evoluzione in depressione. Molto spesso il difetto di socializzazione è correlato e coevolve con il DCR (vedi capitolo precedente) oppure è compreso in una patologia più ampia è molto, molto frequente nei pappagalli: la sindrome da privazione sensoriale.

La terapia dei difetti di socializzazione
La terapia di questa patologia richiede la fluoxetina in caso di aggressioni o la clomipramina o la selegilina in caso di inibizione e mancanza di presa d’iniziativa. La terapia comportamentale è lunga e complessa e caratterizzata da piccoli miglioramenti dilazionati nel tempo. È di fondamentale importanza far comprendere al proprietario come quello che all’apparenza sembra soltanto un piccolo miglioramento per noi sia in effetti per il paziente un grande traguardo e come tale vada premiato. Ogni piccolo miglioramento dev’essere fatto notare al gruppo famigliare per motivarlo a proseguire nella terapia soprattutto inizialmente, poiché le capacità di comprendere la comunicazione e le emozioni del pappagallo non saranno elevate nel gruppo e i miglioramenti saranno molto, molto ridotti. Poiché il pappagallo è comunque un animale selvatico è difficile, se non si tratta di un soggetto giovane, socializzarlo completamente e con totale successo all’uomo. La terapia prevede esercizi di presa di contatto, inizialmente con distanze anche elevate a seconda della capacità di gestione del paziente. Il proprietario dovrà guardare il pappagallo non direttamentre, ma mantenendolo nel proprio campo visivo e chiudendo spesso gli occhi, senza spalancarli e mantenendo un atteggiamento rilassato. L’uso di tutti i segnali di pacificazione e delle attività di sostituzione descritte nel capitolo sulla comunicazione è di grande utilità in questa prima fase. Inizialmente si può posizionare la gabbia del pappagallo in un luogo riparato da cui però egli possa osservare il suo gruppo sociale muoversi ed effettuare tutte le normali attività quotidiane. In caso di pazienti molto gravi si può anche coprire parzialmente la gabbia con un telo con dei buchi o mettere una pianta a parziale copertura, in modo che possa nascondersi ed osservare senza essere visto. Permettere ad un pappagallo non socializzato di uscire dalla gabbia da solo è controproducente, poichè al momento di rimetterlo in gabbia lo si dovrà costringere e questo non migliorerà certo la relazione con il proprietario. E’ dunque importante prevedere una gabbia molto grande, con un ottimo arricchimento ambientale. È importante comprendere quali oggetti il pappagallo non teme ed utilizzarli come arricchimento ambientale in gabbia: soprattutto nei pazienti totamente selvatici, in cui il livello di socializzazione è nullo, l’utilizzo dell’esplorazione guidata di un oggetto da parte delle persone è controproducente, poiché il paziente le teme e non si fida di loro e quindi ogni oggetto da loro presentato può essere considerato pericoloso. Meglio utilizzare l’oggetto ignorando il paziente e rimanendo ad opportuna distanza per non elicitare emozioni negative, ma sfruttare le caratteristiche di specie relative all’apprendimento sociale e alle attività di sostituzione come comportamenti di pacificazione. Il proprietario dovrà sempre fornire il cibo al pappagallo personalmente, se ci sono più membri nella famiglia sarebbe meglio che lo facessero tutti a turno poiché il pappagallo non generalizza facilmente e tende a socializzare con la singola persona. Meglio evitare il contatto visivo soprattutto nelle fasi iniziali di approccio e cercare di ridurre al minino il tempo di permanenza delle mani nella gabbia. Si può iniziare la presa di contatto fisico attraverso la gabbia, offrendo del cibo al pappagallo. Si possono poi offrire vari oggetti, utilizzando le metocihe comunicative descritte nel capitolo dedicato alla comunicazione. Una volta preso contatto in questo modo si può passare a chiedere di salire sulla mano aprendo la gabbia. Inizialmente si può aprire la gabbia ed offrire oggetti e/o premi, poi allontanarsi e lasciare che il pappagallo comprenda che lo sportello aperto non rappresenta un pericolo. Quando il pappagallo permetterà l’avvicinamento a sportello aperto senza intimorirsi o aggredire si potrà passare a chiedere di salire sulla mano, mantenendola ferma e stabile come un posatoio e facilitando la presa di contatto per mezzo del gioco e l’utilizzo di segnali calmanti. Si può mettere del cibo sulla mano e lasciare che il pappagallo la esplori. Quando il pappagallo sale la prima cosa che deve comprendere è che può scendere quando vuole e che la mano non si muove. Quando il pappagallo si troverà a suo agio sulla mano il proprietario potrà iniziare a spostarle verso l’uscita, con lo scopo di far uscire il paziente. Il processo dovrà essere molto graduale e il paziente dovrà essere riportato al punto di origine non appena si mostra in lieve difficoltà. E’ bene che al pappagallo venga permesso di uscire dalla gabbia soltanto quando sale sulla mano del proprietario con facilità e correttamente alla sua richiesta. La prima volta l’uscita deve essere molto breve, soltanto all’interno della stanza dove si trova la gabbia, e non ci devono essere suoni o persone diverse che potrebbero causare fughe. Le uscite dovranno essere gradualmente più lunghe e su di un’area sempre più vasta della casa. Una volta che il pappagallo sarà abituato a girare la casa sulla mano del proprietario gli si potrà permettere di esplorare oggetti offerti dai membri della famiglia e si potranno iniziare le attività collaborative. Le attività ludiche di corpo come palestra, i percorsi ad ostacoli e l’esplorazione guidata di oggetti e luoghi aiutano a creare una relazione di fiducia e a far apprezzare al paziente il contatto con il corpo delle persone in una situazione di benessee psichico e rilassamento. Per i pazienti più timorosi è meglio iniziare gli esercizi non offrendo i premi in cibo dalle mani ma mettendoli in terra o sul corpo della persona da esplorare. Per quei pazienti che sono socializzati soltanto con un membro della famiglia questo può fare da mediatore fra il pappagallo e gli altri membri del gruppo, ad esempio guidando il pappagallo a percorrere il corpo di un’altra persona che rimane ferma. In un secondo momento, o nei pazienti che non presentano gravi difetti di socializzazione, si può utilizzare il gioco del richiamo: due persone si posizionano vicine e il pappagallo parte dalla mano della persona con cui ha più famigliarità. Questa persona indica al pappagallo l’altro giocatore, che sta manipolando un gioco che il paziente ama molto. Quando il pappagallo si mostra interessato al gioco la persona glielo offre e, quando lo tocca, viene premiato prima da questa con un bravo e poi dall’altra con un premio in cibo. Con il tempo si aumenta la distanza fra le persone, magari interponendo uno spazio che il pappagallo può percorrere facilmente come un tavolo (su cui si trova a suo agio) e si richiama a turno l’attenzione del pappagallo con la stessa metodica, premiandolo con voce e cibo quando arriva. il numero di giocatori può essere progressivamente aumentato, partendo sempre da quelle che il pappagall oconosce meglio ed inserendo man mano gli altri, che entreranno nel punto più lontano dal pappagallo e con una corretta prossemica e cinetica.

La sindrome da privazione sensoriale
L’autore ritiene che la maggior parte dei pappagalli non riceva una corretta stimolazione durante lo sviluppo e dunque che pressochè ogni paziente che viene presentato in visita debba essere considerato ipostimolato e presenti un certo grado di privazione sensoriale. Purtroppo non esistono studi scientifici in merito al processo di attaccamento nel pappagallo ed all’influenza che ha sul modo di porsi nei confronti del mondo e delle relazioni con gli altri, conspecifici e non, tutavia l’autore ha potuto osservare che la maggior parte dei pazienti con sindrome da privazione sensoriale sono pappagalli allevati a mano e che in questi molto spesso la patologia presenta un’insorgenza diversa rispetto ai pappagalli allevati da genitori conspecifici. I giovani pappagalli allevati a mano si mostrano infatti socievoli e disponibili all’interazione, curiosi ed esplorativi nelle prime settimane dopo l’adozione, per poi progressivamente ridurre la fiducia nei confronti del nuovo e presentare sempre più frequentemente comportamenti d’inibizione o di fuga anche in situazioni in cui in precedenza si erano mostrati curiosi. La diffidenza è normale nei pappagalli puberi ed adulti, ma non lo è in quelli giovani. L’autore sospetta che il problema risieda nel modello di attaccamento errato dovuto all’allevamento da parte di un non conspecifico, che non comprendendo a fondo la comunicazione, gli stati emozionali e le esigenze di un pullus non è stato per esso una base sicura. Un’altra possibilità potrebbe essere un difetto nel modello di attaccamento secondario, ovvero il gruppo famigliare, che non è in grado di affiancare e supportare correttamente il giovane, troppo giovane, pappagallo nel suo percorso di conoscenza del mondo e degli individui che lo popolano. Insomma il problema non risiede soltanto nella carenza quantitativa di esperienze, comunque quasi sempre presente, ma anche nella loro scarsa qualità. Se non c’è un individuo, o più individui, di riferimento il pappagallo diviene sempre più insicuro, diffidente e tutte le esperienze che fa sono connotate da emozioni negative: ansia, timore, paura, perdita, solitudine, ecc. Questo genera una difficoltà ed un’inadeguatezza crescente a far fronte alla vita quotidiana, ed esita nella sindrome da privazione sensoriale. Quando si valuta un pappagallo bisogna tener presente che è davvero difficile fornire ad una specie preda selvatica tutti gli strumenti necessari per vivere bene in un ambiente famigliare umano di città, proprio perché si tratta di un habitat per molti versi diametralmente opposto a quello in cui vive un pappagallo in natura. Si potrebbe pensare che un pappagallo di questo tipo potrebbe vivere benissimo in una voliera esterna ampia, con alberi e piante a disposizione. Purtroppo però non è così: sono pochissimi i pappagalli che escono fuori di casa in libertà, anche soltanto in un trasportino o per una passeggiata con il proprietario, ne consegue che molti pappagalli vengono letteralmente presi dal panico quando si trovano senza un soffitto sulla testa, ovvero hanno paura del cielo. Un altro elemento da considerare, e di cui non si conosce realmente l’importanza, è il ruolo dei raggi ultravioletti nell’identificazione del cibo e dei membri del gruppo nei pappagalli. Essi sono infatti in grado di vedere queste lunghezze d’onda della luce, che purtroppo vengono filtrate dai vetri delle finestre riducendo quindi l’entità della stimolazione visiva nei soggetti che vivono unicamente in casa. Sicuramente questa carenza influenza lo sviluppo mentale del pappagallo, ma non si sa come.
In ogni caso i pazienti affetti da sindrome da privazione sensoriale sono molto rigidi nei loro comportamenti, richiedono codici di condotta molto precisi e cornici definite per poter essere avvicinati (esempio: il pappagallo si lascia toccare soltanto sul divano, la sera, quando stiamo guardando la televisione) e sono estremamente neofobici. Difficilmente giocano con oggetti e, se lo fanno, scelgono una o due categorie di materiale o proprio degli oggetti precisi e toccano soltanto quelli (le penne, le matite, la carta, il legno, ecc). Spesso gridano se l’unica persona cui si sono legati (il legame con un solo membro del gruppo è quasi una costante in tutte le patologie del comportamento del pappagallo) si allontana o anche soltanto scompare alla vista. Questi pazienti possono avere attacchi di panico anche per il più piccolo stimolo, a volte i proprietari non riescono a definirne la causa perché per loro si tratta di qualcosa di totalmente innocuo e normale. La reazione a ciò che li spaventa può essere sia la fuga che l’aggressione, quindi molti pazienti presentano aggressioni da irritazione, da paura e/o territoriali. Tutte le aggressioni sono volte ad allontanare ciò che spaventa il paziente, ma con il tempo la mania di controllo prende il sopravvento e le aggressioni si verificano anche per controllare gli altri membri del gruppo, i loro spostamenti, le loro interazioni. Con l’evolversi della patologia l’ansia si trasforma da intermittente in permanente e l’inibizione diviene il sintomo preponderante, spesso accompagnata dall’autodeplumazione, dall’autotraumatismo o da altre forme di stereotipia, come il succhiamento delle dita o il rosicchiamento delle sbarre della gabbia. Molto spesso c’è una oggettiva difficoltà a prendere sonno, più precisamente a rilassarsi abbastanza da poter dormire: questi pazienti necessitano di un rituale di qualche tipo per potersi rilassare al punto di prendere sonno. Alcuni pazienti dormono soltanto se sono vicini ad un certo oggetto, che a volte devono anche toccare, oppure in un unico luogo, o soltanto se prima hanno esplorato il luogo di riposo con una sequenza ben precisa, ecc.

La terapia della sindrome da privazione sensoriale
Nessuna terapia in queste specie può prescindere da un adeguato e vario arricchimento ambientale. I giochi devono adattarsi alla taglia ed alle abitudini di ogni singola specie e devono essere introdotti tenendo in considerazione il tipo di patologia del paziente: nel caso di un fobico, ad esempio, l’inserimento dovrà essere molto graduale e sempre accompagnato dal supporto del proprietario per facilitare l’esplorazione. Mai inserire un elemento nuovo direttamente nella gabbia: è molto probabile che venga visto come un intruso potenzialmente pericoloso e aggredito oppure evitato, portando ad uno stato di ansia e timore del paziente, che vedrà violata anche la sicurezza prima rappresentata dalla propria gabbia. La presentazione di nuovi oggetti che faranno parte dell’arricchimento ambientale diviene anche un mezzo per aumentare il piano prossimale di esperienza del paziente, tramite la mediazione da parte del gruppo famigliare. E’ molto importante che il paziente si senta protetto e rassicurato dal gruppo famigliare, che deve comprendere appieno le sue manifestazioni di timore ed evitare di esporlo a difficoltà eccessive. La terapia infatti pevede si di aumentare il piano prossimale di esperienza del pappagallo, ma attraverso l’accreditamento del gruppo famigliare nel ruolo di guida, poiché il paziente da solo non è in grado di gestire l’ambiente e gli stimoli che lo circondano. Ecco dunque che le attività di corpo come palestra, percorsi ad ostacoli e problem solving collaborativi, assieme all’esplorazione assistita degli oggetti, divengono attività ludiche adatte alla riabilitazione. Poiché una delle maggiori difficoltà di questi pazienti consiste nel sentirsi al sicuro in un luogo è estremamente utile individuare una cornice adeguata per le attività, che il pappagallo abbia la possibilità di conoscere con calma e senza obblighi, in cui poi tutte le attività nuove verranno svolte inizialmente. Può essere utile scegliere un tavolo o un ripiano non troppo ampio, su cui verranno sistemati gli oggetti che serviranno per le attività prima che arrivi il pappagallo. Anche le persone coinvolte, tranne quella cui il pappagallo è maggiormente legato e che avrà il compito di portarlo al tavolo, dovranno sedersi prima attorno ad esso in posizione neutrale. È sempre meglio iniziare dalla presentazione e dal coinvolgimento del paziente in attività che implichino l’uso di oggetti o materiali già conosciuti, che possono venire combinati o posizionati in modo insolito, per poi gradualmente inserire materiali o oggetti nuovi in combinazione a quelli noti. Anche in questo caso la lettura dei segnali emozionali e di comunicazione emessi dal paziente è essenziale per la buona riuscita delle attività. Il paziente non dovrà mai trovarsi in difficoltà eccessiva e dovrà sempre riuscire nelle attività, che dovranno essere terminate non appena egli raggiunge un obiettivo e prima che si stanchi. Un’attività essenziale per il benessere del pappagallo e per aumentare il suo piano prossimale d’esperienza è l’uscita in esterni. A questo scopo il training su ingresso ed uscita dal trasportino e la marcatura emozionale dello stesso con emozioni positive forniscono competenze essenziali per un’uscita piacevole e costruttiva. Il trasportino dev’essere di plastica e chiuso sopra ed ai lati, come quelli classici da gatto, e fornito di un posatoio, di un materiale antiscivolo sul pavimento e di un gioco che il pappagallo ama molto, in modo che si senta al sicuro. L’uso di un oggetto come mezzo per rassicurare il paziente è molto utile per facilitare l’esplorazione di un luogo nuovo o l’avvicinamento ad una persona. Il tasportino viene posizionato sul tavolo dove il pappagallo effettua le attività ludiche, inizialmente in posizione defilata, e si presentano al paziente giochi ed attività che lo portano ad avvicinarlo. Si possono poi mettere giochi vicino e gradualmente dentro. Quando il pappagallo entra volentieri nel trasportino si può iniziare ad allenare ingresso ed uscita, meglio se con un target come una cannuccia (che si può infilare fra le sbarre del fondo e indicare facilmente al pappagallo la strada da seguire, mentre con la mano l’ingresso sarebbe bloccato dal braccio. Quando il paziente apprende ad entrare ed uscire seguendo il target si può inserire lo sportello, far entrare il pappagallo, lasciargli un gioco o del cibo a disposizione ed accostare lo sportello gradualmente, avendo cura di riaprirlo immediatamente appena egli si gira a guardarlo o mostra il desiderio di uscire. La chiusura sarà molto graduale perché il pappagallo non rimanga chiuso senza sentirsi a suo agio dentro al trasportino. A questo punto sarà possibile effettuare delle uscite in passeggiata, portando il paziente prima in luoghi molto tranquilli ed in seguito in aree gradualmente più ricche di stimoli. In alcuni casi, valutando molto bene il modo in cui il pappagallo utilizza il volo per fuggire e soltanto dopo aver creato una relazione di fiducia con il gruppo sociale, si può procedere al taglio delle penne remiganti delle ali, da effettuarsi soltanto ad opera di un veterinario esperto in uccelli e, per i pazienti molto timorosi, in anestesia, per favorire le uscite anche fuori dal trasportino senza timore di fughe. Questo permette di ridurre i tempi ed arrivare prima all’uscita fuori dal trasportino ma, soprattutto in pazienti deprivati, il rischio è di un’aggravamento dei sintomi qualora il paziente si trovi in situazioni di difficoltà, tenti di fuggire e si finisca in terra o impossibilitato a volare.

Le fobie
Sono poco frequenti come singola patologia, più spesso sono associate a problemi più complessi come privazione sensoriale o problemi di socializzazione. Raramente un paziente presenta un’unica fobia, più spesso al momento della visita le fobie sono multiple, spesso le più recenti sono derivate dalle più remote, associabili sia perché presenti nello stesso contesto che perché relative alla reazione del proprietario o del gruppo famigliare nel corso degli episodi fobici. I pappagalli tendono a sviluppare facilmente fobie in seguito ad esperienze di paura e tendono a generalizzare facilmente in questo caso. Lo stato di parziale privazione sensoriale in cui frequentemente si trovano probabilmente facilita questo processo. Nella maggior parte dei casi la reazione è la fuga, il tentativo di nascondersi porta il paziente ad esporsi a rischi piuttosto gravi che di solito esitano in traumi da volo scomposto e disattento, ma può anche comportare comportamenti di minaccia con grida acute, oppure aggressioni.

La terapia delle fobie
Nella terapia riabilitativa in questo caso bisogna innanzitutto lavorare per rinsaldare il legame con il gruppo famigliare, per favorire il superamento della patologia ed accelerare la terapia. L’arricchimento ambientale, soprattutto con giochi intelligenti, è fondamentale, assieme alle attività collaborative con la famiglia. Il concentrarsi sull’accettazione della situazione che genera la fobia non è mai d’aiuto, meglio far si che il paziente si riferisca al proprio gruppo famigliare come a delle basi sicure e, attraverso questa relazione rassicurante e incoraggiante per il paziente aumentarne il piano prossimale di esperienza, in modo che acquisisca le competenze necessarie per comprendere e gestire anche le situazioni fobogene. Un’altra possibilità consiste nell’utlizzo di tecniche di manipolazione rilassanti che aiutino il cane a gestire le emozioni negative in corso di episodi fobici. Nel pappagallo il contatto con le guance e la fronte può essere allenato per evocare un senso di relax: allenando questo tipo di contatto rilassante in situazioni di calma, meglio se facendolo precedere da un segnale che indica l’inizio del contatto rilassante, per poi utilizzarlo non appena si presenta una situazione che potrebbe essere fobogena. Un’altra possibilità consiste nell’utilizzo di una sorta di tana in cui il pappagallo possa rifugiarsi quando si trova in difficoltà, che lo aiuti a calmarsi e rilassarsi. Si possono utilizzare oggetti e materiali diversi, sfruttando le preferenze individuali di ciascun paziente (sia di materiale che di forma): un trasportino in plastica o in stoffa, un telo di pile, una tendina da gatto, ecc. E’ importante sottolineare che la tana non dev’essere soltanto un rifugio sicuro, ma anche un luogo marcato con emozioni positive. Il lavoro descritto sul trasportino nella terapia della sindrome da privazione sensoriale può essere utilizzato anche per ottenere una tana sicura per il paziente fobico. Questa tana potrà essere lasciata a disposizione al pappagallo perchè possa rifugiarvisi e trovare la tranquillità in tutte le situazioni di fobia. Non dev’essere però l’unica soluzione attuata perché altrimenti sarà l’unica risposta possibile del paziente alle situazioni fobogene.

FONTE : SIVAE

Settore: Animali esotici

Disciplina: Etologia-Terapia comportamentale

La diagnosi e le indicazioni terapeutiche delle patologie del comportamento dei pappagalli sono state discusse dalla Dottoressa Marzia Possenti durante il Corso di medicina comportamentale dei nuovi animali da compagnia.

Alcuni farmaci citati possono essere fuori commercio, questo è un’articolo  a SOLO scopo informativo, per ogni dubbio rivolgetevi sempre al vostro veterinario aviario di fiducia!!!

PIANTE TOSSICHE E CAUSE DI AVVELENAMENTO

I nostri pappagalli possono spesso morire senza apparenti sintomi. Spesso la causa del decesso è un avvelenamento. Ci sono molti fattori che possono portare all’intossicazione dei pappagalli, come piante, fumo e assunzione di sostanze tossiche. Elenco ora le principali cause dell’avvelenamento e le piante tossiche.

Teflon:
è un materiale impiegato in numerose pentole e negli asciuga capelli. Assicuratevi che il vostro pappagallo non lo respiri mai, potrebbe morire in pochi giorni.

Fumo di sigarette:
il fumo delle sigarette è altamente tossico e il pappagallo può avere delle vere e proprie crisi respiratorie se dovesse inalarlo. Se fumate, non fatelo in presenza dei vostri animali.

Metalli e metalli pesanti:
lo Zinco e il Piombo sono due metalli molto pericolosi. Si possono trovare in giocattoli, vernice, batterie, lampadine, e anche in cibi per assorbimento.

Le piante tossiche:
Avocado, Alloro, Clematide, Colocasia, Croton, Dieffenbachia, Digitale, Euforbia, Falsa Acacia, Filodendro, Fitolacca, Lupino, Mughetto, Oleandro, Ricino, Rododendro, Tabacco, Tasso e Vite del canada.
Rami delle piante appartenenti alla famiglia dei Prunus (il legno contiene glicosidi cianogenetici, che se ingeriti, si convertono in cianuro):
Albicocco – Ciliegio – Pesco – Prugna

Gli alberi tossici:
Acero rubrum
Albero frecce velenose
Ippocastano
Fico
Fico (appartamento) rampicante, beniamina, elstica
Agrifoglio
Ginepro
Oleandro selvatico
Avocado
Filadelfo
Fitolacca
Robinia
Tasso

Gli arbusti tossici:
Bosso
Carissa macrocarpa
Croton
Berretta da prete
Ortensia
Alloro di montagna
Ligustro
Albero da rosari
Filodendro
Rododendro
Rododendro canadese
Sambuco
Symphoricarpos albus
Edera

Le erbacee tossiche:
Astragalus
Atropa belladonna
Cannabis sativa
Cicuta
Daphne mezereum
Datura
Euphorbia pulcherrima
Menispermum canadense
Oxalis acetosella
Poinciana and related
Ricinus communis
Rumex
Salvia officinalis
Senecio jacobea
Solanum carolineuse

Le piante perenni tossiche:
Aconitum
Actaea pachypoda
Actaea rubra
Amaranthus
Arisaema
Asclepia
Caladium
Celastrus
Colocasia
Conium maculatum
Convallaria majalis
Delphinium
Dieffenbachia
Digitalis purpurea
Heliotropium
Hyoscyamus niger
Lantana
Lobelia
Lupinus
Medicago lupulina
Mentha pulegium
Mirabilis jalapa
Nicotiana
Ornithogalum umbellatum
Paeonia officinalis
Papaver somniferrum
Primula
Ranunculus
Rheum rhabarbarum
Rhus vernix
Rumex
Solanum melongena
Solanum pseudocpsicum
Solanum tuberosum
Toxicodendron radicans
Trifolium repens
Vicia
Vinca minor
Vinca rosea
Zantedeschia aethiopica

Le rampicanti tossiche:
Clematis montanae
Epipemnum aureum
Gelsemium sempervirens
Hedera
Lathyrus odoratus
Wistaria

I bulbi tossici:
Amaryllis
Hyacinthus orientalis
Iris
Narcissus
Narcissus jonquilla
Tulipa
Zigadenus venenosus

Le palme tossiche:
Cycas revoluta

PATOLOGIE COMPORTAMENTALI DEL PAPPAGALLO

Patologie comportamentali del pappagallo

 

Ansia, disturbi dell’attaccamento, difetti di socializzazione, fobie tra gli argomenti del Corso di medicina comportamentale SIVAE
La raccolta anamnestica in corso di visita comportamentale avviene suddividendo i comportamenti con la stessa metodica utilizzata nella classificazione dei comportamenti normali: si distinguono dunque il comportamento alimentare, dipsico, somestesico, sessuale, eliminatorio, di aggressione, il sonno e il gioco. Per meglio comprendere la relazione con il proprietario si chiede anche la descrizione di una “giornata tipo” del paziente. Il metodo di classificazione delle patologie, o nosografia, fa riferimento alla teoria elaborata da Patrick Pageat, che ha forti legami con la psichiatria.

L’ansia
Molto frequentemente negli psittacidi ad un’entità nosogafica si associa uno stato ansioso, in alcune patologie come i problemi di socializzazione o le fobie è quasi una costante. L’autodeplumazione si accompagna pressoché costantemente con l’ansia, anche se non sono presenti altri elementi dell’ansia permanente come l’inibizione o la riduzione delle attività, o non sono molto evidenti. Spesso l’inibizione diventa evidente durante il percorso riabilitativo: una volta che al paziente viene permessa una corretta espressione dei comportamenti ci si rende conto di quanti di essi fossero assenti o decisamente inibiti. Spesso i casi di ansia parossistica sono legati ad episodi di grave autodeplumazione o addirittura autolesionismo improvvisi e di varia durata. Poiché in queste specie mancano i più classici segnali di stress come leccamento delle labbra e schiocco della lingua, la diagnosi dello stato ansioso si dimostra decisamente più complicata. I segnali di maggior interesse sono dunque l’ipervigilanza, l’irrequietezza (pacing e cambio continuo di peso sugli arti), la variazione particolarmente frequente del diametro pupillare o la costante presenza di midriasi accentuata, l’emissione di grida in gruppi di vocalizzazioni costanti per intensità e frequenza. In rari casi si può osservare il paziente ansimare a becco aperto, pur non presentando patologie organiche. E’ importante individuare la presenza di questi segnali sia durante la visita in ambulatorio che indagando a fondo il comportamento del paziente nel suo ambiente domestico: a volte i proprietari negano la presenza di questi sintomi perché non sono stati in grado di leggerli, ma opportunamente istruiti saranno in grado di dare risposte più soddisfacenti ad un secondo incontro. L’ansia si associa alle fobie in caso di fobie multiple o molto gravi o semplicemente per la persistenza in loco dello stimolo fobogeno. In caso di problemi di socializzazione l’ansia è più grave quanto minore è il grado di socializzazione del paziente e quanto maggiori sono i suoi contatti con le specie con cui non è correttamente socializzato. Nella sociopatia a mio avviso c’è un relazione fra la sicurezza del paziente del proprio status sociale e la presenza e la gravità dello stato ansioso: pazienti fermamente saldi nel proprio status difficilmente presentano ansia. In caso di compresenza di più entità nosografiche l’ansia è una costante ed è di grado maggiore. Purtroppo quasi sempre i pazienti aviari arrivano in visita dopo anni di evoluzione della patologia, ne consegue che lo stato ansioso più frequentemente osservabile è quello permanente e l’autodeplumazione il sintomo più evidente.

La terapia dell’ansia
Quando è presente uno stato ansioso, anche se non c’è autodeplumazione, è consigliabile utilizzare sempre una terapia farmacologica. L’ansia riduce la plasticità comportamentale e la disponibilità del paziente a razionalizzare le esperienze, è quindi fondamentale ridurne i livelli per favorire l’apprendimento in situazioni emozionali positive. La fluoxetina (1-2 mg/kg sid o suddivisa in due somministrazioni giornaliere) viene utilizzata soprattutto nei casi di autodeplumazione, poiché è legata ad un grave stato ansioso permanente con tendenza alla depressione. Questo farmaco può anche ridurre sensibilmente il comportamento di aggressione ma con una certa variabilità individuale. Anche la clomipramina (1-2 mg/kg da suddividere in 2 somministrazioni giornaliere) è segnalata per l’autodeplumazione, ma l’autore preferisce utilizzarla nei casi di ansia intermittente. Il dottor Pageat riporta anche la doxepina (1-3 mg/kg da suddividere in 2 somministrazioni giornaliere) e la selegilina (1 mg/kg al mattino), entrambe per la terapia dell’autodeplumazione (ansia permanente). Sono riportate anche la sertralina ()e un antistaminico con moderato effetto sedativo: . L’autore non ha esperienze pratiche in merito a questi ultimi due farmaci. Bisogna ovviamente individuare la patologia responsabile dello stato ansioso e fare una terapia adeguata.

I disturbi dell’attaccamento
La volontà d’inserire un capitolo che tratti di disturbi dell’attaccamento nel pappagallo è provocatoria: gli studi sul cane relativi al legame di attaccamento sono sempe più numerosi e sembrano confermare le analogie rispetto al legame di attaccamento nell’uomo. Ne consegue che molte patologie comportamentali nella specie canina sono favorite e/o peggiorate dal disturbo di attaccamento, che si può considerare uno dei principali fattori patogenetici. Nel pappagallo non esistono studi sul legame di attaccamento ma possiamo immaginare che, trattandosi di animali che nascono inetti e che per periodi anche lunghi dipendono dalle cure parentali per la sopravvivenza, sia presente una sorta di processo di attaccamento anche in queste specie. L’unico dato reale è la frequenza dei sintomi di sofferenza mentale ed emozionale al momento del distacco dalla/e figura/e di attaccamento in pappagalli allevati a mano. Nell’esperienza dell’autore i problemi più frequentemente lamentati dai proprietari di pappagalli con patologie del comportamento sono le grida e l’autodeplumazione/autotraumatismo. Molto spesso durante la raccolta anamnestica risulta evidente come questi sintomi si verifichino in assenza o al momento del distacco dalla/e figura/e di attaccamento. Per distacco intendo anche lo spostarsi fuori dalla vista del pappagallo. Questo indica un’estrema difficoltà nella gestione della lontananza e una visione di se non autonoma: molti pappagalli sono attivi soltanto in presenza dei proprietari, quando non ci sono non fanno nulla, neppure se si lasciano loro dei giochi. Questi sintomi sono pressoché sovrapponibili a quelli tipici del disturbo di attaccamento nel cane e, nell’esperienza dell’autore, sono spesso correlati ad una bassa autostima ed auto-efficacia: i pazienti non si ritengono capaci, non hanno iniziativa, si arrendono subito alla prima dificoltà incontrata. Un’altra similitudine sta incannellatine nei confronti del mondo, ovvero nel modo in cui il paziente tende a porsi nelle relazioni con gli altri individui del gruppo, con gli estranei, con le novità, ecc.

La terapia dei disturbi dell’attaccamento
La terapia farmacologica è importante per la riduzione della sofferenza emozionale del paziente al momento del distacco (qualsiasi distacco) e per aprire delel finestre cognitive attraverso la rigidità causata dallo stato ansioso. La clomipramina e la selegilina possono essere indicate per favorire la presa d’iniziativa del paziente, soprattutto se non sono presenti comportamenti di aggressione. In caso di aggressioni meglio utilizzare la fluoxetina. La terapia comportamentale prevede la creazione di un corretto legame di attaccamento con il gruppo sociale, non con un solo elemento, e l’aumento dell’autostima e dell’autoefficacia, favorendo le prese d’iniziativa corrette e funzionali.

Il disturbo competitivo di relazione
Si tratta di un problema molto frequente. I comportamenti di aggressione presenti sono quelli classici: aggressioni territoriali, competitive e da irritazione. Solitamente il pappagallo sceglie un elemento del gruppo come partner e tenta di gestirne i rapporti, i contatti e le relazioni con gli altri membri del gruppo e con gli estranei, pretende inoltre di gestire i contatti anche fra i membri del gruppo che non ha scelto come partner, anche se in maniera meno evidente rispetto ad esempio al cane. A mio avviso esistono delle forme di sociopatia “latente”, in cui la gestione dei contatti del partner avviene soltanto durante la stagione riproduttiva, ovvero in primavera-inizio estate. Chi si occupa di pappagalli definisce queste aggressioni “sessuali” o “da calore” ma a mio avviso sono unicamente segno di una patologia della relazione in cui i sintomi si esacerbano a causa della stimolazione ormonale, dunque si possono inquadrare nell’ambito del DCR. Se si esaminano a fondo questi casi infatti si possono identificare segnali compatibili con questo tipo di patologia durante tutto l’anno. Spesso si tratta di problematiche relative alla gestione del contatto fisico con il pappagallo, che non sfociano se non raramente in veri e propri comportamenti di aggressione per il solo motivo che il proprietario ha imparato a leggere, più o meno coscientemente, i segnali premonitori dell’aggressione vera e propria, e interrompe il contatto prima che essa avvenga. I soggetti presentano una decisa richiesta di contatto fisico con il proprietario, salvo poi interromperla improvvisamente quando lo preferiscono. Non è mai il proprietario a decidere di iniziare o terminare il contatto con il pappagallo. Molto spesso questi soggetti si lasciano toccare soltanto da una persona in famiglia, quella scelta come partner, anche se non mostrano timore per gli altri membri del gruppo famigliare. Le aggressioni sul cibo nei pappagalli sono rare, molto più spesso si tratta di aggressioni territoriali, scatenate dall’immissione di mani o altri oggetti nella gabbia del pappagallo per porgergli il cibo, cui il pappagallo risponde difendendo quello che considera il suo territorio. I pappagalli affetti da DCR rifiutano costantemente di entrare ed uscire dalla gabbia dietro richiesta dei membri del gruppo famigliare e tipicamente si posizionano su superfici alte, da cui possono dominare il territorio e rendere difficile la cattura da parte dei proprietari, pronti però a scendere qualora non siano più al centro dell’attenzione. Uno dei sintomi tipici della sociopatia in queste specie è dunque la difficoltà, o molto più spesso l’impossibilità, da parte dei proprietari nel gestire gli spostamenti del pappagallo nell’ambito del territorio: questi soggetti finiscono spesso per considerare l’intera casa proprio territorio, non soltanto la gabbia. In questi casi si presentano più facilmente aggressioni territoriali sia ai membri della famiglia che agli estranei. La sequenza tipica dell’aggressione territoriale è molto “teatrale”, con oscillazioni verticali di testa e busto e grida rauche e minacciose, ma purtroppo i pappagalli hanno una forte tendenza a strumentalizzare i comportamenti, compresi quelli di aggressione, e ben presto questa sequenza si perde ed il pappagallo si limita ad aggredire con becco ed artigli l’intruso scagliandosi in silenzio o al massimo mentre emette un grido rauco. Se la sociopatia è l’unica patologia presente pressoché costantemente si hanno aggressioni territoriali, ma nel caso in cui ci sia la compresenza di altre patologie come difetti di socializzazione, paure o fobie (evento purtroppo molto frequente) il pappagallo trova difficoltà nell’espandere il proprio territorio a tutta la casa. In questo caso l’aggressione territoriale si verifica unicamente se vengono immessi oggetti o le mani di una persona nella gabbia, spesso anche se persone o oggetti si avvicinano alla gabbia. Questi pazienti cercano costantemente una posizione alta, anche quando sono sulla persona, e non scendono se non costretti. Possono diventare invece molto aggressivi nel caso in cui l’estraneo tocchi il partner da loro prescelto. purtroppo la presenza di più entità nosografiche è frequente e rende più difficile la diagnosi. Nella maggior parte dei casi si tratta comunque di problemi legati alla paura (di singole persone od oggetti) e a problemi di socializzazione, quindi le sequenze di aggressione presentano alcuni elementi tipici dell’aggressione da paura, come l’eliminazione di feci (a volte anche multipla, durante un’aggressione territoriale prolungata), grida acute o sbattere di ali. Non sembra ci sia correlazione fra la gravità delle aggressioni territoriali e quanto sia saldo l’alto status sociale del pappagallo, si può notare invece un aumento della gravità e della durata delle aggressioni nel caso in cui ci sia compresenza di paura, fobie, squilibri emozionali (pappagalli allevati a mano) o problemi di socializzazione. Le aggressioni da irritazione, come si diceva precedentemente, spesso sono ridotte ai soli segnali premonitori. Ovviamente esistono delle differenze di specie, legate soprattutto al tipo di gruppo sociale formato in natura. I cacatua ad esempio sono particolarmente motivati nella gestione dei contatti del partner, sia umano che pappagallo, mentre invece i cenerini difendono maggiormente il territorio, ma non è un fenomeno costante, ogni caso ogni individuo è un caso a se stante e come tale va considerato. L’evoluzione del DCR è piuttosto tipica: solitamente si presenta alla pubertà ed evolve rapidamente, i comportamenti di aggressione si strumentalizzano con estrema velocità (rispetto a cane e gatto) e presto il pappagallo diventa pressoché inavvicinabile dalla maggior parte del gruppo famigliare, a volte si lascia toccare soltanto da una persona che rappresenta il partner sessuale o il membro del gruppo che ha la comunicazione più impositiva e violenta (non necessariamente in senso fisico): spesso le richieste d’interazione sono impositive, a volte violente. Si tratta di una patologia della relazione ed è quindi evidente all’osservazione come tutto il gruppo famigliare comunichi in modo impositivo, competitivo e violento con il pappagallo o ne subisca l’imposizione. In altre parole il pappagallo sa comunicare unicamente in questo modo e si lascia sopraffare dal più forte del gruppo per poi prendersela con i più deboli. Il gioco in questi pazienti è molto raro e di solito unicamente di tipo competitivo, lo stato ansioso è pressoché costante e spesso si tratta di ansia intermittente. Quando il membro del gruppo da cui il pappagallo si lascia avvicinare riveste il ruolo di partner sessuale il paziente si mostra sovente impositivo, insistente e violento nelle sue richieste di attenzione, pretende d’iniziare e concludere le interazioni, controlla tutte le altre interazioni del partner e le gestisce, spesso con delle aggressioni. Poiché questa patologia si presenta alla pubertà, momento fondamentale per la crescita mentale e lo sviluppo della vita sociale del pappagallo, molto spesso si accompagna ad un difetto di socializzazione (desocializzazione secondaria): se il pappagallo diviene violento i membri del gruppo tenderanno ad interagire sempre meno con lui, ad isolarlo, in un momento molto delicato dello sviluppo. Se le interazioni sono troppo ridotte, tenendo presente che il pappagallo non generalizza con tanta facilità come il cane, un soggetto ben socializzato potrebbe evolvere rapidamente in un paziente poco o per nulla socializzato in pochi mesi, a volte in poche settimane. Nelle specie in cui i tempi di sviluppo sono più lunghi (i grandi cacatua, ad esempio) i tempi di perdita di socializzazione sono dilatati, ma nelle specie a crescita più rapida, come gli inseparabili, si riducono drasticamente. Ecco perché molto spesso dcr e difetto di socializzazione sono così spesso compresenti.

La terapia del disturbo competitivo di relazione
La terapia di questa patologia è farmacologica nel caso in cui ci siano aggressioni, soprattutto se si tratta di pappagalli di medio-grandi dimensioni e dunque potenzialmente pericolosi o se le aggressioni occupano la maggior parte delle risposte alle interazioni inter o intraspecifiche. La fluoxetina ha un discreto effetto di riduzione del comportamenti di aggressione e contiene piuttosto bene le emozioni in queste specie, riducendo l’entità e la frequenza delle fluttuazioni di arousal e quindi i comportamenti impulsivi. In queste specie ci sono alcune segnalazioni sull’utilizzo di psicofarmaci, ma tutte aneddotiche o di singoli casi clinici. È riportato l’utilizzo di questo farmaco alla dose di 1 mg/kg, suddivisa in due somministrazioni giornaliere. L’autore preferisce la mono somministrazione al mattino e, soprattutto nei casi più gravi in cui il paziente presenta serie difficoltà nella gestione delle emozioni, può arrivare anche a 2 mg/kg. Sono riportati anche altri farmaci per ridurre il comportamento di agressione: L’autore utilizza soprattutto la fluoxetina. La leuprorelina o leuprolide è utile in caso di aggressioni stagionali, ma ancora non conosciamo le conseguenze a lungo termine di questa terapia soppressiva sulla produzione di ormoni sessuali. Gli impianti di leuprorelina sono inseribili anche su pappagalli di piccola taglia, ne è riportato l’impianto con successo e senza effetti indesiderati anche in inseparabili o pappagalli ondulati. L’autore preferisce inserire l’impianto sottocute nella zona del dorso, fra le ali. Le modalità di somministrazione del farmaco devono adattarsi al singolo paziente, in modo da facilitarne il più possibile l’assunzione. La terapia di quasi tutte le patologie del comportamento richiede dei tempi prolungati, mesi se non anni, ed è quindi impensabile costringere il gruppo famigliare a somministrare forzatamente il farmaco al paziente per un periodo di tempo così prolungato senza che questo incida sulla relazione, soprattutto in pazienti che presentano comportamenti di aggressione. Quasi tutti i farmaci psicotropi sono presentati in formulazioni poco appetibili per i pazienti aviari, è quindi preferibile richiedere preparazioni galeniche, possibilmente in forma liquida, con l’introduzione di aromi che incontrino maggiormente il gusto di questi animali. L’autore utilizza solitamente la melassa o l’aroma di mela. E’ importante offrire il farmaco all’interno di un rituale già presente in famiglia (ad esempio la condivisione di parte del pasto), a patto che non implichi la somministrazione di alimenti nocivi per il pappagallo, o creare un rituale apposito che venga marcato con emozioni positive prima di inserire il farmaco. Il rituale dev’essere strutturato con un segnale d’inizio, uno svolgimento ed uno di fine. Per il termine si può utilizzare il finito, per le restanti parti non esistono regole precise, sarà importante trovare segnali e cornici di svolgimento che presentino marcature emozionali positive sia per il gruppo famigliare che per il paziente. La prima prescrizione da effettuare, in ogni caso non soltanto in pazienti con dcr, è l’insegnamento al proprietario della comunicazione con il pappagallo. La maggior parte dei clienti non sa leggere correttamente i segnali che il pappagallo invia e si approccia in modo errato: l’eliminazione delle incomprensioni è alla base di una buona relazione. Inoltre la maggior parte delle terapie che prescriviamo richiede che il proprietario sappia comprendere quando il pappagallo fatica a gestire la situazione o sta iniziando ad essere irritato, prima che compaiano crisi di panico o aggressioni vere e proprie. Dunque la lettura dei segnali prodromici è di fondamentale importanza per la buona riuscita di una terapia. Nel caso del dcr la terapia prevede poi soprattutto l’apertura della dimensione collaborativa di relazione. La motivazione a competere a a collaborare sono mutualmente esclusive quindi, in un paziente in cui la motivazione competitiva occupa molto “spazio mentale”, sarà di fondamentale importanza disciplinare questa motivazione ed allenarne altre che offrano modalità diverse d’interazione e di relazione. Tutti i giochi di collaborazione sono ottimi, ma sarà importante scegliere partendo da quelli più adatti alla diade pappagallo-uomo che abbiamo di fronte, me consegue che utilizzeremo giochi diversi con membri diversi del gruppo famigliare, spesso anche trasformando giochi che le persone già fanno con il pappagallo in modo che siano collaborativi e non competitivi. Attività ludiche collaborative sono i problem solving (effettuati assieme al pappagallo, non somministrati perché li risolva da solo) i percorsi ad ostacoli, il corpo come palestra, l’esplorazione guidata degli oggetti, il canto. E’ di fondamentale importanza che ogni attività si svolga con marcature emozionali positive durante tutta la durata, che non ci siano momenti di grande difficoltà o frustrazione, che le persone controllino il livello di arousal del pappagallo e cerchino di mantenerlo ad un livello medio evitando le fluttuazioni, che preludono solitamente alle aggressioni. In questo senso, se il paziente lo permette, è utile che il terapeuta presenti le attività al gruppo e che questo le effettui inizialmente in sua presenza proprio perché tutti imparino a gestirle nel modo migliore possibile. Una possibile alternativa consiste nel chiedere alle persone di filmarsi mentre giocano a casa per poi visionare assieme i filmati e correggere eventuali errori o proporre alternative o integrazioni alle interazioni proposte. Molti pappagalli sociopatici imparano a gridare per ottenere il contatto con i proprietari o anche soltanto uno sguardo. Nel caso dei pappagalli bisogna però considerare che in natura gridano per farsi sentire dagli altri e dunque sono abituati a tenere toni alti per comunicare. La comunicazione continua con gli altri membri del gruppo è fondamentale in questa specie, mentre invece in casa il proprietario vorrebbe che non emettessero mai suoni, se non quando loro richiesto. Questo non è possibile, ma si può sicuramente migliorare la comunicazione fra proprietario e pappagallo creando delle semplici sequenze comunicative che non implicano l’uso della voce. Si può effettuare il codaggio di un comportamento, di un semplice movimento come il sollevamento della cresta nel cacatua ad esempio, per trasformarlo in un metodo di comunicazione alternativo alla voce. Il codaggio è un metodo di addestramento utilizzato spesso nei parchi zoologici per ottenere un determinato atteggiamento da un animale con un preciso movimento, che fa da segnale d’inizio. Come prima cosa, ogni volta che il pappagallo effettua il comportamento che si vuole “codare”, il proprietario fa un certo movimento, ad esempio ogni volta che il pappagallo alza la cresta il proprietario alza il dito indice, tenendo la mano ben in vista. Subito dopo il proprietario parla con voce soddisfatta al pappagallo, dicendogli bravo e seguitando ancora per qualche secondo con altre parole. Presto il pappagallo apprenderà a sollevare la cresta ogni volta che il proprietario alzerà il dito e sarà sufficiente, per soddisfare la sua esigenza di continuo contatto con il gruppo, che il proprietario si affacci ogni tanto o, mentre passa davanti alla gabbia, alzi un dito e dica qualcosa di gentile al pappagallo appena avrà alzato la cresta. Un altro mezzo comunicativo è il richiamo di contatto o il canto in coro o a seguire: il richiamo può sostituire le grida di pretesa del pappagallo e il canto in coro o a seguire possono rappresentare un’interazione vocale prolungata, che soddisfa le esigenze etologiche del pappagallo ma contemporaneamente allena la motivazione a collaborare. È importante che il gruppo sociale ignori le richieste impositive del pappagallo e gli proponga invece, appena smette, un richiamo di contatto non gridato, che può essere sia una frase (ES: “sono qui”) che un suono (lieve fischio o schiocco della lingua o delle labbra). Questo richiamo dev’essere ripetuto spesso durante la giornata, anche senza arrivare in vista del pappagallo, e lo si può utilizzare per rispondere ai richiami del pappagallo che non sono grida e che sono adeguati per quel gruppo sociale. Il canto rappresenta invece una proposta d’interazione più complessa e prolungata, che allena moltissimo la motivazione collaborativa attraverso un canale comunicativo primario per il pappagallo e con modalità che sono estremamente gratificanti per queste specie. Si può iniziare proponendo al paziente un semplice motivetto cantato o fischiato, l’importante è che il suono non venga emesso rivolgendosi direttamente a lui ma passandogli davanti mentre si è impegnati in altre attività. Insomma i membri del gruppo dovrebbero cantare o fischiare mentre sono impegnate nelle attività quotidiane. È possibile anche sfruttare la motivazione competitiva del pappagallo, in questo modo disciplinandola: due o più membri del gruppo possono cantare o fischiare un motivo rivolgendosi l’uno all’altro, ridendo e mostrando di divertirsi molto. Si può cantare assieme oppure cantare uno di seguito all’altro. Quando il pappagallo mostrerà interesse sporgendosi verso chi canta ed iniziando ad emettere piccoli suoni una persona potrà rivolgerglisi direttamente cantando o fischiando un pezzo del motivo. E’ importante non aspettare che il pappagallo emetta suoni eccessivi ma coinvolgerlo nel dialogo appena si mostra interessato, ai primi suoni emessi, per evitare che sperimenti la frustrazione di essere escluso ed inizi a pretendere l’interazione con le modalità che gli sono famigliari, ovvero in modo impositivo. Con il tempo sarà il paziente stesso a proporre una parte del motivo per iniziare il dialogo, a questo punto sarà importante rispondere quando il suono non è troppo forte, sia scegliendo di cantare con lui sia dicendogli che non è il momento, ovvero dandogli il finito. È di fondamentale importanza, quando si interagisce con un paziente con dcr, che sia il gruppo sociale e non il paziente a gestire le interazioni. Ecco che si rende necessario un segnale di fine, che spieghi al pappagallo quando l’interazione è terminata, il finito può essere molto utile ed è sicuramente meglio del “basta”, che spesso viene utilizzato dal gruppo quando non ne può più delle richieste del paziente (che in questo caso possono essere veramente insistenti ed invadenti) e che quindi è associato ad un portato emozionale decisamente negativo, sia per le persone che per il pappagallo. La gestione delle interazioni è molto importante per modificare i ruoli all’interno del gruppo sociale. Un pappagallo affetto da dcr solitamente inizia e finisce le interazioni, spesso in modo impositivo o addirittura violento (come nel caso delle aggressioni per interrompere il contatto durante le coccole). E’ di fondamentale importanza che siano i membri del gruppo sociale e non il paziente a gestire le interazioni, prendendo l’iniziativa e proponendo attività o dialoghi e smettendo quando ancora il paziente è positivamente coinvolto. Se il pappagallo si propone, soprattutto se lo fa nel modo sbagliato, le persone possono comunicargli il finito e, dopo alcuni secondi o minuti a seconda del grado di eccitazione del pappagallo, proporsi quando è più calmo.

I difetti di socializzazione
Si tratta di patologie molto, molto frequenti. Nel caso di soggetti di cattura ci si trova di fronte ad un paziente selvatico, totalmente non socializzato, che richiede un lungo periodo di adattamento per abituarsi alla presenza dell’uomo. In questo caso non si può parlare certo di processo di socializzazione, ma semplicemente di adattamento. In realtà i problemi più gravi si hanno nei soggetti allevati a mano, che presentano una parziale socializzazione con l’uomo dovuta all’impregnazione nei confronti dell’allevatore, ma che spesso è associata ad esperienze negative come l’alimentazione con la sonda, una manipolazione brusca e troppo breve, ecc. Inoltre si tende a considerare un soggetto allevato a mano come “socializzato con l’uomo”: questo è assolutamente falso. Il pappagallo allevato a mano presenta soltanto un’impregnazione iniziale e spesso ad una sola persona, l’allevatore. Il proprietario che adotta un giovane pappagallo, che lo nutre, rappresenta per lui la figura genitoriale (materna o paterna o entrambe a seconda delle abitudini comportamentali della specie) e dunque, grazie all’impregnazione precedente, difficilmente avrà problemi di socializzazione con il pappagallo, anche se probabilmente avrà molti altri problemi relazionali, soprattutto quando gli ormoni sessuali inizieranno a stimolare il cervello del paziente portando nuove, forti emozioni, che un pappagallo che non ha avuto un buon processo di attaccamento difficilmente saprà controllare. Ma se il pappagallo non viene manipolato da più persone, non viene in contatto con una vasta gamma di soggetti umani nel corso del suo sviluppo comportamentale non si potrà considerare correttamente socializzato: i pappagalli difficilmente generalizzano nel processo di socializzazione, dunque necessitano di un’esperienza ampia e varia, sempre positiva, per socializzare con un’altra specie. Nel caso in cui l’esperienza con l’allevatore sia stata negativa si avranno problemi di paure sin dai primi giorni, così come in caso di sovrastimolazione in età neonatale (vedi capitolo sullo sviluppo comportamentale). Un soggetto non socializzato sviluppa costantemente una fobia sociale che tende a presentarsi facilmente con comportamenti di aggressione per distanziare lo stimolo fobogeno. In altri casi il pappagallo ha degli attacchi di panico alla vista delle persone e tenta la fuga provocandosi gravi lesioni, sia che sia in gabbia sia che sia libero. Spesso alla fobia iniziale se ne aggiungono altre, derivate dal comportamento di reazione dei proprietari alle aggressioni del pappagallo: paura di oggetti o suoni utilizzati per punire o allontanare il pappagallo che aggredisce. In casi molto gravi di fobie multiple il paziente si rifiuta di uscire dalla gabbia e presenta ansia permanente con evoluzione in depressione. Molto spesso il difetto di socializzazione è correlato e coevolve con il DCR (vedi capitolo precedente) oppure è compreso in una patologia più ampia è molto, molto frequente nei pappagalli: la sindrome da privazione sensoriale.

La terapia dei difetti di socializzazione
La terapia di questa patologia richiede la fluoxetina in caso di aggressioni o la clomipramina o la selegilina in caso di inibizione e mancanza di presa d’iniziativa. La terapia comportamentale è lunga e complessa e caratterizzata da piccoli miglioramenti dilazionati nel tempo. È di fondamentale importanza far comprendere al proprietario come quello che all’apparenza sembra soltanto un piccolo miglioramento per noi sia in effetti per il paziente un grande traguardo e come tale vada premiato. Ogni piccolo miglioramento dev’essere fatto notare al gruppo famigliare per motivarlo a proseguire nella terapia soprattutto inizialmente, poiché le capacità di comprendere la comunicazione e le emozioni del pappagallo non saranno elevate nel gruppo e i miglioramenti saranno molto, molto ridotti. Poiché il pappagallo è comunque un animale selvatico è difficile, se non si tratta di un soggetto giovane, socializzarlo completamente e con totale successo all’uomo. La terapia prevede esercizi di presa di contatto, inizialmente con distanze anche elevate a seconda della capacità di gestione del paziente. Il proprietario dovrà guardare il pappagallo non direttamente, ma mantenendolo nel proprio campo visivo e chiudendo spesso gli occhi, senza spalancarli e mantenendo un atteggiamento rilassato. L’uso di tutti i segnali di pacificazione e delle attività di sostituzione descritte nel capitolo sulla comunicazione è di grande utilità in questa prima fase. Inizialmente si può posizionare la gabbia del pappagallo in un luogo riparato da cui però egli possa osservare il suo gruppo sociale muoversi ed effettuare tutte le normali attività quotidiane. In caso di pazienti molto gravi si può anche coprire parzialmente la gabbia con un telo con dei buchi o mettere una pianta a parziale copertura, in modo che possa nascondersi ed osservare senza essere visto. Permettere ad un pappagallo non socializzato di uscire dalla gabbia da solo è controproducente, poiché al momento di rimetterlo in gabbia lo si dovrà costringere e questo non migliorerà certo la relazione con il proprietario. E’ dunque importante prevedere una gabbia molto grande, con un ottimo arricchimento ambientale. È importante comprendere quali oggetti il pappagallo non teme ed utilizzarli come arricchimento ambientale in gabbia: soprattutto nei pazienti totalmente selvatici, in cui il livello di socializzazione è nullo, l’utilizzo dell’esplorazione guidata di un oggetto da parte delle persone è controproducente, poiché il paziente le teme e non si fida di loro e quindi ogni oggetto da loro presentato può essere considerato pericoloso. Meglio utilizzare l’oggetto ignorando il paziente e rimanendo ad opportuna distanza per non elicitare emozioni negative, ma sfruttare le caratteristiche di specie relative all’apprendimento sociale e alle attività di sostituzione come comportamenti di pacificazione. Il proprietario dovrà sempre fornire il cibo al pappagallo personalmente, se ci sono più membri nella famiglia sarebbe meglio che lo facessero tutti a turno poiché il pappagallo non generalizza facilmente e tende a socializzare con la singola persona. Meglio evitare il contatto visivo soprattutto nelle fasi iniziali di approccio e cercare di ridurre al minino il tempo di permanenza delle mani nella gabbia. Si può iniziare la presa di contatto fisico attraverso la gabbia, offrendo del cibo al pappagallo. Si possono poi offrire vari oggetti, utilizzando le metocihe comunicative descritte nel capitolo dedicato alla comunicazione. Una volta preso contatto in questo modo si può passare a chiedere di salire sulla mano aprendo la gabbia. Inizialmente si può aprire la gabbia ed offrire oggetti e/o premi, poi allontanarsi e lasciare che il pappagallo comprenda che lo sportello aperto non rappresenta un pericolo. Quando il pappagallo permetterà l’avvicinamento a sportello aperto senza intimorirsi o aggredire si potrà passare a chiedere di salire sulla mano, mantenendola ferma e stabile come un posatoio e facilitando la presa di contatto per mezzo del gioco e l’utilizzo di segnali calmanti. Si può mettere del cibo sulla mano e lasciare che il pappagallo la esplori. Quando il pappagallo sale la prima cosa che deve comprendere è che può scendere quando vuole e che la mano non si muove. Quando il pappagallo si troverà a suo agio sulla mano il proprietario potrà iniziare a spostarle verso l’uscita, con lo scopo di far uscire il paziente. Il processo dovrà essere molto graduale e il paziente dovrà essere riportato al punto di origine non appena si mostra in lieve difficoltà. E’ bene che al pappagallo venga permesso di uscire dalla gabbia soltanto quando sale sulla mano del proprietario con facilità e correttamente alla sua richiesta. La prima volta l’uscita deve essere molto breve, soltanto all’interno della stanza dove si trova la gabbia, e non ci devono essere suoni o persone diverse che potrebbero causare fughe. Le uscite dovranno essere gradualmente più lunghe e su di un’area sempre più vasta della casa. Una volta che il pappagallo sarà abituato a girare la casa sulla mano del proprietario gli si potrà permettere di esplorare oggetti offerti dai membri della famiglia e si potranno iniziare le attività collaborative. Le attività ludiche di corpo come palestra, i percorsi ad ostacoli e l’esplorazione guidata di oggetti e luoghi aiutano a creare una relazione di fiducia e a far apprezzare al paziente il contatto con il corpo delle persone in una situazione di benessee psichico e rilassamento. Per i pazienti più timorosi è meglio iniziare gli esercizi non offrendo i premi in cibo dalle mani ma mettendoli in terra o sul corpo della persona da esplorare. Per quei pazienti che sono socializzati soltanto con un membro della famiglia questo può fare da mediatore fra il pappagallo e gli altri membri del gruppo, ad esempio guidando il pappagallo a percorrere il corpo di un’altra persona che rimane ferma. In un secondo momento, o nei pazienti che non presentano gravi difetti di socializzazione, si può utilizzare il gioco del richiamo: due persone si posizionano vicine e il pappagallo parte dalla mano della persona con cui ha più famigliarità. Questa persona indica al pappagallo l’altro giocatore, che sta manipolando un gioco che il paziente ama molto. Quando il pappagallo si mostra interessato al gioco la persona glielo offre e, quando lo tocca, viene premiato prima da questa con un bravo e poi dall’altra con un premio in cibo. Con il tempo si aumenta la distanza fra le persone, magari interponendo uno spazio che il pappagallo può percorrere facilmente come un tavolo (su cui si trova a suo agio) e si richiama a turno l’attenzione del pappagallo con la stessa metodica, premiandolo con voce e cibo quando arriva. il numero di giocatori può essere progressivamente aumentato, partendo sempre da quelle che il pappagall oconosce meglio ed inserendo man mano gli altri, che entreranno nel punto più lontano dal pappagallo e con una corretta prossemica e cinetica.

La sindrome da privazione sensoriale
L’autore ritiene che la maggior parte dei pappagalli non riceva una corretta stimolazione durante lo sviluppo e dunque che pressochè ogni paziente che viene presentato in visita debba essere considerato ipostimolato e presenti un certo grado di privazione sensoriale. Purtroppo non esistono studi scientifici in merito al processo di attaccamento nel pappagallo ed all’influenza che ha sul modo di porsi nei confronti del mondo e delle relazioni con gli altri, conspecifici e non, tutavia l’autore ha potuto osservare che la maggior parte dei pazienti con sindrome da privazione sensoriale sono pappagalli allevati a mano e che in questi molto spesso la patologia presenta un’insorgenza diversa rispetto ai pappagalli allevati da genitori conspecifici. I giovani pappagalli allevati a mano si mostrano infatti socievoli e disponibili all’interazione, curiosi ed esplorativi nelle prime settimane dopo l’adozione, per poi progressivamente ridurre la fiducia nei confronti del nuovo e presentare sempre più frequentemente comportamenti d’inibizione o di fuga anche in situazioni in cui in precedenza si erano mostrati curiosi. La diffidenza è normale nei pappagalli puberi ed adulti, ma non lo è in quelli giovani. L’autore sospetta che il problema risieda nel modello di attaccamento errato dovuto all’allevamento da parte di un non conspecifico, che non comprendendo a fondo la comunicazione, gli stati emozionali e le esigenze di un pullus non è stato per esso una base sicura. Un’altra possibilità potrebbe essere un difetto nel modello di attaccamento secondario, ovvero il gruppo famigliare, che non è in grado di affiancare e supportare correttamente il giovane, troppo giovane, pappagallo nel suo percorso di conoscenza del mondo e degli individui che lo popolano. Insomma il problema non risiede soltanto nella carenza quantitativa di esperienze, comunque quasi sempre presente, ma anche nella loro scarsa qualità. Se non c’è un individuo, o più individui, di riferimento il pappagallo diviene sempre più insicuro, diffidente e tutte le esperienze che fa sono connotate da emozioni negative: ansia, timore, paura, perdita, solitudine, ecc. Questo genera una difficoltà ed un’inadeguatezza crescente a far fronte alla vita quotidiana, ed esita nella sindrome da privazione sensoriale. Quando si valuta un pappagallo bisogna tener presente che è davvero difficile fornire ad una specie preda selvatica tutti gli strumenti necessari per vivere bene in un ambiente famigliare umano di città, proprio perché si tratta di un habitat per molti versi diametralmente opposto a quello in cui vive un pappagallo in natura. Si potrebbe pensare che un pappagallo di questo tipo potrebbe vivere benissimo in una voliera esterna ampia, con alberi e piante a disposizione. Purtroppo però non è così: sono pochissimi i pappagalli che escono fuori di casa in libertà, anche soltanto in un trasportino o per una passeggiata con il proprietario, ne consegue che molti pappagalli vengono letteralmente presi dal panico quando si trovano senza un soffitto sulla testa, ovvero hanno paura del cielo. Un altro elemento da considerare, e di cui non si conosce realmente l’importanza, è il ruolo dei raggi ultravioletti nell’identificazione del cibo e dei membri del gruppo nei pappagalli. Essi sono infatti in grado di vedere queste lunghezze d’onda della luce, che purtroppo vengono filtrate dai vetri delle finestre riducendo quindi l’entità della stimolazione visiva nei soggetti che vivono unicamente in casa. Sicuramente questa carenza influenza lo sviluppo mentale del pappagallo, ma non si sa come. In ogni caso i pazienti affetti da sindrome da privazione sensoriale sono molto rigidi nei loro comportamenti, richiedono codici di condotta molto precisi e cornici definite per poter essere avvicinati (esempio: il pappagallo si lascia toccare soltanto sul divano, la sera, quando stiamo guardando la televisione) e sono estremamente neofobici. Difficilmente giocano con oggetti e, se lo fanno, scelgono una o due categorie di materiale o proprio degli oggetti precisi e toccano soltanto quelli (le penne, le matite, la carta, il legno, ecc). Spesso gridano se l’unica persona cui si sono legati (il legame con un solo membro del gruppo è quasi una costante in tutte le patologie del comportamento del pappagallo) si allontana o anche soltanto scompare alla vista. Questi pazienti possono avere attacchi di panico anche per il più piccolo stimolo, a volte i proprietari non riescono a definirne la causa perché per loro si tratta di qualcosa di totalmente innocuo e normale. La reazione a ciò che li spaventa può essere sia la fuga che l’aggressione, quindi molti pazienti presentano aggressioni da irritazione, da paura e/o territoriali. Tutte le aggressioni sono volte ad allontanare ciò che spaventa il paziente, ma con il tempo la mania di controllo prende il sopravvento e le aggressioni si verificano anche per controllare gli altri membri del gruppo, i loro spostamenti, le loro interazioni. Con l’evolversi della patologia l’ansia si trasforma da intermittente in permanente e l’inibizione diviene il sintomo preponderante, spesso accompagnata dall’autodeplumazione, dall’autotraumatismo o da altre forme di stereotipia, come il succhiamento delle dita o il rosicchiamento delle sbarre della gabbia. Molto spesso c’è una oggettiva difficoltà a prendere sonno, più precisamente a rilassarsi abbastanza da poter dormire: questi pazienti necessitano di un rituale di qualche tipo per potersi rilassare al punto di prendere sonno. Alcuni pazienti dormono soltanto se sono vicini ad un certo oggetto, che a volte devono anche toccare, oppure in un unico luogo, o soltanto se prima hanno esplorato il luogo di riposo con una sequenza ben precisa, ecc.

La terapia della sindrome da privazione sensoriale
Nessuna terapia in queste specie può prescindere da un adeguato e vario arricchimento ambientale. I giochi devono adattarsi alla taglia ed alle abitudini di ogni singola specie e devono essere introdotti tenendo in considerazione il tipo di patologia del paziente: nel caso di un fobico, ad esempio, l’inserimento dovrà essere molto graduale e sempre accompagnato dal supporto del proprietario per facilitare l’esplorazione. Mai inserire un elemento nuovo direttamente nella gabbia: è molto probabile che venga visto come un intruso potenzialmente pericoloso e aggredito oppure evitato, portando ad uno stato di ansia e timore del paziente, che vedrà violata anche la sicurezza prima rappresentata dalla propria gabbia. La presentazione di nuovi oggetti che faranno parte dell’arricchimento ambientale diviene anche un mezzo per aumentare il piano prossimale di esperienza del paziente, tramite la mediazione da parte del gruppo famigliare. E’ molto importante che il paziente si senta protetto e rassicurato dal gruppo famigliare, che deve comprendere appieno le sue manifestazioni di timore ed evitare di esporlo a difficoltà eccessive. La terapia infatti pevede si di aumentare il piano prossimale di esperienza del pappagallo, ma attraverso l’accreditamento del gruppo famigliare nel ruolo di guida, poiché il paziente da solo non è in grado di gestire l’ambiente e gli stimoli che lo circondano. Ecco dunque che le attività di corpo come palestra, percorsi ad ostacoli e problem solving collaborativi, assieme all’esplorazione assistita degli oggetti, divengono attività ludiche adatte alla riabilitazione. Poiché una delle maggiori difficoltà di questi pazienti consiste nel sentirsi al sicuro in un luogo è estremamente utile individuare una cornice adeguata per le attività, che il pappagallo abbia la possibilità di conoscere con calma e senza obblighi, in cui poi tutte le attività nuove verranno svolte inizialmente. Può essere utile scegliere un tavolo o un ripiano non troppo ampio, su cui verranno sistemati gli oggetti che serviranno per le attività prima che arrivi il pappagallo. Anche le persone coinvolte, tranne quella cui il pappagallo è maggiormente legato e che avrà il compito di portarlo al tavolo, dovranno sedersi prima attorno ad esso in posizione neutrale. È sempre meglio iniziare dalla presentazione e dal coinvolgimento del paziente in attività che implichino l’uso di oggetti o materiali già conosciuti, che possono venire combinati o posizionati in modo insolito, per poi gradualmente inserire materiali o oggetti nuovi in combinazione a quelli noti. Anche in questo caso la lettura dei segnali emozionali e di comunicazione emessi dal paziente è essenziale per la buona riuscita delle attività. Il paziente non dovrà mai trovarsi in difficoltà eccessiva e dovrà sempre riuscire nelle attività, che dovranno essere terminate non appena egli raggiunge un obiettivo e prima che si stanchi. Un’attività essenziale per il benessere del pappagallo e per aumentare il suo piano prossimale d’esperienza è l’uscita in esterni. A questo scopo il training su ingresso ed uscita dal trasportino e la marcatura emozionale dello stesso con emozioni positive forniscono competenze essenziali per un’uscita piacevole e costruttiva. Il trasportino dev’essere di plastica e chiuso sopra ed ai lati, come quelli classici da gatto, e fornito di un posatoio, di un materiale antiscivolo sul pavimento e di un gioco che il pappagallo ama molto, in modo che si senta al sicuro. L’uso di un oggetto come mezzo per rassicurare il paziente è molto utile per facilitare l’esplorazione di un luogo nuovo o l’avvicinamento ad una persona. Il tasportino viene posizionato sul tavolo dove il pappagallo effettua le attività ludiche, inizialmente in posizione defilata, e si presentano al paziente giochi ed attività che lo portano ad avvicinarlo. Si possono poi mettere giochi vicino e gradualmente dentro. Quando il pappagallo entra volentieri nel trasportino si può iniziare ad allenare ingresso ed uscita, meglio se con un target come una cannuccia (che si può infilare fra le sbarre del fondo e indicare facilmente al pappagallo la strada da seguire, mentre con la mano l’ingresso sarebbe bloccato dal braccio. Quando il paziente apprende ad entrare ed uscire seguendo il target si può inserire lo sportello, far entrare il pappagallo, lasciargli un gioco o del cibo a disposizione ed accostare lo sportello gradualmente, avendo cura di riaprirlo immediatamente appena egli si gira a guardarlo o mostra il desiderio di uscire. La chiusura sarà molto graduale perché il pappagallo non rimanga chiuso senza sentirsi a suo agio dentro al trasportino. A questo punto sarà possibile effettuare delle uscite in passeggiata, portando il paziente prima in luoghi molto tranquilli ed in seguito in aree gradualmente più ricche di stimoli. In alcuni casi, valutando molto bene il modo in cui il pappagallo utilizza il volo per fuggire e soltanto dopo aver creato una relazione di fiducia con il gruppo sociale, si può procedere al taglio delle penne remiganti delle ali, da effettuarsi soltanto ad opera di un veterinario esperto in uccelli e, per i pazienti molto timorosi, in anestesia, per favorire le uscite anche fuori dal trasportino senza timore di fughe. Questo permette di ridurre i tempi ed arrivare prima all’uscita fuori dal trasportino ma, soprattutto in pazienti deprivati, il rischio è di un’aggravamento dei sintomi qualora il paziente si trovi in situazioni di difficoltà, tenti di fuggire e si finisca in terra o impossibilitato a volare.

Le fobie
Sono poco frequenti come singola patologia, più spesso sono associate a problemi più complessi come privazione sensoriale o problemi di socializzazione. Raramente un paziente presenta un’unica fobia, più spesso al momento della visita le fobie sono multiple, spesso le più recenti sono derivate dalle più remote, associabili sia perché presenti nello stesso contesto che perché relative alla reazione del proprietario o del gruppo famigliare nel corso degli episodi fobici. I pappagalli tendono a sviluppare facilmente fobie in seguito ad esperienze di paura e tendono a generalizzare facilmente in questo caso. Lo stato di parziale privazione sensoriale in cui frequentemente si trovano probabilmente facilita questo processo. Nella maggior parte dei casi la reazione è la fuga, il tentativo di nascondersi porta il paziente ad esporsi a rischi piuttosto gravi che di solito esitano in traumi da volo scomposto e disattento, ma può anche comportare comportamenti di minaccia con grida acute, oppure aggressioni.

La terapia delle fobie
Nella terapia riabilitativa in questo caso bisogna innanzitutto lavorare per rinsaldare il legame con il gruppo famigliare, per favorire il superamento della patologia ed accelerare la terapia. L’arricchimento ambientale, soprattutto con giochi intelligenti, è fondamentale, assieme alle attività collaborative con la famiglia. Il concentrarsi sull’accettazione della situazione che genera la fobia non è mai d’aiuto, meglio far si che il paziente si riferisca al proprio gruppo famigliare come a delle basi sicure e, attraverso questa relazione rassicurante e incoraggiante per il paziente aumentarne il piano prossimale di esperienza, in modo che acquisisca le competenze necessarie per comprendere e gestire anche le situazioni fobogene. Un’altra possibilità consiste nell’utlizzo di tecniche di manipolazione rilassanti che aiutino il cane a gestire le emozioni negative in corso di episodi fobici. Nel pappagallo il contatto con le guance e la fronte può essere allenato per evocare un senso di relax: allenando questo tipo di contatto rilassante in situazioni di calma, meglio se facendolo precedere da un segnale che indica l’inizio del contatto rilassante, per poi utilizzarlo non appena si presenta una situazione che potrebbe essere fobogena. Un’altra possibilità consiste nell’utilizzo di una sorta di tana in cui il pappagallo possa rifugiarsi quando si trova in difficoltà, che lo aiuti a calmarsi e rilassarsi. Si possono utilizzare oggetti e materiali diversi, sfruttando le preferenze individuali di ciascun paziente (sia di materiale che di forma): un trasportino in plastica o in stoffa, un telo di pile, una tendina da gatto, ecc. E’ importante sottolineare che la tana non dev’essere soltanto un rifugio sicuro, ma anche un luogo marcato con emozioni positive. Il lavoro descritto sul trasportino nella terapia della sindrome da privazione sensoriale può essere utilizzato anche per ottenere una tana sicura per il paziente fobico. Questa tana potrà essere lasciata a disposizione al pappagallo perché possa rifugiarvisi e trovare la tranquillità in tutte le situazioni di fobia. Non dev’essere però l’unica soluzione attuata perché altrimenti sarà l’unica risposta possibile del paziente alle situazioni fobogene.

AUTODEPLUMAZIONE 

FONTE : SIVAE

Settore: Animali esotici

Disciplina: Etologia-Terapia comportamentale

La diagnosi e le indicazioni terapeutiche delle patologie del comportamento dei pappagalli sono state discusse dalla Dottoressa Marzia Possenti durante il Corso di medicina comportamentale dei nuovi animali da compagnia.

Alcuni farmaci citati possono essere fuori commercio, questo è un’articolo  a SOLO scopo informativo, per ogni dubbio rivolgetevi sempre al vostro veterinario aviario di fiducia!!!

CONOSCIAMO LA "CUE"

B.F. Skinner (1904)  coniò il termine “condizionamento operante” per indicare un tipo di comportamento che dà alla persona o all’animale la scelta di “operare”  sull’ambiente e quindi di  generare delle conseguenze. Skinner scoprì che non esiste solo il comportamento di tipo riflessivo,  ma anche un tipo di comportamento che viene scelto liberamente dall’individuo in base ai risultati che esso è in grado di “operare” sull’ambiente. Skinner non  inventò una nuova tecnica di insegnamento, semplicemente osservò che esistevano  delle regole generali che gestiscono il comportamento e quindi l’apprendimento. Un comportamento viene infatti imparato e conservato  se produce risultati positivi!

Ma chi e’ Skinner?

Burrhus Frederic Skinner è stato uno psicologo americano altamente influente. Scrittore, inventore, sostenitore di riforme sociali[1] e poeta. È stato professore di psicologia alla cattedra “Edgar Pierce” dell’Università Harvard dal 1958 sino al 1974, anno in cui andò in pensione. Inventò la camera di condizionamento operante, nota anche come “Skinner Box”, e presentò il proprio punto di vista in relazione alla filosofia della scienza noto come Comportamentismo Radicale. Fondò inoltre la propria scuola di ricerca psicologica sperimentale chiamandola Analisi Sperimentale dei Comportamenti. La sua analisi sul comportamento umano culminò col lavoro interpretativo Comportamento Verbale, il quale è stato oggetto recentemente di un’enorme crescita di interesse in contesti sia sperimentali che applicati. Scoprì e portò avanti la frequenza di presentazione dei comportamenti come variabile dipendente nella ricerca psicologica. Inventò il cumulative recorder come strumento per misurare la frequenza dei comportamenti durante la sua ricerca, ritenuta fondamentale in psicologia sperimentale e applicata, sulle schede di rinforzamento. In un recente sondaggio Skinner è stato giudicato il più influente psicologo del XX secolo.

Veniamo ai nostri giorni e.. Conosciamo la “CUE”

Nel gergo tecnico del Comportamento Operante si chiama “CUE”, ma molto semplicemente è un segnale che invia il trainer all’animale per eseguire un determinato comportamento. Per ottenere un comportamento e mantenerlo nel tempo, lo dobbiamo prima insegnare, o se vediamo che il nostro pappagallo già lo esegue in modo spontaneo, lo dobbiamo fissare (memorizzare) ed accoppiare ad un nostro segnale, il segnale può essere  verbale o in alternativa può essere un nostro movimento, per esempio la mano o il braccio. Nel video vediamo un’Ararauna ferma sul posatoio in attesa di una richiesta da parte del suo compagno-umano, l’obiettivo si sposta poi sul trainer che esegue la “CUE” battendo la mano sinistra sul palmo della destra, infine nell’ultima fase del video il pappagallo raggiunge il suo amico-umano e viene a sua volta premiato. Da notare come il pappagallo decide spontaneamente e senza alcuna pressione da parte del trainer di volare da lui, noterete inoltre che il trainer elargisce una ricompensa (leccornia) al volatile senza però fargliela  vedere nelle varie fasi antecedenti all’arrivo del pappagallo sulla mano, questo per evitare che il pappagallo possa decidere di eseguire il comportamento solo per avere la gratificazione del premio (accattonaggio)…

Come sempre… BUON VOLO A TUTTI!!!

LA MUTA DEI PAPPAGALLI

La muta dei pappagalli

Ho la casa piena di piume…. quante volte ho sentito questa frase…

Tra luglio e novembre di ogni anno chi vive con un uccello domestico nota come vi sia la caduta continua delle penne che ricoprono il corpo dell’animale. Niente paura, non si tratta di una malattia, ma solo di un normale fenomeno fisico che si ripete annualmente! La muta è un fenomeno fisiologico grazie al quale gli uccelli rinnovano annualmente le penne. Ciò accade normalmente una volta l’anno, con lo scopo di sostituire gli elementi del piumaggio logorati. Si tratta di un processo legato ai cicli stagionali, che nel nostro emisfero si svolge nel periodo compreso tra luglio a tutto novembre. Anche gli uccelli d’origine esotica, come il diamante mandarino o il diamante di Gould, essendo oramai domestici (cioè avendo superato il periodo d’acclimatazione e quello successivo dell’addomesticamento), subiscono la muta nel periodo estivo-autunnale.

Un fenomeno complesso
Arresto dell’attività sessuale, perdita del canto nel maschio, caduta e ricrescita delle penne sono gli aspetti esteriori più appariscenti di un fenomeno complesso, nel quale intervengono alcune ghiandole endocrine (ipofisi, tiroide e gonadi) e il sistema nervoso. In particolare si osservano un’intensa attività tiroidea, una riduzione dell’attività delle gonadi ed un intervento dell’ipofisi. L’azione ipofisaria è mediata dall’ipotalamo, regione nervosa sensibile agli stimoli luminosi; pertanto ogni variazione nella durata della luce, sia naturale che artificiale, può accelerare o ritardare la muta. Effettivamente tutti gli ornitofili hanno potuto osservare come un autunno soleggiato ritardi il compimento della muta, mentre un periodo di tempo coperto accelera la conclusione del fenomeno. La muta, secondo la durata, può essere precoce, normale o tardiva, con un termine non fisso, dipendendo dal sesso, dall’età, dallo stato di salute dei soggetti e dalle condizioni ambientali. La muta più rapida si ha nei soggetti adulti di uno o due anni d’età, mentre i soggetti anziani mutano con maggiori difficoltà. Negli uccelli ammalati la muta si arresta, alle volte non completandosi neanche dopo la guarigione.

Un momento difficile
Il periodo della muta è certamente un momento critico nella vita di un uccello domestico, che è particolarmente sensibile alle variazioni di temperatura e d’umidità dell’ambiente in cui vive. Affinché i soggetti realizzino correttamente la muta delle penne, sono necessari una temperatura costante ed un tasso d’umidità non superiore al 55-65%, il soggiorno in voliere o gabbie non affollate e un’illuminazione ridotta (che può’ essere ottenuta oscurando parzialmente con tende le finestre del locale d’allevamento). Non va sopravvalutata l’importanza dell’alimentazione in questo periodo, poiché troppo spesso, per voler abbondare in alimenti oleosi o iperproteici, si finisce per nuocere alla salute dei soggetti. Nel periodo della muta, in ogni caso, l’alimentazione dovrà essere adeguata alle esigenze metaboliche degli animali: aumenta il fabbisogno di sostanze azotate e soprattutto di aminoacidi, quali cistina e metionina. Inoltre una carenza vitaminica può, in questo periodo, essere particolarmente temibile, poiché, com’è noto, le vitamine intervengono in molte reazioni chimiche dalle quali dipende la vita delle cellule. I vegetali contenenti zolfo, come i cavolfiori e broccoli, l’avena, che contiene metionina (aminoacido “essenziale”, che gli uccelli non riescono a “fabbricare”), il pastone d’allevamento, nonché il lievito di birra (ricco di vitamine del gruppo B), completano un’alimentazione che deve, in ogni caso, essere varia ed equilibrata. Può, inoltre, essere utile un’integrazione con sali minerali, aminoacidi (particolarmente importanti in questo periodo, oltre alla già citata metionina, quelli cosiddetti “solforati”, presenti nella costituzione delle penne) e vitamine, soprattutto del gruppo B.

C’è muta e muta
La perdita ed il rinnovo delle penne in periodi anomali, dà origine a quel fenomeno definito nella sua globalità come “falsa muta”. Questa può avvenire per motivi dipendenti direttamente dal metabolismo del soggetto, oppure per cause derivanti da errori di conduzione dell’allevamento (non idonee condizioni ambientali o errata alimentazione). In ogni caso si tratta di un fenomeno patologico di una certa gravità, poiché oltre alle grandi difficoltà che incontra l’animale nella ricostituzione del piumaggio, è difficile individuare le cause all’origine della muta anomala. Gli uccelli robusti hanno generalmente una muta delle penne breve (alcune settimane); quelli più fragili di costituzione o debilitati da pregresse patologie, conoscono invece mute più lunghe e dalla faticosa conclusione. In caso di una buona muta delle penne, il giovane uccello avrà un piumaggio nuovo, lucente e ben colorato. In caso invece, di una cattiva muta, il piumaggio sarà opaco e l’animale ne uscirà debilitato. In questo periodo dell’anno è particolarmente importante evitare ai soggetti il raffreddamento, il cosiddetto ‘colpo di freddo’. La temperatura ambientale va mantenuta il più possibile costante ed il bagno va fornito a condizione che nell’ambiente vi sia una temperatura mite. Un infortunio che può accadere nel corso della muta è il beccaggio delle penne, che in alcuni casi può divenire una vera e propria patologia, la cosiddetta “pica”. I soggetti, se ospitati in gabbie o voliere di piccole dimensioni o troppo affollate, per lo stress associato ai problemi metabolici tipici del periodo, si strappano le penne tra loro, in particolare quelle sulle spalle e quelle della coda (le timoniere). Se questo capita è necessario prendere alcune precauzioni: sistemare gli uccelli in voliere spaziose, togliere immediatamente l’esemplare più aggressivo (è sempre presente!) e isolarlo in un’altra gabbia, infine fornire un’alimentazione variata e ricca di vitamine.

Unione Italiana Ornitofili

PERCHÉ I PAPPAGALLI DEVONO VOLARE?

PERCHÉ I PAPPAGALLI DEVONO VOLARE?

Budgerigar on the birdcage. Budgie

Vi invito alla lettura di questo interessante articolo in inglese di cui allego il link, spero che possa servire a dare delle risposte alle tante domande che ogni giorno mi fate e a cui, tempo permettendo, cerco di rispondere. Ringrazio per la traduzione la Sig.ra GIULIA ESPOSITO, per tutti coloro che ancora hanno dei dubbi o domande da porre ricordo che possono contattarmi sui social, tramite il mio sito, il blog, o chiamare, trovate i miei riferimenti nella pagina “Contatti” …

Grazie, buona lettura e … BUON VOLO!!


I pappagalli sono atleti naturali. Si muovono frequentemente con fluidità nel loro ambiente naturale, utilizzando il volo per cercare cibo, comunicare tra loro, giocare ed evitare predatori. Volare facendo esercizio per loro è naturale come respirare l’aria. Pertanto, qualsiasi discussione .su esercizi e pappagalli deve giustamente includere anche il volo. Ai pappagalli selvatici, il volo offre più di un mezzo per fare esercizio. Gli dona la libertà di scelta. Possono volare, dove vogliono, sostare e andare alla ricerca di cibo dove vogliono. Il volo gli procura un alto grado sociale ed emozionale per esprimere se stessi, oltre alla forma fisica. Questo tipo di libertà e qualità di vita sono difficili da ottenere in cattività. Una delle domande importanti che si pongono i custodi di pappagalli è: Come possiamo procurare esercizio adeguato nelle nostre case per fornire lo stesso tipo di libertà ed esprimere se stessi? Mentre storicamente negli Stati Uniti i custodi hanno creduto necessario clippare le ali, i pappagalli da compagnia in altri paesi non hanno avuto abitualmente le piume delle ali clippate. La considerazione dell’importanza del volo dei pappagalli da compagnia è aumentata a tal punto che in alcuni paesi ci sono testi sulla loro saluti e leggi. Secondo il custode e addestratore di pappagalli Dagmar Heidebluth, l’Associazione tedesca veterinaria per la protezione degli animali ha emesso una dichiarazione su “Flugunf? Gmachen von Papageienv? N” (negare il volo ai pappagalli) nell’aprile 2007, indicando che si oppongono fortemente a qualsiasi forma di limitazione sulla capacità di volare, tra cui il pignone (dispositivo fisso e finalizzato a impedire la fuga del pappagallo) , clippare e l’utilizzo di pettorine. Dichiara inoltre che gli uccelli hanno bisogno delle loro ali non solo per volare ma anche per arrampicarsi, bilanciarsi e la comunicare con altri uccelli, e che il clippaggio delle ali può provocare lesioni e problemi comportamentali. Emelie Hultberg, uno studente veterinario svedese, riferisce che quest’anno in Svezia è stata approvata una legge che vieta il clippaggio delle ali di qualsiasi uccello sotto l’età di un anno in modo che possa imparare a volare. La capacità di volo negli uccelli adulti può essere limitata, ma solo se il singolo pappagallo non può essere all’uso della pettorina. In questi casi, le ali possono essere spuntate una volta all’anno per il trasferimento sicuro in una voliera all’aperto nei mesi più caldi, altro uso comune. Il consulente comportamentale australiano Jim McKendry, scrive sul sito World Parrot Trust (parrots.org) quanto segue sul clippaggio delle ali: “Se siamo genuini e autentici per promuovere i rapporti con i pappagalli come animali domestici costruito su una base di rispetto, fiducia e di detenzione nel migliore dei modi, le decisioni devono essere prese in primo luogo per il benessere dell’uccello – non semplicemente in base alla disponibilità ambientale del proprietario. L’approccio nel 21° secolo alla cura del pappagallo da compagnia comprende il volo e sfida i proprietari sia a farlo svolgere con successo che a creare un ambiente appropriato per garantire il volo in sicurezza”. Considerando che in altri paesi far volare i pappagalli è di routine al punto da essere protetti dalla legge, è tempo che noi negli Stati Uniti ci poniamo alcune domande: Deve essere ancora considerato il meglio per il pappagallo il clippaggio delle ali? Oppure ogni custode e il proprio pappagallo deve essere valutato singolarmente per questo? Il volo in casa può essere veramente fatto in sicurezza? Se così fosse, come possiamo fornire quest’ opportunità? La sicurezza fisica dell’uccello e l’argomento usato per il clippaggio delle ali, ed è stato scritto molto sui pericoli esistenti in casa per i pappagalli che volano. Comunque i custodi descrivono altri benefici derivanti dal clip paggio delle ali. Gli uccelli clippati possono essere accondiscendi quando si tratta di salire sulla mano o rientrare nella gabbia. Altre persone riportano che “l’atteggiamento” dei loro pappagalli è migliorato e beccano meno con le ali spuntate. Inoltre , i pappagalli clippati  generalmente creano meno disordine e hanno meno opportunità di distruggere cose personali a causa della ridotta mobilità. Negli ultimi quarant’anni, ho vissuto sia con pappagalli clippati sia pappagalli che volavano. All’inizio  ho clippato i miei uccelli da compagnia perché consigliato da altri e non ho visto nessun effetto sulla salute. Tuttavia, la mia esperienza di allevatore di pappagalli mi ha dato una nuova consapevolezza. Su consiglio del mio mentore, allevatrice e consulente Phoebe Linden, ho permesso ai piccoli piumati di sviluppare una buona abilità al volo prima di clippare gradualmente le loro ali e di mandarli nelle loro nuove case. Ho visto di persona i vantaggi che hanno avuto da questa esperienza, ho visto svilupparsi sia il coordinamento che la confidenza. Li ho osservati mentre imparavano a pensare mentre volavano e decidevano, dove volevano andare e come avrebbero atterrato. Ho iniziato a mettere in discussione la necessità di clippare le ali e sono diventato un difensore della crescita del piumaggio dei piccoli sia dovessero vivere con le ali clippate o si fossero divertiti a volare una volta adulti. Negli ultimi vent’anni, non ho clippato le piume delle ali, e tutti I miei pappagalli da compagnia hanno goduto del volo indoor. Sono convinto che i pappagalli che volano abbiano una migliore qualità di vita, sia di salute fisica che emozionale. Sono anche compagni più divertenti, riescono a esprimersi meglio attraverso il movimento. Questa mia esperienza mi ha convinto che i pericoli spesso descritti quando si parla di volo non sono sempre validi. Ho il sospetto che molto è stato scritto da persone che non hanno acquisito la conoscenza vivendo con pappagalli che volano. I rischi certamente esistono, possono in molti casi, essere gestiti con un’accurata disposizione dell’ambiente. La preoccupazione sull’ubbidienza può essere facilmente superata con il rinforzo positivo. Gli uccelli come altre creature, agiscono in modo da ottenere ciò che vogliono. Premiandolo quando sale sulla mano o ritorna in gabbia con un premio gradito rende facile l’ubbidienza.

Valutazione del proprietario e l’ambiente.
Questo stile di vita non è per tutti, tuttavia, non suggerirei mai cha a tutti i pappagalli adulti si debba far crescere le piume delle ali. Tale decisione deve essere presa con cautela, considerando tutti i fattori. E’ necessario valutare il pappagallo, il compagno umano e la casa. Coloro interessati a quest’ opzione devono rispondere a molte domande.

1. Sono in grado/ho voglia di  montare e/o montare un doppio sistema porte/finestre e rendere la casa sicura a prova di fuga accidentale?
2. Mi posso fidare di tutti quelli che abitano nella casa, possono tenere le porte chiuse e le ventole a soffitto spente?
3. Ci sono altri animali che potrebbero ferire il pappagallo, se si avvicina?
4. Ho voglia di imparare la tecnica del rinforzo positivo per premiare il comportamento desiderato e rafforzare l’atteggiamento quando il pappagallo sale sulla mia mano quando lo chiedo invece di volare via?
5. Sono in grado/ho voglia di procurarmi una voliera esterna in modo che il mio pappagallo possa abituarsi a ciò che vede e sente all’esterno, rendendo meno probabile una fuga in caso di spavento

Valutare il pappagallo.
Valutare il pappagallo è più complicato. Alcuni pappagalli sono buoni candidati per il volo e altri non lo sono. I migliori candidati sono i pappagalli giovani che imparano a volare bene prima di avere le ali clippate. Riscoprono la loro capacità di volo senza problemi. Pappagalli. Leggeri con code lunghe come calopsitte e conuri spesso imparano a volare più facilmente dei pappagalli pesanti come le amazzoni. Anche i cockatoo che tendono per natura a essere più attivi spesso imparano meglio degli altri. Non è un buon candidate il pappagallo che non ha imparato a volare da giovane e al quale sono state, clippate le ali per diversi anni. In genere questi uccelli non voleranno, anche se non clippate più le ali. Hanno sviluppato uno stile di vita sedentaria e non sentono il bisogno di usare le ali. A questo punto è troppo difficile volare e non ne traggono piacere. In molti di questi casi è meglio lasciarli con le ali clippate. Anche la misura è importante. Pappagalli piccoli, come i parrocchetti o cocorite, sono più esposti a rischi se lasciati volare, semplicemente per la loro misura. Bisogna adottare precauzioni speciali per loro. Anche il volo in ambienti piccoli per grandi pappagalli può non essere pratico. Se vuoi scoprire se il tuo pappagallo è idoneo a volare, suggerisco mettere in contatto un comportamentista di pappagalli con esperienza della zona. La consulenza ti aiuterà a valutare se il tuo uccello è un candidato idoneo, consigliarti come ottenere la forma fisica e assisterti con corsi necessari. Vivere con un pappagallo che vola cambia lo stile di vita, una guida professionale non servirà soltanto per la sicurezza del tuo uccello, ma renderà più facile e piacevole il cambiamento.

Se il volo non è un’opzione
Se al momento per il tuo pappagallo il volo non è la scelta, ci sono molti altri metodi buoni per incoraggiarlo al movimento. Come noi gli uccelli traggono dagli esercizi fisici gli stessi benefici – migliora la salute cardio-vascolare, si riducono i grassi, aumento il coordinamento e la massa muscolare, migliora il senso di benessere. Deve essere procurato qualsiasi accessorio e usato qualsiasi metodo per invogliarlo al movimento al pappagallo. Prima di tutto è utile esaminare come il pappagallo si muove in natura. Mentre molti impiegano il loro tempo ad arrampicarsi, si spostano lateralmente. Si divertono anche a sostare sui rami verticali, come anche quelli angolari. Atterrano su rami piccoli e rimbalzano su e giù. Utilizzano il fisico in modo totale e complesso. E’ la loro natura muoversi in questi modi, anche per pappagalli da compagnia che non sono mai stati portati fuori. Quando vogliamo che il pappagallo faccia qualcosa, chiediamoci “Perché lo dovrebbe fare?” Questo è molto importante quando gli prepariamo l’ambiente per incoraggiarlo al movimento. Se gli procuriamo una gabbia con diversi tipi di trespoli, sarà portato a fare diversi tipi di movimento gratificandosi, avremo un pappagallo che si diverte a fare esercizio fisico. Organizza l’ambiente e fai un programma quotidiano per incoraggiarlo al movimento. Se possibile procurati una gabbia grande,  che sia più larga che alta. Questo incoraggerà il movimento laterale. Metti le ciotole del cibo e acqua in punti diversi in modo che il pappagallo debba fare movimenti avanti e indietro per cibarsi. Ciotole aggiuntive possono facilmente essere aggiunte alle gabbie con barre per cos’ creare una multi zona per cibarsi. La dieta giornaliera potrà essere divisa in queste ciotole. Metti i giochi contenente cibo fuori dalla loro portata in modo che il tuo pappagallo debba faticare un po’ per raggiungerlo. Assicurati che il tuo pappagallo passi almeno 3-4 ore fuori dalla gabbia tutti i giorni. Molti pappagalli non possono allargare le ali in gabbia, anche se il consiglio di una gabbia più larga serve a questo. I pappagalli hanno bisogno di questo tempo fuori dalla gabbia per pensare dove vorrebbero andare. Cerca di dividere questo tempo in due periodi, uno di mattino e uno alla sera. Oltre che nella gabbia, montate altri trespoli in casa. Mettete un trespolo in ogni stanza perché i pappagalli hanno bisogno di cambiare luogo e prospettiva. Accompagnate il vostro pappagallo in giro per la casa fornendogli trespoli che suscitino il loro interesse incoraggiandoli a muoversi come farebbero in natura, sceglieranno di spostarsi anche senza il vostro incoraggiamento. Molti trespoli li spingerà a fare esercizi in base al design. I trespoli di corda, conosciuti come spirale possono essere appesi al soffitto. Questi rimbalzano e ruotano e incoraggiano a sbattere le ali. Reti da scalare chiamate cargo net, incoraggiano a scalare, specialmente se “decorato” con piccoli giochi e pezzetti di cibo. Per farli scalare usate un trespolo a piedistallo per gioco/esercizio con posti dove appendere dei giochi. Potete mettere trespoli verticali sul lato della gabbia, permettendo al pappagallo di divertirsi stando in alto. Molti custodi hanno creato delle zone gioco molto complesse che scendono dai soffitti includendo funi, scalette, reti, ceste e altalene. Fornirsi una voliera esterna è un’ottima idea. I pappagalli spesso si spostano di più in esterno, stimolati dall’aria fresca e la luce del sole. Oltre a creare una zona gioco per il pappagallo e farlo divertire e muoversi potete anche stimolarlo a fare esercizi. Il metodo più ovvio è insegnare al vostro pappagallo di sbattere le ali. È spesso suggerito ai custodi di tenere il pappagallo sulla mano che lascerà andare giù in modo che il pappagallo sbatta le ali. Quest’ approccio spaventa molti pappagalli e potrebbe far perdere fiducia nel custode. Un pappagallo dovrebbe essere in grado di sedersi sulla mano senza timore che la lo lasci. Anche se è scelto un segnale che avvisi il pappagallo di cosa sta per accedere, questo esercizio è una forzatura in quanto il pappagallo non ha scelta, per cui accertatevi che si sta realmente divertendo prima di continuare. L’obiettivo deve essere che il pappagallo desidera sbattere le ali. A volte è più facile dirlo che farlo. I pappagalli con le ali clippate non si divertono tanto quanto i pappagalli con le ali integre. Lo percepiscono in modo diverso e dipende dalla spuntatura delle ali, sbatterle potrebbe farli sentire sbilanciati. Se avete un pappagallo che a volte sbatte volontariamente le ali, dovete premiarlo. Premiandolo il pappagallo eseguirà lo stesso esercizio più spesso in futuro. Quando inizia a sbattere le ali, ditegli “Bravo” e dategli un premio. Le funi a spirale sopra citate spingono il pappagallo a sbattere le ali mentre lo fa la spirale, ruoterà e il pappagallo sbatterà ancora di più le ali. Ci sono altri modi per incoraggiarlo a sbattere le ali. Provate a mettere un asciugamano o altro articolo sulla spalliera di una sedia a dondolo e posarvi il pappagallo e poi lentamente farlo dondolare. Questo movimento rafforzerà le gambe, le caviglie e i piedi e migliorerà il bilanciamento. Fatelo lentamente e offrite spesso premi per rendergli l’esperienza piacevole. Accertatevi di non farlo oltre passare i limiti. Potrebbe perdere il bilanciamento e non si divertirebbe.  La sua resistenza e abilità aumenteranno con il tempo. Anche il bagnetto può essere un esercizio aerobico. Molti pappagalli sbattono le ali quando fanno il bagno. A questi soggetti se possibile fate la doccia giornaliera. I piccoli uccelli possono essere incoraggiati mettendo foglie verdi bagnate in un piatto o legati al lato della gabbia. Spesso la musica stimola il movimento. Mettete della musica con un buon beat e incoraggiatelo a ballare. Molti pappagalli si muovono naturalmente al beat della musica, specialmente se lo fate insieme con il pappagallo sulla mano, vi divertirete entrambi. Alcuni pappagalli si divertono rincorrendo la palla o un pezzo di carta accartocciato. Iniziato a insegnarglielo lentamente in modo che capisca cosa fare. Offrite la palla al pappagallo, e quando lo prende, fategli vedere un premio. Lascerà la palla per prendere il premio. Dopo averlo ripetuto qualche volta, mettete la palla distante qualche centimetro e incoraggiatelo a prenderlo. Gradualmente, puoi aumentare la distanza che deve percorrere per prendere la palla. Premiatelo ogni volta con un piccolo premio. Sei interessato ad addestrarlo? Se insegni il traguardo al tuo pappagallo. Semplicemente toccando il becco con un target, ad esempio un bastoncino.  Se questo è per te, un concetto nuovo sarà utile il dvd della comportamentista e addestratrice Barbara Heidenreich’s. Una volta che impara a raggiungere il target per fare esercizio gli potete insegnare a salire le scale, funi o scalette. Lo inseguirà avendo imparato che toccandolo sarà premiato. Un pappagallo attivo sarà più piacevole e sarà meno probabile che abbia problemi comportamentali. Con un po’ di tempo, spesa e ingegno, potete allestire l’ambiente del pappagallo in modo tale che voglia fare movimento. Quando lo fa, premiatelo. Avrete presto un pappagallo che vive per fare movimento.

Pro & contro del volo

  • Migliora la salute respiratoria e cardiovascolare.
  • Maggiore confidenza. Pappagalli che possono volare interagiscono meglio con l’ambiente e aumenta la loro confidenza.
  • Maggiore coordinamento dovuto allo sviluppo muscolare.
  • Maggiori capacità. Volare li fa pensare, e hanno un maggiore sviluppo del cervello.
  • Pochi problemi comportamentali. Il pappagallo che vola resta in modalità “da fare” durante la giornata ed è meno probabile che sviluppino problemi comportamentali come beccare, urlare e deplumarsi.
  • Maggiore indipendenza. I Pappagalli che volano saranno più indipendenti dal compagno e spesso sono meno aggressivi con gli altri.

Contro:

  • I pappagalli hanno le ali… devono volare… nessun contro!!

L’articolo originale lo potete trovare al seguente link >>

Why You Should Let Your Bird Fly

I RISULTATI DI UN BUON TRAINING

I RISULTATI DI UN BUON TRAINING BASATO SULLA FIDUCIA E IL RISPETTO

Il vostro pappagallo è sul trespolo e ignora le vostre richieste di collaborazione?

Non preoccupatevi è accaduto ad ogni proprietario e ad ogni trainer.

Dobbiamo essere consapevoli di quale sia il punto di partenza per il training, ovvero cosa  ci permette di iniziare a lavorare sia sul piano relazionale che quello della collaborazione.

Parliamo di Motivazioni, cioè l ‘espressione dei motivi che inducono un soggetto a fare qualcosa , di qualsiasi natura si tratti.  Mangiare rappresenta per ogni animale un istinto primario, è legato alla sopravvivenza stessa e alla continuazione della specie. Attraverso il cibo noi risvegliamo l’interesse nel nostro pappagallo, e più lavorando su questo istinto proponendogli cibi che a lui piacciono più aumentiamo il languore ottenendo risposte positive e fortemente gratificanti per lui.

Non si tratta di affamare il pappagallo riducendo la quantità di cibo giornaliero per costringerlo ad eseguire qualcosa perché’ di fatto non ha alternative se vuole sfamarsi , ma di integrare la sua normale alimentazione con proposte allettanti DIVERSE da ciò che mettiamo normalmente in ciotola, creandogli un languore e un desiderio che gli permette di eseguire qualcosa attraverso un rinforzo positivo (PREMIO).

E’ il concedere qualcosa di buono, di fortemente ambito, che aumenta inizialmente la motivazione e che diviene “ una gratifica transizionale” per arrivare poi a elargire ciò che serve per cristallizzare la relazione: le coccole e la SUA FIDUCIA in noi!

In un articolo di alcuni anni fa Steve Martin fa il punto su questo concetto, ricordandoci che sovente alcuni trainer utilizzano la fame come espediente per ottenere dal pappagallo ciò che desiderano, ma descrive anche i rischi di tale tecnica: ridurre volontariamente il peso può portare a conseguenze negative per la salute e per il comportamento, una delle più riscontrate nell’animale è lo  sviluppare soprattutto aggressività.

“La maggior parte dei formatori professionali usano il cibo come rinforzo positivo (PREMIO)  per il percorso educativo dei loro pappagalli; si tratta di una strategia di formazione ben collaudata che si è evoluta nel corso degli anni ed è anche un modo naturale per addestrare gli uccelli. In natura, un uccello vola dal suo albero per andare in cerca di cibo per cui la fame ha una grande influenza sulla “motivazione” ed è una delle azioni primarie per cui esso vola.

Nel nostro lavoro di training possiamo creare un simile tipo di motivazione per  aiutare i nostri animali ad effettuare determinati comportamenti, pertanto, il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare sull’uccello a parità di peso, come se fosse allo stato selvatico.”

In conclusione possiamo affermare che il raggiungimento degli obiettivi di un buon training non si ottengono attraverso la privazione del cibo ma con la progressiva costruzione di un rapporto basato sulla fiducia e sulla costanza con cui si effettuano determinati esercizi, ampiamente gratificati ogni volta con ricompense in cibo, giochi e coccole!

Nel mio vivere quotidianamente da circa vent’anni con loro, ho imparato a rispettare la loro indole, il loro essere unici pur avendo caratteristiche comuni, ogni pappagallo ha un suo carattere, un suo modo di interagire sia nello stormo che con il compagno umano, “Rispettare” la sua unicità ci permette di capire cosa ci vuole comunicare…

Come Trainer mi piace rispondere a una domanda che ricorre spesso nei miei work: Come riesci a farli volare liberi e a sapere che torneranno da te? La mia risposta è sempre la stessa: PERCHÉ HANNO IN ME LA STESSA FIDUCIA CHE IO HO IN LORO, ma non fermatevi a guardare solo il volo perché dietro a questo c’è un lavoro quotidiano e costante, fatto di dare e avere, la libertà di volare o di fare una determinata azione che noi vogliamo che il pappagallo faccia è sempre vincolata alla sua libertà di volerla fare e mai in nessun modo e con nessun mezzo obbligati, si chiama RISPETTO!

BUONA VITA CON I VOSTRI COMPAGNI PIUMOSI!

IL TAGLIO DELLE PENNE REMIGRANTI

IL TAGLIO DELLE PENNE REMIGRANTI

Abbiamo da tempo espresso la nostra posizione  in merito al TAGLIO DELLE REMIGANTI, ma riteniamo corretto dare a VOI che avete il piacere di leggerci l’opinione di esperti sull’argomento. NOI siamo contrari al taglio delle remiganti se non in casi eccezionali che come recita la normativa sono a discrezione del medico veterinario aviario comportamentista.

Associazione “PAPPAGALLI IN VOLO”


Considerazioni sulla gestione degli uccelli addomesticati con e senza l’accorciamento delle remiganti.

Non è facile costruire un’estesa discussione sul taglio delle remiganti negli uccelli addomesticati per limitarne il volo. Gli uccelli sono animali vertebrati che hanno evoluto questa modalità per gli spostamenti che è prerogativa della loro classe; almeno come adattamento anotomo-funzionale, giacché conosciamo numerose specie che, per strategie evolutive, non sono in grado di volare. Oggi, attorno a questa discussione, si sono create ideologie molto contrapposte tra loro che basano i loro costrutti essenzialmente su due assunti di base: il primo nasce dalla convinzione che il taglio delle remiganti degli uccelli domestici sia una barbara pratica e debba necessariamente essere considerata come maltrattamento animale; la seconda, invece, basata su altri principi che legittimano quest’usanza. Occorre non fermarsi a considerazioni superficiali e affrettate, anche se spesso fanno comodo e sollevano dall’incombenza di affrontare i problemi in modo razionale. Noi riteniamo che sia necessario dedicare più tempo alla riflessione, soprattutto quando si tratta di temi che riguardano l’etica nell’allevamento degli animali domestici. Il taglio delle remiganti è un termine improprio (poiché non si riferisce al risultato che si ottiene) che indica l’atto di tagliare alcune delle remiganti al fine di impedirgli di volare via. Questa pratica è indirizzata unicamente agli uccelli allevati artificialmente dall’uomo e destinati a diventare animali pet o, meglio conosciuti in lingua italiana, come animali da compagnia. Il taglio delle remiganti non è una scelta che riguarda soltanto il proprietario dell’animale: essa è piuttosto una scelta che deve essere compiuta in funzione delle tecniche di gestione degli uccelli addomesticati in cattività, dell’ambiente in cui vivono e del tempo che condividono con la nostra presenza. Quando s’intende allevare un uccello addomesticato in casa (che nella fattispecie generalmente si tratta di un pappagallo) occorre necessariamente analizzare in modo approfondito che cosa comporta l’allevamento con le ali integre e l’allevamento con le remiganti accorciate. Vediamo pro e contro di entrambi. Se si vuole allevare, ad esempio, un pappagallo addomesticato in casa come animale da compagnia è condition sine qua non che esso sia stato allevato artificialmente dall’uomo. In un precedente articolo è possibile comprendere quali caratteristiche comportamentali distinguono questi animali dagli altri allevati, invece, dai genitori biologici. Questo tipo di animali necessitano obbligatoriamente di interazioni continue con il proprietario pena l’insorgenza di comportamenti patologici. Allevare un pappagallo in casa con le ali integre è sicuramente molto appagante, sia per l’animale sia per il proprietario. L’uccello sarà libero di spostarsi in tutta la casa con magnifiche esibizioni di volo. Molto appagante è per l’uomo veder planare sulla propria spalla l’animale desideroso di interazioni. Tuttavia, questo tipo di gestione presenta numerosi problemi. Innanzi tutto una vita libera esclusivamente in appartamento non è possibile per ragioni legate alla salute dell’animale: quest’aspetto è molto importante e ogni volta ci stupiamo di come molti autorevoli autori dimostrino di trascurarlo. Un pappagallo che vive perennemente in appartamento, seppur libero di volare, non potrà avvantaggiarsi dei benefici che l’ambiente esterno e naturale esercita sul suo organismo. Per portare un esempio, se gli uccelli non si espongono ai raggi solari diretti (quindi non filtrati da altri materiali quali il vetro, la plastica, la stoffa etc) avranno serie difficoltà nella sintesi della Vit. D, indispensabile per il metabolismo del Calcio; in sua assenza è possibile che si sviluppino forme di rachitismo. Anche la pioggia è un evento climatico che i pappagalli dimostrano di gradire. Queste asserzioni non sono soltanto presunte: è possibile evidenziare e classificare specifici comportamenti di natura innata che gli animali manifestano appositamente per questi scopi. Perciò, l’immediata conclusione cui si può giungere è che il felice pappagallo libero di volare ovunque, che appaga molto il nostro senso animalista, in realtà può sviluppare sofferenze se allevato sempre in locali interni. Altro problema sono i pericoli domestici. Se è vero che un uccello libero in casa impara velocemente a evitare strutture che possono non sorreggere il suo peso o che possono facilmente cadere al suo passaggio, è altrettanto vero che impara molto velocemente anche a servirsi di oggetti che possono alimentare la sua curiosità. Purtroppo, però, difficilmente nelle nostre case i pappagalli potranno trovare carnosi frutti, foglie e rametti per sfogare il loro incessante temperamento curioso: spesso s’impossessano di pericolosi oggetti, come tubetti contenenti sostanze chimiche per la cosmesi, quando non detersivi e veleni. Ancora, in casa un pappagallo può pericolosamente planare su pentole incandescenti, getti d’acqua bollenti o rodere cavi elettrici, rischiando di morire folgorato: i pappagalli sono animali notoriamente distruttivi e le conseguenze di una loro libera e incontrollata permanenza in casa possono facilmente condurli alla morte. Bisogna poi analizzare il pericolo delle fughe. Un pappagallo libero di volare che trova una finestra o una porta aperta difficilmente non la attraverserà. Una volta superato il davanzale con molta probabilità esso si lancerà nel vuoto, sempre che non l’abbia già attraversata in volo, librandosi felicemente nel cielo blu. Peccato che, salvo rare eccezioni, il pappagallo non tornerà più a casa e questo per più motivi. Innanzitutto l’ambiente esterno richiama, al nostro uccello addomesticato, tutti quei comportamenti atavici di ipervigilanza del territorio che gli consentono di proteggersi da pericoli e predatori. Pertanto, l’animale darà molto più spazio alla sua sfera comportamentale innata, piuttosto che a quella appresa nella vita in casa. Udire il suo nome gridato dal proprietario, non avrà più lo stesso effetto che aveva in appartamento: esso involontariamente lascerà maggior spazio alle sue pulsioni innate di controllo del territorio. Ciò nonostante, se supponessimo che il nostro pappagallo avesse effettivamente l’intenzione di ritornare a casa, dovremmo immaginare anche tutte le difficoltà che il ritorno presenterebbe. L’uccello addomesticato del nostro esempio non avrà dimestichezza geografica dell’ambiente in cui improvvisamente si è trovato e riconoscere strutture identificative della nostra abitazione, non avendole mai apprezzate da quel punto di vista, è impossibile: le nostre case dall’alto o da lontano sono strutturalmente tutte molto simili. Un pappagallo fuggito da un ambiente domestico, in definitiva, è destinato con tutta probabilità a morire d’inedia. Concludendo l’aspetto dell’allevamento di uccelli addomesticati in cattività, si può affermare che soltanto chi possiede appartamenti spaziosi, in grado di vantare aree protette da dedicare unicamente agli animali e che presentano collegamenti con voliere esterne, possono godersi appieno il volo libero dei propri beniamini. L’esempio è quello dell’allestimento di una stanza vuota con annessa voliera esterna. In caso contrario, ogni volta che il pappagallo è libero in casa, deve essere sorvegliato continuamente e saltuariamente esso dovrà essere spostato all’esterno per beneficiare degli influssi che l’ambiente naturale offre. Allevare un pappagallo libero di volare ma tenuto perennemente in locali interni non riceve un completo appagamento psico-fisico. Discorso diverso occorre affrontare per chi, invece, sceglie la limitazione del volo (questo è un termine più idoneo per indicare l’intervento sulle remiganti).

Un pappagallo domestico che ha subito una corretta limitazione del volo può essere gestito in modo assai diverso rispetto ai pappagalli volatori. Giacché l’animale ha bisogno del massimo d’interazioni con l’uomo, una limitazione del volo consentirebbe all’animale di seguire il suo proprietario sostanzialmente ovunque: in appartamento come fuori da esso. Inoltre, è possibile consentire agli uccelli una lunga permanenza all’esterno, ad esempio in un verde giardino, luogo in cui possono facilmente trovare stimolazioni adeguate a un soddisfacimento del loro repertorio comportamentale. Immaginiamo di poter lasciare i pappagalli così trattati in un lussureggiante giardino, ricco di arricchimenti ambientali quali rocce, alberi, piante a basso fusto e, perché no, essenze botaniche appositamente coltivate per la specie cui appartiene il pappagallo.

In queste condizioni la nostra vigilanza può abbassarsi quantitativamente poiché anche in presenza di eventi improvvisi (forti rumori, passaggi di aerei etc) il nostro uccello non sarà in grado di spiccare un volo direzionato in altezza, ma la limitazione del volo gli consentirà soltanto di planare verso il terreno in un modo tale, se eseguita correttamente, da garantirgli una dolce discesa al suolo senza traumi. I lati positivi della limitazione del volo tendono a risolvere quasi tutti i lati negativi che abbiamo affrontato per il volo libero in casa. (Si noti poi che la limitazione del volo attraverso la recisione delle remiganti non causa assolutamente nessun tipo di dolore all’animale. Le penne sono innervate ma soltanto a livello follicolare, in altre parole in prossimità del punto d’inserzione della penna sull’epidermide. Questa innervazione consente al pappagallo di percepire la posizione della penna ma essa non si estende a tutto il calamo che, una volta sviluppatosi completamente, si presenta come una struttura cheratinosa al pari di peli e capelli). Tuttavia, anche questa pratica presenta alcuni lati negativi che occorre necessariamente discutere. Innanzi tutto la nostra attenzione deve essere rivolta al modo con cui si esegue l’accorciamento delle remiganti. Infatti, tagli effettuati in modo maldestro possono causare importantissimi problemi agli animali che vanno dall’insorgenza di comportamenti patologici a problemi di natura clinica; queste evenienze sono notevolmente più gravi di quelle che si presentano nel volo libero. Vediamo quali. Le remiganti che vanno accorciate devono essere preferibilmente in numero di 3/4, partendo dalla prima remigante primaria più esterna. L’accorciamento va effettuato in modo tale da recidere il calamo della penna il più vicino possibile alla radice, senza peraltro causare lesioni all’epidermide. Un calamo che sporge circa un centimetro dall’epidermide consente di asportare quasi totalmente la remigante senza causare disfunzioni all’animale. Infatti, se concedessimo misure più lunghe, il troncone del calamo rimanente andrebbe a sfregare sul groppone del pappagallo, causando irritazioni cutanee e, più generalmente, fastidio all’animale. In seconda istanza bisogna tenere presente che le remiganti vanno recise in entrambe le ali. E’ purtroppo pratica ancora diffusa tagliare le remiganti soltanto di un’ala; questo è un errore gravissimo poiché causa ansia e insicurezza all’animale che perde il controllo naturale dei movimenti, cadendo roteando su stesso ogni qualvolta intende spiccare un volo. Un taglio così effettuato consente agli animali di compiere piccoli spostamenti in volo, anche in senso orizzontale ma mai di compiere voli direzionati verso l’alto, che renderebbero impossibile un loro recupero. Le planate saranno effettuate in lunghezza, consentendo all’animale di dirigere la discesa dove meglio preferisce quindi, in sostanza, di utilizzare i propri apparati locomotori in modo naturale. Ecco perché più sopra, si è scelto di denominare tale pratica limitazione del volo, invece che taglio delle remiganti: rispecchia meglio la finalità per cui eseguiamo questa pratica. Alla luce di queste considerazioni risulta più idoneo allevare i pappagalli addomesticati effettuando una limitazione del volo, soprattutto per chi non possiede la giusta esperienza per gestire dei pappagalli liberi di volare. La limitazione del volo è una tecnica di gestione dell’animale alato tanto quanto lo è il guinzaglio per il cane o le redini del cavallo; anzi, rispetto a quest’ultima è sicuramente meno traumatica. Additare chi esegue questa pratica nel modo corretto, etologicamente e biologicamente, pecca di superficialità e dimostra di non conoscere a fondo le necessità degli uccelli addomesticati in cattività. Inoltre questa pratica, se messa a confronto con i più conosciuti metodi di contenimento degli animali (per esempio i collari “a strozzo”, il morso per i cavalli, i generatori di corrente per spostare i bovini etc), è innocua fisicamente e aiuta i proprietari a fornire le giuste stimolazioni comportamentali ai propri uccelli. In questi ultimi tempi, oltre a ciò, iniziano a diventare consistenti le discussioni sul web in merito al volo libero. Affine ai metodi usati in falconeria, il volo libero è la pratica di liberare gli uccelli in ampissimi spazi (boschi, campi etc) al fine di farli volare per ridotti periodi e sotto il controllo vocale o alimentare del proprietario.

Non è necessario discutere in questo contesto di tale pratica, pur riconoscendo che questa potrebbe rivelarsi in futuro l’ideale per i nostri animali. La tecnica del volo libero al momento non è in grado di presentare protocolli metodologici universali e tentarla equivale a correre il rischio di perdere gli animali che, non trattandosi di rapaci autoctoni, se fuggono al nostro controllo vanno incontro a morte certa.

NDR: Il volo libero va eseguito con l’assistenza di un trainer che insegna a metterlo in atto.

Concludendo questo tentativo di un’analisi oggettiva sul taglio delle remiganti che, se compiuto nel modo corretto, chiameremo limitazione del volo ci preme elencare ancora in modo più chiaro e riassuntivo i punti cardine del discorso.

Allevare un pappagallo addomesticato consentendogli di volare in modo naturale è la miglior scelta che un allevatore (e/o proprietario) deve effettuare, purché esso garantisca all’animale:

–  protezione da tutti i pericoli che l’ambiente domestico può presentare

–  impossibilità all’animale di fuggire

– beneficio tratto dalle condizioni dell’ambiente esterno (ambientali,  climatiche, comportamentali etc)

– permanenza del rapporto uomo/animale.

In caso contrario è possibile scegliere una limitazione del volo attraverso l’accorciamento delle remiganti primarie purché:

l’accorciamento sia effettuato in modo corretto, tale da non causare sfregamenti sul groppone da parte dei calami recisi

sia effettuato su entrambe le ali e per un numero di remiganti non superiore a 3/4 per ala

consenta all’animale di spostarsi autonomamente compiendo piccoli voli in senso orizzontale e di planare dolcemente al suolo

l’animale benefici di tutte le altre condizioni di carattere etologico e biologico proprie della specie d’appartenenza

Noi ci auguriamo che il lettore abbia trovato in questo breve articolo una soddisfacente trattazione dell’argomento limitazione del volo. Talvolta è stato utilizzato un tono polemico per spiegare ideologie ritenute scorrette che poco hanno a che vedere con la piena conoscenza degli uccelli e della loro biologia: ci scusiamo se qualcuno dovesse sentirsi preso in causa, ma l’atteggiamento superficiale e leggero che troppi “specialisti” del settore stanno utilizzando in questi ultimi anni va in qualche modo contrastato, al fine di evitare pressioni sui nostri animali e comode strumentalizzazioni professionali.

Dr. Pierluca COSTA, etologo

Dr.ssa Marta AVANZI, Medico Veterinario

http://vetexotic.it/index.php/uccelli/il-taglio-de…


I DIRITTI DEGLI ANIMALI

Come tenere un animale in casa: cosa dice la legge su disturbi in condominio, cani al parco, castrazione, sterilizzazione, abbandono, maltrattamento, vacanze. Dire che un animale domestico non è un giocattolo può sembrare una banalità. Ma per alcuni esseri umani, tenere in casa un gatto, un cane, un coniglio, talvolta un animale esotico, può essere una moda o un rimedio alla solitudine che si porta tra le quattro mura di casa o in giardino senza badare alle conseguenze. Tenere un animale in casa comporta impegno per curarlo ma anche rispetto per il vicinato, che non è tenuto a sopportare odori, rumori, cani che abbaiano di notte, gatti che sconfinano nel giardino altrui, galline che quando fanno le uova sembra che stiano cantando la Tosca e pappagalli che urlano. Esistono i diritti degli animali come esistono i diritti dei vicini. Come far convivere entrambi? Ma il tema dei diritti degli animali è molto più ampio e riguarda proprio loro, gli amici a quattro zampe (o a due, se si tiene un pappagallo). Quando possono correre e giocare in un parco frequentato da bambini o da altre persone? Che cosa si rischia quando li si maltratta o li si abbandona perché stanchi di loro o perché diventati scomodi? Quando è il caso di provvedere alla castrazione o alla sterilizzazione o al taglio delle remiganti? Quando e dove possono andare in vacanza all’estero con il loro padrone? In questa guida daremo risposte a queste e ad altre domande sui diritti degli animali, a cominciare, proprio, dalla legge che li tutela.

Indice

1 I diritti degli animali nella legge italiana

1.1 Legge in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo

1.2 Accordo tra Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome

1.3 Legge sul maltrattamento degli animali e combattimenti clandestini

1.4 Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia

2 I diritti degli animali in condominio

2.1 La puzza di animale: cosa può succedere?

2.2 Il cane che abbaia

2.3 Il diritto dell’animale a non essere minacciato

2.4 I doveri dei padroni

3 Il diritto degli animali a correre nel parco

4 La castrazione e la sterilizzazione degli animali

5 L’abbandono degli animali

6 Il diritto degli animali all’espatrio

7 Si può avere un animale selvatico in casa?

I diritti degli animali nella legge italiana

La sensibilità verso gli animali domestici è via via aumentata nel tempo e, così, anche il legislatore e la giurisprudenza accompagnano questa tendenza. Un esempio, l’introduzione nel nostro ordinamento del divieto di pignoramento degli animali da compagnia, oltre a quelli che hanno una funzione terapeutica o di assistenza. Ma quali sono (ufficialmente) gli animali di compagnia? Secondo il Regolamento comunitario in materia [1] sono:

  1. cani
  2. gatti
  3. furetti
  4. invertebrati (escluse le api ed i crostacei)
  5. pesci tropicali decorativi
  6. anfibi e rettili
  7. uccelli (esclusi i volatili previsti dalle direttive europee)
  8. roditori e conigli domestici

Sul fronte della tutela degli animali, invece, è stata la Cassazione [2] a sancire che il maltrattamento non deve essere considerato solo da punto di vista fisico ma anche psichico, dato che la legge ritiene gli animali «esseri viventi capaci di percepire con dolore comportamenti non ispirati a simpatia, compassione ed umanità» [3]. La pena per chi, per crudeltà o senza necessità, provoca una lesione ad un animale o lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a lavori insopportabili è la reclusione da tre a 18 mesi o la multa da 5.000 a 30.000 euro. Pena che incombe anche sulla testa di chi somministra a quelle povere bestie delle sostanze stupefacenti o vietate e che raddoppia se da uno di questi comportamenti deriva la morte dell’animale.

Di leggi sui diritti degli animali in Italia non mancano. Ecco le più importanti. Legge in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo E’ la prima normativa al mondo (e siamo nel 1991) che riconosce il diritto alla vita e alla tutela dei randagi [4]. Possono essere soppressi soltanto se hanno gravi malattie o per comprovata pericolosità. Il principio generale di questa legge è quello di promuovere la tutela degli animali d’affezione, di vietare la crudeltà verso di loro ed il loro abbandono e di favorire la convivenza tra uomo e animali, tutelando, comunque, l’ambiente e la salute pubblica;

Accordo tra Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome

Gli enti sovracomunali hanno competenza per agire nel loro territorio, ma rispettando i princìpi di questa intesa che, per la prima volta, definisce l’animale domestico «quello tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da terapia, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità» [5].

Vengono fissati, inoltre, alcuni diritti degli animali, ovvero i doveri di chi se li prende in cura, e cioè:

  • rifornirlo di cibo e di acqua in quantità sufficiente e con tempistica adeguata;
  • assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico e etologico;
  • consentirgli un’adeguata possibilità di esercizio fisico;
  • prendere ogni possibile precauzione per impedirne la fuga;
  • garantire la tutela di terzi da aggressioni;
  • assicurare la regolare pulizia degli spazi di dimora degli animali.

L’accordo, inoltre, ha imposto l’obbligo, dal 1° gennaio 2005, del microchip come sistema di identificazione dei cani al posto del vecchio tatuaggio.

Legge sul maltrattamento degli animali e combattimenti clandestini

Questa legge [6] ha introdotto nuove fattispecie di reato [7], tra cui il divieto di produrre e commercializzare pelli e pellicce di cane e gatto e disposizioni che riguardano l’uccisione o il maltrattamento di animali, gli spettacoli o le manifestazioni vietate, il divieto di combattimento tra animali e la confisca.

Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia

L’Italia [8] ha ratificato nel 2010 [9] la Convenzione approvata dall’Ue a Strasburgo che riguarda il traffico illecito e l’introduzione illecita di animali da compagnia.

La legge vieta esplicitamente di causare inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale di compagnia e punisce il suo abbandono. Ribadisce i diritti degli animali ad essere curati e mantenuti ma sancisce che, se il cane o il gatto non si adattano ala cattività, non deve essere tenuto come animale di compagnia. Insomma, sarebbe una sorta di «sequestro di animale», giusto per alleggerire il concetto.

Viene fissato, inoltre, a 16 anni il limite minimo di età per adottare una mascotte a quattro zampe e impone il divieto di intervenire chirurgicamente sull’animale se non per curarlo o sterilizzarlo. Sembra obsoleto dirlo, ma quello che non si può fare è:

  • tagliarli la coda o le orecchie (il lifting teniamocelo per noi umani, per cortesia);
  • recidergli le corde vocali (non lo facciamo con certi cantanti, perché farlo con loro?);
  • asportargli unghie o denti.

Infine, la legge specifica la procedura per l’eutanasia dell’animale domestico. Che non può avvenire per annegamento, asfissia, avvelenamento ed elettrocuzione se non sono preceduti da anestesia profonda. Ma anche in questo caso, una punturina è più che sufficiente, oltre che più dignitosa che far affogare un cane o far morire un gatto attaccandogli addosso la corrente. Altro che dolce morte.

I diritti degli animali in condominio

E’ nel condominio dove nascono, a volte, le discussioni più banali (l’odore di fritto, il bucato bagnato steso che gocciola su quello quasi asciutto della vicina di sotto, il rumore che fa il giovanotto quando rientra tardi la sera). Figuriamoci quando c’è di mezzo un cane che abbaia o un gatto che va i versi. A fare ordine sui diritti degli animali in condominio ci pensa una legge del 2012 [10]che introduce due concetti importanti. Il primo, la modifica all’articolo 1138 del codice civile con cui si stabilisce che un regolamento condominiale non può vietare di possedere o detenere animali domestici. Il secondo, l’abbiamo appena detto: il concetto di «animali domestici» e non più «animali da compagnia». In questo modo, si amplia il parterre di animali che si possono tenere in casa, oltre al cane o al gatto. Abbiamo già accennato in precedenza che i diritti degli animali equivalgono ai doveridei loro proprietari. Sono questi ultimi, infatti, a rispondere del comportamento del loro cane, gatto o furetto che sia. E quando si ha un animale in casa, specialmente in un condominio, i problemi di convivenza con i vicini non mancano.

La puzza di animale: cosa può succedere?

Se Fido o Micio sono abituati a farla nella ciotolina sistemata sul balcone o nel piccolo giardino condominiale, è facile che, prima o poi, il cattivo odore diventi insopportabile. Il diritto dell’animale è quello di farla dove gli dicono di farla, ma il dovere del proprietario è quello di pulirla dopo che l’animale l’ha fatta. Altrimenti, se il vicino decide di denunciare la situazione, il padrone del cane o del gatto (o del coniglio nano) dovrà rispondere del reato di «getto pericoloso di cose» [11], punito con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino a 206 euro. Non basta difendersi dicendo che la cacca è stata fatta nel proprio balcone e che, quindi, non ha sporcato la proprietà altrui: basta che l’odore penetri dalla finestra del vicino (magari all’ora di pranzo) superando la cosiddetta soglia di normale tollerabilità [12] (leggi «Puzza di animali: cosa fare?»). Si può arrivare a chiedere l’allontanamento dell’animale dal condominio in caso di odori sgradevoli [13] se il vicino che non ne può più del voltastomaco presenta una richiesta al Giudice di Pace. Sarà lui a chiedere una perizia tecnica e, se possibile, a prendere i dovuti provvedimenti per risolvere il problema. Ma raramente l’animale verrà allontanato.

Il cane che abbaia

Can che abbaia non morde ma dà parecchio fastidio, soprattutto di notte ed in un condominio. Tra i diritti dei cani c’è quello di esprimersi come meglio sa, ma il diritto del vicino è quello di poter riposare e il dovere del proprietario del cane è quello di farlo tacere (di far tacere il cane, non il vicino). Ecco perché la Cassazione [14] ha recentemente deciso che il reato di disturbo della quiete pubblica esiste eccome quando un cane abbaia insistentemente, purché il fastidio sia avvertito da tutto il condominio o al circondario. Insomma, se a lamentarsi è solo il vicino di pianerottolo o gli anziani del piano di sopra, questi potranno soltanto chiedere al giudice civile un risarcimento del danno. Ma il reato penale scatta solo quando c’è una lamentela generale di tutti i condòmini o dei vicini delle case adiacenti. A quel punto si può parlare di disturbo del riposo e delle attività delle persone [15], punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro.

Il diritto dell’animale a non essere minacciato

La tipica scena: quando il vicino non ne può più dell’animale domestico del dirimpettaio, cosa fa? Gli offre un’appetitosa polpetta avvelenata. Guai a lui se lo fa, però: la legge vieta di maltrattare o uccidere un animale anche se reca fastidio dalla mattina alla sera. Il padrone dell’animale, se se ne accorge, può presentare denuncia alle Forze dell’ordine. Il malintenzionato rischia fino a due anni di reclusione.

I doveri dei padroni

Come evitare, dunque, che i diritti degli animali si trasformino nell’incubo dei vicini? Basta che i padroni di cani e gatti rispettino i loro doveri, e cioè: non lasciare liberi gli animali nelle aree comuni senza le dovute cautele. Se si tratta di un cane, deve essere sempre tenuto al guinzaglio e, se aggressivo, indossare la museruola; garantire che gli animali non compromettano la quiete e l’igiene degli altri condòmini; non abbandonare gli animali per lungo tempo in casa o sul balcone (si rischia l’omessa custodia [16], punita con la sanzione amministrativa da 25 a 258 euro).

Il diritto degli animali a correre nel parco

Gli animali di compagnia hanno diritto a correre, passeggiare e giocare in un parco pubblico, purché non siano in corso delle emergenze sanitarie o di igiene pubblica a livello esclusivamente locale.

Tuttavia, la giurisprudenza (quasi una decina i tribunali amministrativi regionali che si sono pronunciati in questo senso) ha stabilito che il divieto di accesso dei cani nei parchi pubblici, anche accompagnati dai loro padroni, è illegittimo.

Secondo i giudici, un’ordinanza comunale che vieti nel modo più assoluto l’ingresso dei cani in un parco risulta essere «eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei princìpi di adeguatezza e proporzionalità» [17]. Quello che, invece, i proprietari dei cani sono tenuti a fare per poter andare al parco con il proprio animale è tenere l’amico a quattro zampe al guinzaglio e portare in tasca la museruola, da utilizzare in caso di necessità [18].

Ad ogni modo, il Comune può vietare di avvicinare i cani alle aree attrezzate per i bambini o decidere di multare chi non raccoglie gli escrementi lasciati dal cane nei giardini pubblici.

La castrazione e la sterilizzazione degli animali

Capitolo particolarmente «doloroso»: quello della castrazione degli animali. Viene praticata in ambito veterinario e zootecnico, con obiettivi diversi.

Nel caso di cani e gatti, le Asl si occupano della castrazione di questi animali per contenere il randagismo e la riproduzione, nel rispetto della legge sulla tutela degli animali domestici.

In altri casi, invece, come negli allevamenti, viene praticata per ottenere della carne più tenera da mettere in vendita nelle macellerie (pensiamo, ad esempio al cappone, che non a caso si chiama così) oppure per modificare le caratteristiche caratteriali dell’animale (è il caso, ad esempio, del bue: dicono sia mansueto, ma solo «dopo»). O, ancora, per servire i testicoli dell’animale a tavola (chi non ha sentito parlare delle famose «palle di toro»?).

Ma perché castrare un animale di compagnia? Questo intervento lo si fa, soprattutto sui gatti. L’odore della loro urina, quando raggiungono la maturità, diventa particolarmente fastidioso, in quando la minzione contiene delle sostanze dall’odore penetrante, utile ai gatti per «segnare il territorio». Il problema è che l’urina va sul divano, sul mobile o sulla tenda e non tutti i proprietari ne sono felici. L’unico modo per evitarlo è quello di procedere alla castrazione, un intervento che – secondo gli esperti – non comporta danni alla salute fisica o psichica dell’animale. Ma che, naturalmente, priva il gatto degli ormoni che aumentano il suo desiderio sessuale, evitando, in questo modo, il suo senso di frustrazione per non potersi accoppiare.

Dove fare la castrazione? Da un veterinario. Sarà lui a valutare quando è il momento di farla e quanto farà spendere per l’intervento.

La castrazione degli animali di compagnia è prevista dalla normativa vigente dettata dal Ministero della Salute per il controllo delle nascite. Il Governo ha delegato a Regioni e Province di dare priorità a questi piani destinando una quota non inferiore al 60% delle risorse stanziate per la lotta al randagismo.

A tale fine, accanto alla castrazione, viene praticata la sterilizzazione, vivamente raccomandata dal Ministero su cani e gatti.

La sterilizzazione è un intervento chirurgico di routine, che viene effettuato in anestesia generale e con piccoli accorgimenti per il controllo del dolore. L’animale ha un totale recupero in breve tempo.

Mentre la sterilizzazione dei maschi viene fatta attraverso la castrazione, quella delle femmine viene praticata attraverso:

  • l’ovarioisterectomia, cioè l’asportazione chirurgica delle ovaie e dell’utero;
  • l’ovariectomia: asportazione chirurgica solo delle ovaie.

La sterilizzazione viene consigliata non solo per il controllo delle nascite ma anche per prevenire dei tumori o altre malattie dell’apparato genitale degli animali.

L’abbandono degli animali

E’ il capitolo più triste: quando il padrone abbandona il proprio animale perché stanco di lui o perché diventato troppo impegnativo. Il codice penale, però, punisce questo gesto vigliacco [19] con l’arresto fino ad un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La stessa pena viene applicata quando un animale viene tenuto in stato di cattività ma in condizioni che contrastano con la sua natura, generando sofferenza.

Questo reato comune è di competenza del Tribunale monocratico e perseguibile d’ufficio.

La Corte di Cassazione si è pronunciata più volte in materia. Tra le ultime sentenze, quella secondo cui «costituiscono maltrattamenti, idonei ad integrare il reato di abbandono di animali, non soltanto i comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione» [20].

Il diritto degli animali all’espatrio

Tra i diritti degli animali c’è anche quello di farsi una bella vacanza con il suo padrone? Certamente. Ma dipende dove. Perché le leggi dei vari Stati vietano l’ingresso di alcune specie e di razze di cani nel proprio territorio.

Su cani e gatti, ad esempio, esiste un Regolamento comunitario che impone l’obbligo di fare una sorta di «passaporto» per animali in cui venga indicata la razza. Ma – per quanto riguarda Fido – è necessaria anche la vaccinazione antirabbica in validità e l’identificazione dell’animale tramite microchip.

Per sapere quali sono i cani che possono accompagnare in vacanza i loro padroni, leggete qui.

Si può avere un animale selvatico in casa?

La normativa vieta la detenzione in cattività di mammiferi e rettili selvatici o provenienti da riproduzioni che, in particolari condizioni ambientali e/o comportamentali, possano arrecare effetti mortali o invalidanti per l’uomo, o che, se non sottoposti a controlli sanitari o a trattamenti di prevenzione, possano trasmettere malattie infettive all’uomo.

L’elenco degli animali pericolosi è contenuto nell’allegato al decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 aprile 1996 e comprende circa 10 ordini e 54 famiglie della classe dei mammiferi. Ad esempio vi rientrano il pitone reticolato, l’anaconda, il cobra, la mamba, il serpente corallo, la vipera ed serpente a sonagli.

Chi non rispetta questo divieto rischia l’arresto da 3 mesi a 1 anno o l’ammenda da 7.747 a 103.291 euro. Vi è la possibilità di ottenere autorizzazione prefettizia alla detenzione di questi animali, purché in possesso di idonee strutture di custodia.

In Italia, l’acquisto di un animale esotico deve essere sempre accompagnato da documenti particolari di «identità» che permettano di dimostrare l’origine legale.

La detenzione di animali esotici è poi soggetta ad autorizzazione da parte del Comune. I possessori di animali esotici sono tenuti a inoltrare la domanda di autorizzazione alla detenzione al sindaco tramite il Servizio veterinario dell’Asl competente per territorio, corredata dai documenti atti a consentire l’esatta identificazione degli animali e dimostrarne la legittima provenienza (ad esempio denuncia di nascita in cattività) e, per le specie per le quali è prevista, copia autentica della denuncia di possesso al Servizio Certificazioni Cites.

note

[1] Regolamento CE n. 998/2003.

[2] Cass. pen. sent. n. 46291/2003.

[3] Art. 544-ter cod. pen.

[4] Legge n. 281/1991.

[5] Accordo del 6 febbraio 2003.

[6] Legge n. 189/2004.

[7] Art. 544 cod. pen.

[8] Convenzione Ue del 14 agosto 1991.

[9] Legge n. 201/2010.

[10] Legge n. 220/2012.

[11] Art. 674 cod. pen.

[12] Cass. sent. n. 35566/2017.

[13] Art. 844 cod. civ.

[14] Cass. sent. n. 5613/2017.

[15] Art. 659 cod. pen.

[16] Art. 672 cod. pen.

[17] Tar Lazio, sent. n. 5836/2016.

[18] Min. Salute, ordinanza del 6 agosto 2013.

[19] Art. 727 cod. pen.

[20] Cass. sent. n. 46560/2015.

https://www.laleggepertutti.it/170859_i-diritti-degli-animali

allegati:

  1. Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia
  2. Ratificata Convenzione europea per protezione degli animali da compagnia

https://drive.google.com/file/d/1NnaFvi466anXYKUZy…

https://drive.google.com/file/d/1Pe097dHOI-avNp3E_…

IL TAGLIO DELLE PENNE REMIGRANTI

CORSO ON-LINE E LIVE "PAPPAGALLI IN VOLO"

INTERVISTA "UN TRAINER PER VOLARE" PARTE SECONDA

POSSO TOCCARE E ACCAREZZARE IL PAPPAGALLO?

Posso toccare e accarezzare il pappagallo ?

Qualche giorno fa ho avuto modo di rispondere ad alcune domande postemi in merito al toccare i pappagalli sotto le ali o sul dorso e pancia…
Io sconsiglio la continua manipolazione dei pappagalli, non per una questione di “maltrattamento” (anche se ritengo che chi lo fa non conosca l’aspetto etologico del pappagallo), ma perché nel lungo periodo, attraverso queste manipolazioni “toccare zone proibite” potremmo essere responsabili dell’ attivazione di comportamenti da parte del pappagallo pericolosi . I comportamenti che ne conseguono possono essere molteplici: dall’aumento del tempo per pulire il piumaggio arrivando fino a sfociare in un comportamento vizioso che nel lungo tempo può portare alla autodeplumazione o ancor più pericolosi, possono essere tutti quei comportamenti di tipo “sessuale” che potremmo andare a sollecitare attraverso il tocco continuo di alcune ZONE del loro corpo. Alcune specie di Psittacidi sono maggiormente portati all’interazione con l’uomo, Cenerini, Grandi Ara, Cacatua,  sono pappagalli che cercano il contatto con l’umano, per loro è piacevole ma alcune volte nel tempo, a causa di comportamenti errati, essi diventano i più gettonati ad avere problemi di relazione con i loro compagni-umani. Quindi se proprio vogliamo toccarli, lo possiamo fare senza rischio sul collo, testa, becco e zampe, ovvio la quantità di tempo che noi li tocchiamo e li sollecitiamo fa la differenza. Molti di voi sicuramente conoscono Barbara Heidenreich, per chi non la conoscesse  posso dirvi essere una Trainer da Parco, una Keeper conosciuta ovunque non solo nel settore “animali da parco”, ma anche tra i possessori di pappagalli, sono famosi i suoi Work sulla gestione di questi animali con sistema “ABA”, sotto vi riporto il suo stringato pensiero tradotto in lingua italiana in merito all’argomento che ho trattato:

“Io generalmente tocco la testa e le piume accarezzandole in direzione del becco lisciandole, per diversi motivi. Io non sono una persona che tocca i pappagalli tutto il tempo! Può essere utilizzato il Rinforzo Positivo, ma solo se necessario e solo se appropriato per quel singolo pappagallo e se non gli crea altri problemi. Non ci sono indicazioni particolari che ho seguito per toccare o meno i pappagalli”

La risposta di Barbara è esaustiva seppur stringata direi che pur non avendo approfondito la tematica è molto in linea con il mio scritto, ognuno saprà formarsi la propria opinione. Allego una foto tratta dal sito http://ballancebehavior.com/ in inglese e gentilmente tradotta dal sig. Giovanni D’Amico che ben evidenzia le zone di cui parliamo. Facciamoci anche un sorriso con un video dell’attore Enzo Salvi che a suo modo tratta l’argomento… Inserisco anche un video di un cenerino di nome Pedro e di proprietà della sig.ra Alba Lossi da cui si evince chiaramente il FASTIDIO che esso prova quando si toccano in maniera errata alcune parti del suo corpo che vengono definite erogene…

Non usate la manipolazione errata di alcune zone del vostro pappagallo per creare un legame con lui, sono altri i modi con cui si deve interagire, la continua manipolazione su zone erogene porterà il pappagallo ad avere gravi problematiche comportamentali.

Gianluca Ranzan

LO STRAZIANTE MONDO DEL COMMERCIO DI UCCELLI ESOTICI

Lo straziante mondo del commercio di uccelli esotici.

https://www.oliverregueiro.com/ 

Articolo originale: https://www.mnn.com/earth-matters/animals/blogs/the-heartbreaking-world-of-captive-exotic-birds

Articolo SCARICABILE in pdf qui >>> https://drive.google.com/open?id=1DSuYCJFAMbOPDkWBUqAZKrsBgZDhUJIJ

DOTT. IGNAZIO PUMILIA PROMUOVE IL VOLO LIBERO

Dott. Ignazio Pumilia promuove il volo libero.

Tutti gli uccelli (volanti) sfruttano l’apparato muscolo-scheletrico e l’apparato respiratorio per volare… la loro anatomia li rende delle perfette macchine per il volo!!! È grazie allo studio del volo degli uccelli se oggi esistono i mezzi aerei !!! Ci sono poi altri fattori quali le correnti ascensionali, la propria volontà dell’animale (in relazione alle proprie esigenze quali vicinanza dal padrone) e tanti altri fattori che condizionano il volo…! Uno dei fattori fondamentali e direi anche la “conditio sine qua non” per il volo dei pappagalli sia in natura che in cattività è il mantenimento del peso corporeo costante. D’altronde un aereo troppo carico non riuscirebbe a volare o comunque avrebbe serie difficoltà! Nei nostri pappagalli Pet tenuti in cattività mantenere un peso costante non è solo indice di buona salute ma è il “volo stesso”  ad “essere salutare”! Questo purtroppo non avviene nei pappagalli tenuti sedentariamente in gabbia. Uno studio scientifico dimostra che la “mancanza di volo” in animali nati per volare provoca seri danni per via dello stress ossidativo… ecco una sommaria traduzione:

Stress ossidativo, comportamento di attività e massa corporea nei pappagalli in cattività.

Molte specie di pappagalli sono tenute in cattività per la conservazione, ma spesso mostrano scarsa riproduzione, salute e sopravvivenza. Questi tratti sono noti per essere influenzati dallo stress ossidativo, dallo squilibrio tra la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e dalla capacità delle difese antiossidanti di migliorare il danno da ROS. Nell’uomo, lo stress ossidativo è legato all’obesità, alla mancanza di esercizio fisico e alla scarsa nutrizione, tutti elementi comuni negli animali in cattività. In questo studio abbiamo testato se i pappagalli mantenuti nelle tipiche gabbie per animali domestici ed alimentati ad libitum presentano una variazione nel profilo ossidativo, nel comportamento e nella massa corporea. È importante sottolineare che, come con molti uccelli tenuti in cattività, i Pet non hanno abbastanza spazio per intraprendere un ampio volo libero. Quattro tipi di danno ossidativo, rotture del DNA a filamento singolo (test della cometa a basso pH), siti labili alcali nel DNA (test della cometa ad alto pH), sensibilità del DNA al ROS (test della cometa trattato con H2O2) e malondialdeide (un sottoprodotto di perossidazione lipidica), erano non correlati tra loro e con concentrazioni plasmatiche di antiossidanti alimentari. Senza un intenso esercizio per 28 giorni in una gabbia relativamente piccola, gli individui più “attivi” naturalmente avevano più rotture del DNA a singolo filamento rispetto agli uccelli sedentari. L’elevata massa corporea all’inizio o alla fine dell’esperimento, associata ad un sostanziale guadagno di massa, erano tutti associati ad una aumentata sensibilità del DNA al ROS. Pertanto, un’elevata massa corporea in questi uccelli in cattività era associata al danno ossidativo. Questi uccelli non mancavano di antiossidanti dietetici somministrati nella dieta perché la massa corporea finale era positivamente correlata ai livelli plasmatici di retinolo, zeaxantina e α-tocoferolo. Gli individui variavano ampiamente nei livelli di attività, comportamento alimentare, guadagno di massa e profilo ossidativo nonostante condizioni di vita standardizzate. Il danno al DNA è spesso associato a scarsa immunocompetenza, bassa fertilità e invecchiamento più rapido. Quindi, abbiamo meccanismi candidati per la durata limitata e la fecondità comune a molti uccelli tenuti per scopi di conservazione.

– Pub med ed Dott. Veterinario Ignazio Pumilia-

Dott. Ignazio Pumilia Medico Veterinario promuove  il volo libero.

https://wuoow.com/ignazio-pumilia-lesperto-promuove-il-free-flight/