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Curiosità scientifiche

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Ho pensato di creare una sezione dedicata alle curiosità scientifiche che sono inerenti ai nostri amici piumosi. Ci saranno una serie di collaboratori che ringrazio pubblicamente per avere gentilmente offerto il loro tempo e le loro conoscenze per aiutarci a capire in maniera semplice il mondo dei pappagalli e dei volatili. Invito tutti coloro interessati a collaborare a contattarmi, siamo aperti a ogni argomento che sia supportato da :

  • fonti certe e verificabili
  • studi dimostrati e accreditati da comitati scientifici
  • citazioni d’autore
  • testimonianze verificabili

PERCHE' I PAPPAGALLI GETTANO IL CIBO?

PERCHE’ I PAPPAGALLI BUTTANO IL CIBO?


Perchè i pappagalli buttano il cibo?

Il significato di questa strana abitudine, un’abitudine strana e molto frequente dei nostri amici volatili.

Vediamo insieme perchè i pappagalli buttano il cibo.

Una delle ragioni più comuni che possiamo osservare nelle casa delle persone che convivono con un pappagallo, di qualsiasi specie esso sia, è vedere il volatile mangiare un pò del suo cibo e gettare il resto. I pappagalli non compiono questo gesto perchè sono schizzinosi con il cibo, ma c’è uno studio che da altri significati a questo comportamento. Anche perchè è un atteggiamento che presentano non solo i pappagalli in cattività ma anche quelli in natura.

I pappagalli buttano il cibo: ecco perchè

L’azione del pappagallo di gettare via una parte del suo cibo, ha destato curiosità anche ad alcuni studiosi tanto che questi ultimi hanno effettuato una ricerca scientifica sul perchè di tale comportamento.

I ricercatori hanno esaminato alcune specie di pappagalli in natura per evidenziare se tale atteggiamento si presentasse solo in alcuni oppure in tutti.

Hanno notato che l’abitudine di gettare il cibo era presente in tutte le specie, dall’Ara al Cacatua: il pappagallo prende il frutto, ne mangia un pò e poi il resto lo getta.

Inoltre gli studiosi hanno dichiarato che un solo pappagallo getta via l’80% del cibo e che alcuni di essi sembrava che staccassero il frutto senza utilizzarli per nutrirsi. Ci sono state molte ipotesi sul comportamento del pappagallo. Tuttavia molti ricercatori pensano che questi uccelli siano molto “altruisti”, e che quindi il loro gettare a terra il cibo possa essere un modo per nutrire gli animali che non possono raggiungere quel determinato cibo. Infatti secondo gli studiosi ci sono alcuni animali in natura che possono beneficiare del comportamento “altruista” dei pappagalli: altri uccelli, mammiferi, rettili. E’ stato dichiarato inoltre che si sono tre condizioni specifiche per cui il pappagallo getta via parte del suo cibo, ossia quando il frutto è acerbo, quando non conosce la pianta del frutto e quando non è stagione dell’accoppiamento. Come ultima ipotesi i ricercatori hanno dichiarato che i pappagalli colgono frutti acerbi in modo tale la far crescere sull’albero frutti più dolci e più grandi successivamente. Un pò come l’uomo taglia i frutti per migliorare il raccolto.

Marianna Durante

COME VEDONO I PAPPAGALLI

 

LA VISIONE UV AVIARIA INCREMENTA I CONTRASTI DELLA SUPERFICIE
FOGLIARE NELLE FORESTE
SOMMARIO
La visione UV è comune, tuttavia poco si conosce riguardo alla sua utilità in impieghi generali e
comuni, come la risoluzione della struttura degli ambienti. Qui è possibile osservare ambienti con
vegetazione usando una fotocamera multispettrale con canali che simulano la sensibilità
fotorecettrice attraverso lo spettro UV visibile. Si può comprendere che il contrasto tra le superfici
superiori e inferiori di una foglia è più alto in un canale UV rispetto a un qualsiasi canale visibile, e
che questo fa sì che la posizione e l’orientamento della foglia risaltino chiaramente. Questa
conclusione era alquanto inaspettata dal momento che entrambe le superfici della foglia riflettono
similmente piccole proporzioni (1-2%) di luce UV incidente. Il forte contrasto UV può essere
spiegato considerando che la luce di downwelling è più accesa di quella di upwelling, e che le foglie
trasmettono < 0,06% di luce UV incidente. Le riflessioni speculari del cielo e della canopia
soprastante dalla cuticola fogliare spesso fanno sembrare piccole delle riflessioni estese. Le
riflessioni speculari cambiano il colore della foglia, tanto che il massimo contrasto fogliare è
visibile a lunghezze d’onda UV brevi nelle canopie aperte, e ad ampie lunghezze d’onda nelle
canopie chiuse.
INTRODUZIONE
Molti animali in grado di vedere i colori possiedono la capacità di vedere i raggi UV. Tuttavia
l’intera gamma di mansioni a cui la visione UV potrebbe essere applicata rimane scarsamente
esplorata a causa della difficoltà di fare previsioni su una gamma di lunghezza d’onda che non
possiamo vedere. La maggior parte delle informazioni riguardanti l’utilità della visione UV è stata
ricavata grazie a indagini mirate e specifiche per specie riguardo ai segnali inviati dai colori degli
animali e dei fiori, e a deduzioni sul contrasto figura-sfondo che deve essere evidente per gli oggetti
visti contro la luce del sole o in acque poco profonde. E’ risaputo anche che il cielo è un potente
emettitore di luce polarizzata e, che gli animali che usano schemi di polarizzazione basati sulla luce
del cielo per lo spostamento, generalmente possiedono fotorecettori sensibili alla polarizzazione che
raggiungono l’apice negli UV o nel blu. Al contrario, si sa poco dell’utilità della visione UV per
visualizzare contrasti tra comuni oggetti terrestri incontrati dalla maggior parte degli animali che si
trovano a terra nelle loro attività giornaliere. Un motivo per cui manca tale conoscenza è che è
difficile prevedere quali confronti di oggetti possano generare alti contrasti UV, quando tutti gli
oggetti in questione (ad es. foglie, tronchi, lettiera, rocce, ecc.) sono già noti per la riflessione della
luce UV.
Per aggirare queste barriere e formulare ipotesi, si è fatto uso di una tecnologia sottoutilizzata nel
campo dell’imaging visuale ecologico e multispettrale. Sono stati perfezionati canali di fotocamere,
che imitavano la sensibilità spettrale degli animali, che hanno consentito di visualizzare i dati grezzi
raccolti da fotorecettori. Questa tecnica ha compensato la nostra stessa incapacità di vedere gli UV e
ha permesso di valutare quantitativamente il relativo beneficio di canali di fotorecettori
differentemente sintonizzati attraverso lo specchio dell’UV visibile. Ha inoltre permesso di
osservare ambienti quali si presentano, in situ, senza alterare la naturale geometria della luce.
E’ stata adottata la visione tetracromatica aviaria come sistema di riferimento. La visione degli
uccelli è un eccellente sistema di riferimento per numerose ragioni. Primo, gli uccelli che cercano
cibo a terra impiegano molto del loro tempo a volare e/o a saltare attraverso la vegetazione, e molti
cercano specifiche superfici fogliari per cacciare. Gli uccelli campionano l’intero spettro UV
visibile, dall’UV al rosso, caratteristica che li rende un ottimo sistema per paragonare un canale UV
all’intera gamma di canali visibili. In aggiunta, le sensibilità relative allo spettro del cono UV degli
uccelli variano, particolare che ha reso possibile verificare se il tipo di ambiente possa condurre al
perfezionamento delle sensibilità dello spettro UV negli uccelli e negli altri animali.
Si è compreso che l’ottica delle foglie e la geometria della luce dell’ambiente interagiscono per
rendere la visione UV particolarmente adattabile a visualizzare i contrasti della superficie fogliare.
Un canale UV dovrebbe perciò facilitare lo spostamento attraverso complessi ambienti ricchi di
vegetazione, così come la localizzazione di particolari superfici fogliari per vari impieghi, inclusi la
ricerca della preda, l’ovideposizione e la ricerca di rifugi. Usando il modellismo ottico, si può
dimostrare che le riflessioni speculari nei differenti ambienti rivestono un ruolo sottovalutato nel
creare l’apparente colore delle foglie e, in cambio, i contrasti della superficie fogliare. Per
visualizzare i contrasti della superficie fogliare, le canopie chiuse favoriscono i fotorecettori di raggi
UV a lunghezza d’onda maggiore. Questo risultato potrebbe avere delle implicazioni per la messa a
punto di fotorecettori animali.
RISULTATI E DISCUSSIONE
E’ stata utilizzata una fotocamera multispettrale di visione aviaria per visualizzare i contrasti
attraverso il canale, paragonando due comuni varianti di coni UV (U e V, spesso indicati in
letteratura con UVS e VS) a due comuni varianti di coni UV di S (blu) e M (verde) e di coni L
(rosso) (Fig.1). Sono anche stati paragonati i due coni UV tra di loro. Ogni variante di cono UV è
tipicamente accompagnata da una specifica variante di cono blu, così sono state confrontate anche
le due varianti di cono blu tra di loro. Nello specifico, sono state cercate fonti di alto contrasto UV
in ambienti ricchi di vegetazione che sono mancanti o più carenti in altri canali di colori,
verificando come il contrasto UV contribuisca al contrasto di colore in sistemi visuali tetra, tri e
dicromatici, e verificando se il tipo di ambiente influenzi la sintonia spettrale ottimale degli UV e
delle sensibilità spettrali del fotorecettore blu.
Fig. 1

Le sensibilità spettrali dei coni aviari e dei canali della fotocamera multispettrale.
Le linee continue mostrano le sensibilità spettrali dei coni aviari e le linee tratteggiate mostrano i
canali della fotocamera multispettrale. La maggior parte degli uccelli che cerca il cibo a terra è
tetracromatica, con i coni L,M e sia S(U) sia U o S(V) e V. L,M, S, V e U indicano rispettivamente
le lunghezze d’onda Lunga, Media, Corta, Violetta e Ultravioletta.
Le immagini sono stata divise in tre tipi di ambienti- (1) pascoli e porzioni della foresta dominati da
vegetazione decidua nella Scania e in Svizzera, (2) foreste vergini di sclerofillo con un sottobosco
di arbusti tipici della foresta pluviale ombreggiati da un’alta e aperta canopia di eucalipto nel
Queensland, Australia, e (3) foreste pluviali tropicali e subtropicali vergini nel Queensland,
Australia. Questi tre ambienti rappresentano una progressione dagli ambienti aperti e scarsamente
ricoperti di vegetazione, agli ambienti chiusi e densamente ricoperti di vegetazione.
E’ stata trovata un’evidente fonte di contrasto UV che mancava o era più carente nei canali dei coni
visibili- il contrasto tra le superfici fogliari superiori e inferiori (d’ora in poi contrasto fogliare;
calcolato come contrasto di Michelson). (Fig. 2,4,5 a, tabella 1).
Le superfici fogliari inferiori risultavano scure sotto gli UV, con le loro sagome che intensificavano
la visibilità delle foglie e del perimetro delle foglie, e la geometria della struttura della vegetazione.
Questo dettaglio strutturale, intensificato, potrebbe aumentare l’efficienza negli spostamenti in
ambienti ricchi di vegetazione e nel localizzare particolari superfici fogliari per il nascondiglio,
l’ovideposizione e la ricerca delle prede.
Fig.2

Esempi di immagini che mostrano la differenza nel contrasto fogliare visto da coni UV e verdi negli
ambienti decidui nel sud della Svezia. Per ciascuna delle tre visuali, le due immagini in alto
mostrano la stessa scena vista da canali fotorecettori UV e verdi. La variante di cono UV che ha
visto il contrasto più alto è quella mostrata. Le due immagini in basso sono immagini RGB con
colori falsati con tre dei quattro canali di coni aviari collegati ai canali R (rosso), G (verde) e B (blu)
di uno schermo digitale. Per esempio, RGB=UMS denota che il cono U è mostrato dal canale rosso
di uno schermo RGB, che il cono M da un canale verde, e il cono S da un canale blu. Si noti che la
fila superiore di immagini RGB contiene un canale UV mentre quella inferiore no. Per fini di
dimostrazione, i valori dei pixel dalle immagini originali sono stati (1) normalizzate dal valore di
pixel medio in ogni immagine, (2) aggiustate per riempire la gamma dinamica di uno schermo
digitale sRGB, e (3) aggiustate per disfare la portata di gamma sRGB della maggior parte degli
schermi digitali. Ciò significa che, vista su uno schermo calibrato di sRGB, attraverso ciascun
canale, l’intensità dei pixel ridimensiona linearmente l’output di un cono. Se un pixel è stato
sovraesposto o sottoesposto in qualsiasi canale, il pixel corrispondente in tutti i canali è stato messo
in bianco (per sovraesposto) o nero (per sottoesposto), ed escluso dai calcoli. Si noti che le
immagini in colori falsati non possono replicare cosa gli animali vedano veramente, ma forniscono
la migliore approssimazione a disposizione.
Fig. 3

Immagini esemplificative che mostrano la differenza nel contrasto fogliare visto dai coni UV e
verdi negli ambienti umidi e sclerofilli nel Queensland, Australia. Vedi la Fig. 2 per maggiori
dettagli.
Fig. 4

Immagini esemplificative che mostrano la differenza nel contrasto fogliare visto dai coni UV e
verdi in ambienti di foresta pluviale nel Queensland, Australia. Vedi la Fig. 2 per maggiori dettagli.
Fig. 5

Il vantaggio della visione UV per visualizzare i contrasti fogliari acromatici e a colori. I grafici
mostrano lo scarto interquartile mediano (IQR), e i dati più bassi e più alti, entro 1,5 IQR, sotto e
sopra l’IQR (i valori anomali non sono mostrati). a I contrasti acromatici di Michelson visti da
diversi canali di coni in ambienti differenti. In ogni ambiente, i coni UV hanno avuto un contrasto
fogliare più alto che altri canali di coni a P<0,0001. b I contrasti a colori in unità di differenze
appena avvertibili (JNDs) visti da un LMSU tetracromatico e tutte le combinazioni tricromatiche e
dicromatiche possibili di fotorecettori aviari, ancora separati per ambiente. Per rendere i risultati il
più generali possibile per il regno animale, si è supposto che tutte le composizioni di fotorecettori
avessero lo stesso numero di ogni classe di fotorecettori in unità integrativa. In ogni ambiente,
trasformare un tricromatico nella gamma visibile (LMS) in un tetracromatico con un cono UV
(LMSU) ha reso evidente il contrasto di colori a P<0,0001. Tutte le composizioni del cono che
contengono sia un cono U che M (evidenziate in arancione) hanno avuto un contrasto fogliare più
alto di ogni altra composizione con lo stesso numero di coni a P<0,0001. Tutti i valori P derivano da
test del segno a due lati, per esempio “signtest” in MATLAB. I dettagli dei test statistici possono
essere trovati nella Tabella 1.
Dettagli della Tabella 1 dei test del segno usati per analizzare i dati nella Fig. 5

La statistica dei segni indica il numero di volte in cui la differenza nel contrasto fogliare visto da
differenti canali o combinazioni di canali (mostrati nella colonna delle ipotesi nulle testate) era
maggiore di zero.
Il canale verde è stato sorprendentemente inutile per visualizzare il contrasto fogliare (Fig. 2-4, 5 a,
Tabella 1). Questo mette in dubbio l’intuizione che, poiché le foglie sono verdi, un canale verde
dovrebbe essere il migliore per risolvere la struttura della vegetazione. L’impressionante differenza
tra i canali verdi e UV può essere spiegata dal fatto che le foglie trasmettono e riflettono simili
quantità di luce verde (e rossa e, in estensione minore, blu), ma riflettono molta più luce UV di
quella che trasmettono. In natura, l’illuminazione downwelling è molto più chiara dell’illuminazione
upwelling, che si traduce in più luce che è disponibile a riflettere dalle superfici superiori della
foglia rispetto che da quelle inferiori. Questi fattori si combinano per fare sì che le superfici fogliari
inferiori irradino simili quantità di verde, ma quantità di luce UV molto differenti.
In modo più specifico, nelle misurazioni della riflessione e trasmissione della superficie fogliare
superiore in un intervallo di 300-500 nm (vedi Metodi), le foglie riflettono in maniera diffusa >25
volte la quantità di luce UV (300-400 nm) che trasmettono, ma riflettono soltanto 1,5 volte la
quantità di luce blu (400-500 nm) che trasmettono. Indagini precedenti mostrano che le foglie
riflettono e trasmettono simili quantità di luce verde (500-600 nm) e rossa (600-700), con la
riflessione che varia la trasmissione da ~0,7 a 1,3 volte.
Oltre a evidenziare il contrasto nel canale, è risaputo che in ogni ambiente, trasformare un
tricromatico nell’intervallo visibile (LMS) aggiungendo un canale UV per renderlo un
tetracromatico (LMSU) rende evidente il contrasto dei colori della foglia. (Fig. 5b, Tabella 1).
Ciò non sorprende, poiché aggiungere un canale colorato genera una nuova dimensione con la quale
il colore può variare. Se si suppone nessun costo in termini di rumore aggiuntivo nei canali colorati
preesistenti, un canale colorato aggiuntivo evidenzierà sempre il contrasto di colori se gli oggetti
messi a confronto stimolano il nuovo canale anche solo con quantità leggermente differenti.
Ciò che risulta maggiormente interessante è che tutti i tricromatici e dicromatici teorici, che
avevano sia fotorecettori UV che M, hanno visto un contrasto fogliare di colori più alto di qualsiasi
altra composizione fotorecettrice che aveva lo stesso numero di canali fotorecettrici (Fig. 5b,
Tabella 1).
La maggior parte dei vertebrati terrestri e degli invertebrati tricromatici e dicromatici hanno
fotorecettori con picchi nelle stesse porzioni dello spettro dei coni aviari UV e M. Persino tra i
mammiferi, si è recentemente scoperto che la sensibilità per gli UV è relativamente comune, con
molte specie conosciute, o predette tali dalle sequenze di opsina, tali da avere picchi di coni UV, e
con molte conosciute tali da avere lenti trasparenti alle lunghezze d’onda UV, che rendono possibile
che anche i picchi dei coni blu (~400-450 nm) siano stimolati dalle lunghezze d’onda UV. Questa
ricerca fornisce una ragione possibile per cui il contrasto UV è una sorgente di contrasto altamente
campionata nel regno animale.
Sono stati inoltre eseguiti test sull’effetto del tipo di ambiente in una sintonia spettrale ottima dei
coni UV e S. Il cono V era avvantaggiato a visualizzare i contrasti acromatici fogliari nella foresta
pluviale e negli ambienti di sclerofillo e umidi, mentre il cono S(U) era avvantaggiato a visualizzare
il contrasto acromatico fogliare in tutti gli ambienti (Fig. 6, Tabella 1). In tutti i tetracromatici
LMSV, se si scambia il cono V con un cono U, o un cono S(V) con un cono S(U), uno alla volta,
l’effetto nel contrasto di colori è molto simile all’effetto del contrasto acromatico nel canale.
Tuttavia, poiché le varianti di coni U e S che si verificano non hanno gli stessi effetti direzionali nel
contrasto nel canale, il loro effetto combinato nel contrasto di colori riflette un terreno intermedio
tra i loro effetti individuali. Il risultato finale è che un sistema tetracromatico LMSU (con canali
S(U) e U) era avvantaggiato a visualizzare contrasti di colori fogliari negli ambienti decidui e di
sclerofillo e umidi.
Fig. 6

I dati della fotocamera multispettrale mostrano che la sintonia spettrale ottimale dei fotorecettori
UV per visualizzare i contrasti fogliari dipende dal tipo di ambiente. Ognuno dei pannelli sulla
sinistra mostra la distribuzione della differenza del contrasto fogliare nel canale visto da due
varianti di coni UV in un ambiente differente. I pannelli al centro mostrano gli stessi tipi di
distribuzione per due varianti di coni S. I pannelli sulla destra mostrano gli stessi tipi di
distribuzione per contrasti di colori visti da tetracromatici LMSV e LMSU. La linea nera verticale e
spessa a x=0 indica il punto in cui le due varianti vedono un contrasto uguale. Il cono V è
avvantaggiato a visualizzare i contrasti fogliari acromatici nella foresta pluviale (P<0,0001) e
sclerofillo e umido (P=0,004), e il cono S(U) è avvantaggiato a visualizzare contrasti fogliari
acromatici in tutti gli ambienti (P<0,0001). Un sistema tetracromatico LMSU è avvantaggiato a
visualizzare il contrasto fogliare di colori negli ambienti decidui (P<0,0001) e di sclerofillo e umidi
(P<0,0001). In questa figura sono state utilizzate le abbondanze relative di fotorecettori di uccelli
che cercano il cibo a terra tali che il rapporto di coni L:M:S:U in un’unità integrativa è uguale a
3:2,5:1,7:1.
Il fatto che il cono S(U) veda quasi sempre un contrasto fogliare più alto del cono S(V),
indipendentemente dall’ambiente, suggerisce che qualsiasi sintonia spettrale del cono S è
probabilmente diretta da un’altra forza evolutiva estranea alla percezione del contrasto fogliare.
D’altro canto, il fatto che le diverse varianti di cono UV vedano un contrasto fogliare massimo in
diversi ambienti potrebbe spiegare, in parte, perché gli uccelli hanno ripetutamente fatto avanti e
indietro tra due varianti di coni UV diversamente sintonizzate nella loro storia evolutiva, e potrebbe
anche aiutare a spiegare la variazione nella sensibilità UV in altri gruppi di animali.
Per convalidare matematicamente l’effetto dell’ambiente e svelare la fisica dietro di esso è stato
sviluppato un modello ottico per predire e paragonare i contrasti fogliari come visti dai coni V e U
in diversi ambienti. Sono state misurate le proprietà spettrali delle foglie decidue e della foresta
pluviale, e testati entrambi i tipi di foglie nel modello. Il modello è stato progettato per essere
resistente al cambiamento dell’ambiente e programmato a ripetere i suoi calcoli 10000 volte, ogni
volta randomizzando fino a 12 parametri di diversi ambienti (per la lista dei parametri, vedi Metodi:
Calcoli del Modello Ottico). La distribuzione della differenza nel contrasto visto da coni V e U
attraverso le 10000 ripetizioni del modello potrebbe poi essere rappresentata in un istogramma.
Mettendo a confronto gli istogrammi generati dalle diverse combinazioni dei parametri, è stato
possibile convalidare l’effetto dell’ambiente osservato nei dati multispettrali. Una volta convalidato,
è stato rappresentato lo spettro generato durante i passaggi intermedi del modello per comprendere i
meccanismi ottici dietro l’effetto. In ognuna delle piste dei modelli descritte sotto, si ritiene che tutti
e 12 i parametri siano stati randomizzati, a meno che altrimenti specificati.
Quando il modello ottico includeva riflessioni profuse e trasmittanza soltanto, è stato impossibile
mostrare qualsiasi condizione sotto la quale il cono V avrebbe visto un contrasto fogliare più alto
del cono U (Fig. 7a, primo pannello). Per aumentare il realismo del modello, sono state introdotte
riflessioni speculari di sorgenti luminose estese. Tali riflessioni infondono un colore uniforme sugli
oggetti lisci e non dovrebbero essere confuse con i piccoli punti luminosi come quelli della luce
solare direttamente riflessa (una sorgente puntiforme). L’identità della sorgente luminosa che è
riflessa specularmente (d’ora in poi, sorgente luminosa speculare) potrebbe essere luce che si irradia
dal cielo, dalle nuvole, dalla canopia o lettiera.
Fig. 7

Il modello ottico convalida l’effetto dell’ambiente osservato nei dati mutispettrali e rivela il
meccanismo dietro di esso. a Primo Pannello: quando solo la riflessione diffusa e trasmittanza erano
modellate, il cono U ha sempre visto un contrasto fogliare più alto, indipendentemente dal fatto che
venissero usati spettri di foglie decidue o della foresta pluviale. Secondo pannello: quando le
riflessioni speculari erano aggiunte al modello, il cono V a volte ha visto un contrasto fogliare più
alto, ma non c’era alcuna separazione netta tra i tipi di foglie decidue e della foresta pluviale. Terzo
pannello: illustrando le foglie illuminate da diverse sorgenti luminose speculari si è scoperto che il
cono V ha visto un contrasto fogliare più alto solo quando le foglie sovrastanti erano la sorgente
luminosa speculare. Quarto pannello: mettendo a confronto gli ambienti con diverse quantità di
canopia sovrastante, è stata dimostrata una netta separazione tra ambienti aperti e chiusi, con il cono
V che vedeva un contrasto fogliare più alto in ambienti chiusi (<80% copertura di canopia) e con il
cono U che vedeva un contrasto fogliare più alto in ambienti aperti (<80& copertura di canopia). Si
deduce che le differenze viste tra gli ambienti erano dovute alle differenze nell’apertura degli
ambienti e non dalle proprietà ottiche delle foglie. b Gli spettri di radianza mediana delle superfici
fogliari modellate con e senza riflessioni speculari quando la sorgente luminosa speculare erano le
foglie sovrastanti. Il tipo di foglia (deciduo o della foresta pluviale) era randomizzato. Qui, si può
notare che le riflessioni speculari dalla superficie superiore della foglia cambiano la forma spettrale
della riflettanza della superficie fogliare superiore più che della riflettanza della superficie fogliare
inferiore, e che questa differenza è più pronunciata in ambienti chiusi. Il risultato di ciò in termini di
contrasto acromatico mediano attraverso lo spettro blu UV può essere visto nei due pannelli in
basso. In ambienti chiusi (pannello in basso a destra), la riflessione speculare cambia la luminosità
della superficie fogliare superiore tanto che il contrasto diventa più alto ad alte lunghezze d’onda. Si
noti che tutti i parametri degli ambienti che non vengono menzionati nella figura sono stati
randomizzati in ogni 10000 ripetizioni del modello.
Dopo aver aggiunto riflessioni speculari da entrambe le superfici superiori e inferiori delle foglie, il
modello ottico ha mostrato che il cono V a volte ha visto un contrasto fogliare più alto del cono U
(Fig. 7 a, secondo pannello). Tuttavia, non è stata notata nessuna differenza nella tendenza centrale
dei contrasti fogliari modellati con le foglie decidue e della foresta pluviale. Confrontando il
contrasto fogliare per le foglie illuminate da diverse sorgenti luminose speculari, si è notato che il
cono V ha visto un contrasto fogliare più alto dell cono U solo quando la sorgente luminosa
speculare giungeva da foglie sovrastanti. (Fig. 7 a, terzo pannello). Poiché gli ambienti di foresta
pluviale campionati erano molto più densi di quelli decidui, si suppone che la differenza nella
sintonia spettrale ottimale tra gli ambienti potrebbe derivare dalle differenze nella probabilità delle
foglie sovrastanti di essere la sorgente luminosa speculare. Perciò è stato testato un effetto di
copertura di canopia nel modello ottico. Quando la canopia era >80% chiusa, era più probabile che
il cono V vedesse contrasti fogliari più alti che il cono U (Fig 7 a, quarto pannello). Al contrario,
quando la canopia era <80% chiusa, era più probabile che il cono U vedesse un contrasto fogliare
più alto del cono V. Questo suggerisce che la copertura di canopia giochi un ruolo fondamentale
nelle differenze nella sintonia spettrale ottimale osservata negli ambienti.
Per comprendere meglio come le riflessioni speculari possano cambiare la sensibilità spettrale
ottimale nel cono V, sono state disegnate le radianze mediane delle foglie modellate con e senza le
riflessioni speculari quando la sorgente luminosa speculare erano le foglie sovrastanti. (Fig. 7 b).
Quando la copertura di canopia era >80% (Fig. 7 b, pannello destro in alto), la sorgente luminosa
speculare cambiava la forma spettrale della radianza della superficie superiore della foglia molto di
più di quando la copertura di canopia era <80% (Fig. 7b, pannello sinistro in alto). Questo non era
vero per le superfici fogliari inferiori -le riflessioni speculari hanno cambiato soprattutto l’intensità e
non la forma spettrale della radianza della superficie inferiore della foglia, e funzionava così in
proporzioni simili sotto tutti i livelli di copertura di canopia. In breve, le riflessioni speculari hanno
cambiato la forma spettrale della radianza diversamente per le superfici fogliari superiori e inferiori,
e questo cambiamento è più estremo negli ambienti chiusi. Il risultato in termini di contrasto
fogliare da 300 a 500 nm può essere visto nei due pannelli in basso nella Fig. 7b. Quando la
copertura di canopia era >80%, il contrasto fogliare era superiore a 400 nm, mentre quando la
copertura di canopia era <80%, il contrasto fogliare era inferiore a 400 nm.
Si può supporre che la ragione per cui le riflessioni speculari cambiano la radianza fogliare più negli
ambienti chiusi che aperti sia che negli ambienti chiusi le riflessioni speculari hanno un’intensità
maggiore rispetto alle riflessioni diffuse. In un ambiente chiuso, passa poca luce attraverso i buchi
nella canopia per contribuire alle riflessioni diffuse. Come tale, il rapporto di riflessioni speculari a
riflessioni diffuse sarà più alto in un ambiente chiuso, spiegando perché le riflessioni speculari
cambiano la radianza fogliare più in ambienti chiusi che aperti. Per capire meglio questa relazione,
è stato usato il modello per visualizzare l’interrelazione tra la copertura di canopia, l’intensità di
riflessioni speculari a riflessioni diffuse, e il contrasto fogliare visto da il cono V rispetto al cono U.
Come previsto, quando la copertura di canopia aumentava, la proporzione di riflesione speculare a
riflessioni diffuse aumentava, e allo stesso modo anche il contrasto fogliare visto dal cono V rispetto
al cono U (Fig. 8).
Fig. 8

Il rapporto di riflessioni speculari a riflessioni diffuse dalle foglie modifica la sintonia spettrale
ottimale per percepire il contrasto fogliare. Il modello ottico rivela che la sensibilità spettrale
ottimale per visualizzare il contrasto fogliare dipende non solo dalla sorgente luminosa speculare
(vedi Fig. 7 a) ma anche dal rapporto di riflessioni speculari a riflessioni diffuse dalla superficie
fogliare superiore. Il rapporto dipende da quanto il cielo è oscurato dalla canopia sovrastante. Meno
luce passa attraverso i buchi della canopia sovrastante, più grande è la proporzione di riflessioni
speculari rispetto a riflessioni diffuse, e più vantaggioso il cono V per visualizzare il contrasto
fogliare. La linea y=0 indica il punto in cui entrambe le varianti del cono V vedono un contrasto
uguale.
Studi precedenti hanno testato quali parti dello spettro un animale dovrebbe campionare per la
discriminazione di colori ottimale in ambienti ricchi di vegetazione. Tuttavia, limitazioni
metodologiche hanno impedito di scoprire l’importanza dell’UV. Lythgoe e Partridge (1989) hanno
portato delle foglie in laboratorio per misurare la loro riflettanza spettrale e hanno mostrato, con
modelli, che un fotorecettore blu e verde è la migliore combinazione dicromatica per discriminare
tra le diverse foglie verdi. Non è chiaro se abbiano messo a confronto le superfici superiori e
inferiori delle foglie, ma portando oggetti in laboratorio hanno demolito gli effetti della geometria
dell’illuminazione, che è cruciale per impostare un forte contrasto fogliare UV. Chiao et al. ha usato
una fotocamera multispettrale per testare quali combinazioni dicromatiche di fotorecettori vedano i
contrasti di colori più alti in ambienti ricchi di vegetazione, ma non campionato lo spettro UV.
Questo studio è il primo a usare un sistema di imaging spettrale multi o iper per visualizzare la
vegetazione, in situ, dalla prospettiva di un animale attraverso l’intero spettro UV visibile. Poichè la
metodologia utilizzata ha preservato la naturale geometria dell’illuminazione e ha campionato
l’intero spettro UV visibile, è stato possibile scoprire un fenomeno che, in esame retrospettivo,
sembra ovvio, ma che nessuno studio precedente ha avuto la capacità metodologica o la
lungimiranza di cercare.
Sviluppando un modello ottico per capire la fisica dietro ai dati multispettrali, si è scoperto che le
riflessioni speculari hanno un ruolo sottovalutato nel cambiare la forma spettrale della luce riflessa
da oggetti lisci. Studi di colorazione adattabile generalmente non spiegano le riflessioni speculari.
Questo potrebbe aver portato a risultati ingannevoli in alcuni casi, soprattutto quando si guarda a
parti dello spettro dove le riflessioni speculari spesso sovrastano quelle diffuse. Il presente studio
perciò apre la possibilità di un intero nuovo mondo di indagine sull’importanza delle riflessioni
speculari per l’evoluzione della visione e colori negli ambienti naturali.
METODI
Design del filtro della fotocamera multispettrale
Per calcolare lo spettro del filtro target sono state calcolate le tipiche sensibilità spettrali dei coni
aviari e poi divisi questi spettri per le sensibilità/trasmittanze degli altri componenti del sistema
della fotocamera, che era basato sullo Spectrocam PIXELTEQ’s UV-VIS (Largo, FL, USA). Usando
i dati tabulati in Hart e Vorobyev, è stata calcolata la bassa lunghezza d’onda del picco della
sensibilità per l’opsina in ogni classe di cono aviario (U,V,S,M,L) e usate queste lunghezze d’onda
per generare curve di sensibilità spettrale di opsina seguendo Govardoviskii et al. Poi, è stata
calcolata la bassa lunghezza d’onda del picco del coefficiente di assorbimento al 50%(λmid) di ogni
classe di gocciolina d’olio, inclusa una media separata per ciascuna delle due varianti che può essere
accoppiata con la classe di cono S(blu). Per ogni media λmid, è stato calcolato il corrispondente λcut e
poi la trasmittanza spettrale di ogni gocciolina d’olio, usando equazioni modello sviluppate da Hart
e Vorobyev. Lo spettro di trasmittanza della media ottica degli uccelli con ciascuna variante della
classe del cono UV (U e V) è stato calcolato dai dati tabulati in Lind et al.
E’ stata calcolata la sensibilità spettrale desiderata di ogni canale di fotocamera multispettrale
moltiplicando ogni curva di opsina con la sua gocciolina d’olio associata per lo spettro di
trasmittanza della media oculare. Per i coni M e L, è stata utilizzata la media dello spettro di
trasmittanza ottica U e V. Per ottenere lo spettro di trasmittanza del filtro target, sono state divise
queste sensibilità spettrali del target per lo spettro di efficienza quantistica del sensore della
fotocamera (JAI CM-140 GE-UV, Kushima City, Giappone), per lo spettro di trasmitttanza delle
lenti (Jenoptik CoastalOpt UV-VIS-IR 60 mm 1:4 Apo Macro, Jupiter, FL, USA), e per un filtro di
blocco infrarosso montato davanti alle lenti (commissionato da Knight Optical, Kent, UK). Perciò,

dove
Si(λ) = sensibilità spettrale della classe di coni i,
Ti(λ) = trasmittanza spettrale delle goccioline d’olio associate con la classe di coni i,
Tm,i(λ) = trasmittanza spettrale di media ottica (lenti, cornea, liquido vitreo) associato con la classe
di coni i,
Ftarget,i(λ) = trasmittanza spettrale target del filtro di fotocamera multispettrale,
Ssensor(λ) = sensibilità spettrale del sensore della fotocamera,
Tlens(λ) = trasmittanza spettrale delle lenti della fotocamera, e
TIRblock(λ) = trasmittanza spettrale del filtro di blocco infrarosso.
PIXELTEQ (Largo, FL, USA) ha fabbricato i filtri secondo il Ftarger,i(λ) calcolato. Un confronto tra le
sensibilità di spettro aviario e le sensibilità spettrali effettive di ciascun canale di fotocamera è
raffigurato nella Fig. 1.
Campionamento e fotografia dell’ambiente
Sono state acquisite 173 serie di sei fotografie (una attraverso ciascuno dei sei filtri) di ambienti
terrestri ricchi di vegetazione, inclusi gli ambienti decidui nel sud della Svezia (43 serie) e degli
ambienti di sclerofillo e umidi (50 serie) e foreste pluviali (80 serie) nel Queensland, Australia. I
dettagli dei siti possono essere trovati nella Tabella Supplementare 1. Le fotografie sono state
scattate nei vari siti in giorni sereni o in porzioni del giorno per minimizzare la confusione dovuta al
movimento dei rami e delle foglie indotto dal vento. Le escursioni sul campo sono state pianificate
per massimizzare la gamma di condizioni di illuminazione campionate, da cieli nuvolosi a sgombri,
e dall’alba al crepuscolo. Per ogni scena campionata, la posizione e la direzione della fotocamera è
stata selezionata in una maniera pseudo-casuale disegnata per massimizzare la gamma di condizioni
dell’ambiente e dell’illuminazione campionata, incluso, quando possibile, le differenti altezze nella
canopia, con il sussidio delle cosiddette canopy tower, dei sentieri, dei ponti, ecc. Le fotografie degli
ambienti decidui sono limitate al mese di giugno, luglio e agosto per evitare gli effetti della
senescenza fogliare che avrebbero potuto creare confusione. Quando la gamma dinamica della
fotocamera era insufficiente ad acquisire gran parte della gamma dinamica della scena, sono state
scattate serie multiple di fotografie e in seguito assemblate nel MATLAB per creare immagini con
gamma altamente dinamica.
Quantificare il contrasto fogliare dalle fotografie
Il risultato finale del sensore della fotocamera dello Spetrocam UV-VIS saliva in modo lineare con
l’intensità luminosa; perciò, non sono state richieste correzioni non lineari. Il rumore termico era
costante attraverso le esposizioni ed è stato sottratto da tutti i valori dei pixel. Ogni valore del pixel
di una fotografia scattata con un filtro dato rappresentava il quantum catch per una singola classe di
coni in un singolo punto nello spazio. Per adattare i quantum catch all’intensità dello sfondo, ogni
valore del pixel è stato normalizzato con la media di tutti i valori dei pixel nella fotografia. Ogni
serie di sei fotografie è poi stato aperta usando il software Evince (Prediktera, Umea, Svezia). Con
questo programma, sono state selezionate a mano tutte le superfici superiori delle foglie e tutte
quelle inferiori, selezionando gli stessi pixel attraverso le sei fotografie. Ogni specie di pianta è stata
selezionata separatamente. Sono stati esportati gli indici dei pixel selezionati e poi importati nel
MATLAB, che è stato usato per calcolare il quantum catch mediano della superficie superiore delle
foglie di ogni pianta e poi della superficie inferiore in ogni fotografia. Questi mediani sono stati poi
usati per calcolare il contrasto di Michelson e le differenze appena avvertibili (JNDs) tra le superfici
fogliari superiori e inferiori di ogni pianta. Le JNDs sono state calcolate con una trasformazione
logaritmica dei quantum catch. Per il nostro paragone tra uccelli LMSU e LMSV, le frazioni di
Weber sono state calcolate da stime di rapporti segnale-rumore e frazioni di coni di uccelli che
cercano il cibo a terra. Le frazioni di Weber usate sono le seguenti: U e V: 0,12, S: 0,092, M: 0,075,
L: 0,069. Per il confronto tra tetracromatici e tricromatici teorici, e dicromatici (Fig. 5b), si è voluta
massimizzare la generalità dei risultati nel regno animale, così è stato presupposto che lo stesso
numero di ogni classe di fotorecettori abbia contribuito a un’unità integrativa, e impostato tutte le
frazioni di Weber a 0,069.
Se alcune foglie in un’immagine erano illuminate dalla luce del sole diretta, queste foglie sono state
selezionate e analizzate separatamente. Se c’erano pixel sovra o sottoesposti in un canale, questi
pixel sono stati esclusi da tutti i calcoli in tutti i canali. I valori di pixel selezionati e normalizzati e i
loro metadati associati possono essere scaricati come un file JSON nel sito https://figshare.com/
sotto il DOI 10.6084/m9.figshare.7423532.
Parametri dei risultati del modello ottico
Per determinare le riflettanze diffuse dello spettro e le trasmittanze delle foglie sono state misurate
queste proprietà da 17 foglie decidue raccolte dal campus dell’Università Lund, e da 16 foglie di
foresta pluviale raccolte dalla serra del Giardino Botanico dell’Università Lund a metà giugno. Le
specie decidue campionate sono : Acer platanoides, Alnus incana, Betula pubescens, Cornus
sanguinea, Corylus avellana, Crataegus laevigata, Crataegus monogyna, Fagus sylvatica, Fallopia
dumetorum, Malus spp., Prunus padus, Quercus rubra, Rhamnus cathartica, Rosa spp., Sorbus
aucuparia, and Taraxacum pallidipes. Le specie della foresta pluviale campionate sono: Aglaonema
nitidum, Anchomanes difformis, Arpophyllum giganteum, Artocarpus altilis, Bambusa vulgaris,
Camillia japonica, Corynocarpus laevigatus, Encephalartus ferox, Epipremnum pinnatum,
Myriocarpa spp., Passiflora quadrangularis, Psidium cattleianum, Syngonium podophyllum, and
Theobromum cacao.
Per determinare un tipico spettro di riflettanza di lettiera sono state misurate le riflettanze spettrali
diffuse delle superfici di 17 foglie secche trovate nel lettiera del campus e dei parchi a Lund,
Svezia. Le foglie morte non sono state identificate nelle specie, ma l’ispezione visiva ha indicato
che provenivano tutte da specie differenti.
La riflettanza diffusa è stata misurata con una sonda di riflessione, orientata a 45° dalla superficie
della foglia, connessa a uno spettroscopio USB2000 + UV-VIS-ES e una sorgente luminosa DH-
2000 (entrambe dall’Ocean Optics, Dunedin, FL, USA). La trasmittanza è stata misurata con una
Sfera di Ulbricht (Electro Optical Industries Inc., Santa Barbara, CA, USA) connessa a uno
spettrometro USB2000 + UV-VIS-ES, con il cielo sgombro come sorgente luminosa. Per ogni
classe di spettri, è stato calcolato lo spettro mediano da usare come modello di risultato (Figura
Supplementare 1 a).
Sono stati utilizzati gli spettri di irradianza terrestre standard dell’American Society for Testing and
Materials’ (ASTM) come modello ottico. Questi includono l’irradianza diretta normale solare Is per
un sole a 42° dallo zenit, e l’irradianza semisferica Ia per luce incidente su una superficie inclinata a
37° verso lo stesso sole sotto cieli sgombri. L’irradianza semisferica di cieli sgombri Ib è stata
calcolata sottraendo Is da Ia. L’irradianza di cieli nuvolosi è stata calcolata da Ib e Is seguendo la
parametrizzazione di Siegel et al. usando il cloud index (indice nuvola) CL di 0,8 che è tipico di
condizioni nuvolose per calcolare il cloud index spettrale cl,

Per ottenere l’irradianza semisferica per un cielo nuvoloso Ic, il cloud index spettrale è stato
moltiplicato per l’irradianza semisferica sotto un cielo sgombro. L’irradianza semisferica sotto un
cielo sgombro Ics è stata prima calcolata aggiungendo l’irradianza di cielo sgombro Ib all’irradianza
solare Is ponderata dal coseno dell’angolo θz dello zenit solare,

Gli spettri di irradianza semisferica del cielo, delle nuvole e del cielo sotto un angolo solare di zero
sono mostrati nella Figura Supplementare 1b. Le radianze di cielo e nuvola steradiante sono state
stimate dividendo le loro radianze per pi. Sebbene l’intensità della radianza di nuvola e di cielo può
variare in base alla posizione del sole e alla densità e spessore della nuvola, le intensità radianti del
cielo con condizioni variabili e della nuvola non hanno effetti rilevanti nell’output del nostro
modello ottico (per es. la differenza nel contrasto fogliare visto dalle due varianti di coni aviari
UV).
Calcoli del modello ottico
Il modello ottico è stato programmato per ripetere i calcoli del contrasto fogliare del cono U e V
10000 volte con 12 parametri che, a meno che altrimenti dichiarati, sono stati randomizzati ogni
volta per spiegare la variazione naturale nella geometria dell’ambiente e nelle condizioni ambientali.
I parametri randomizzati includono (1) l’angolo dello zenit solare, (2) l’inclinazione verticale delle
foglie di cui veniva calcolato il contrasto, (3) l’azimut del sole rispetto alla direzione dello sguardo
dello spettatore, (4) la copertura di nuvole, (5) se le foglie di cui veniva calcolato il contrasto erano
al sole o all’ombra, (6) la proporzione del sole occluso dalla canopia sovrastante, (7) l’occlusione del
sole per le nuvole, (8) la proporzione del terreno (es. lettiera) visibile attraverso la vegetazione
sottostante, (9) l’identità della sorgente luminosa speculare riflessa dalla superficie fogliare
superiore (poteva essere luce che si irradiava dal cielo, dalle nuvole o dalla canopia sovrastante),
(10) l’identità della sorgente luminosa speculare riflessa dalla superficie inferiore della foglia
(poteva essere luce che si irradiava dalla canopia sottostante o dalla lettiera), (11) se la sorgente
luminosa speculare nel (10) era illuminata dalla luce diretta del sole, e (12) se venivano usati spettri
di foglie decidue o della foresta pluviale. Quando ciascuno di questi parametri è definito nelle
equazioni che seguono, il suo numero corrispondente in questa lista è mostrato tra parentesi.
Per semplicità, si presume che lo sguardo dell’osservatore aviario sia orizzontale, es. perpendicolare
alla direzione dello zenit (Figura Supplementare 1c). Il modello ha calcolato il contrasto acromatico
tra le superfici superiori e inferiori di due foglie identiche, fianco a fianco, una con la superficie
superiore inclinata verso l’osservatore, e l’altra con la superficie superiore non inclinata verso
l’osservatore. L’angolo di inclinazione θ1 delle due foglie rispetto allo zenit era lo stesso entro
un’iterazione data e poteva spaziare tra 70 e 90°. Per semplicità, si presume che tutte le altre
superfici di riflessione nella foresta (altre foglie nella canopia e lettiera) siano orientate
orizzontalmente.
Quando nessun oggetto sovrastante (canopia, nuvole) bloccava la luce del sole diretta, il modello ha
calcolato gli angoli di incidenza θs del sole sopra la superficie superiore di ciascuna delle due foglie.
Per fare ciò, si è seguito:

dove
θz = angolo dello zenit solare (parametro #1)
θ1 = angolo inclinato della foglia rispetto allo zenit (parametro #2) e,
quando la superficie superiore della foglia era inclinata verso l’osservatore,
γs = azimut del sole rispetto alla direzione dello sguardo dello spettatore (parametro #3) e,
quando la superficie superiore della foglia non era inclinata verso lo spettatore,
γs = γs – 180°.
Se θs era ≥ 90°, l’angolo del sole rispetto alla foglia era tale che il sole non colpiva la foglia. Quando
ciò avveniva, l’immediatezza dell’illuminazione del sole sulla foglia d (definita e implementata
sotto) era impostata a zero.
L’incidente di irradianza spettrale di downwelling sopra la superficie superiore della foglia inclinata
verso l’osservatore è stato poi approssimato dagli spettri ottenuti nella sezione precedente,
calcolando i contributi relativi della luce solare diretta, luce delle nuvole, luce del sole, luce che
filtra attraverso le foglie:

e poi sommando questi contributi per ottenere l’incidente di irradianza spettrale di downwelling
totale sulla foglia:

dove
pc = proporzione del cielo occluso dalle nuvole (parametro #4),
Ib = irradianza downwelling del cielo blu,
Ic = irradianza downwelling del cielo nuvoloso,
d = indica se la luce del sole diretta è bloccata dalle foglie sovrastanti (0 = sì, 1 = no) (parametro
#5)
Is = irradianza solare con elevazione di 90°
T = trasmittanza delle foglie,
p1 = proporzione del cielo occluso dalle foglie sovrastanti (parametro #6), e
ps = occlusione del sole per le nuvole (0 = occlusione totale, 1 = nessuna occlusione) (parametro #7)
La radianza per steradiante dovuta alla riflettanza diffusa dalla superficie superiore delle foglie è
stata calcolata come:

dove
RU = riflettanza diffusa della superficie fogliare superiore
La radianza per steradiante dovuta alla trasmittanza della superficie inferiore delle foglie è stata
calcolata come:

Si noti che il componente lsun del ldown deve essere calcolato separatamente per la riflettanza diffusa
della superficie superiore della foglia e trasmittanza della superficie inferiore della foglia, in quanto
l’angolo del sole incidente sulla foglia sarebbe diverso nei due casi.
La radianza per steradiante dovuta alla riflettanza diffusa dalla superficie inferiore della foglia è
stata determinata calcolando prima l’irradianza upwelling come prodotto dell’irradianza
downwelling e della riflettanza degli oggetti (foglie e lettiera) sotto la foglia:

dove
pg = proporzione del terreno visibile attraverso la vegetazione sottostante (parametro #8), e
Rg = riflettanza della lettiera.
Questa irradianza upwelling è stata poi usata per calcolare la riflettanza diffusa della superficie
inferiore della foglia:

dove
Rl = riflettanza della superficie inferiore della foglia.
Per calcolare la radianza spettrale proveniente dalle foglie dovuta alle riflessioni speculari, sono
state seguite le equazioni di Fresnel. È stato usato un fattore di correzione conservativa K di 1 per le
superfici superiori e inferiori; Brakke (1994) ha scoperto che la foglia K può spaziare da 0,6 a 3,5, e
che a volte la superficie superiore ha una K maggiore della superficie inferiore, e a volte viceversa.
Le conclusioni tratte dal modello sono state le stesse indipendentemente da dove la K è stata
impostata per le superfici superiori e inferiori entro la gamma 0,6-3,5. I componenti polarizzati
orizzontalmente Rs e verticalmente Rp della riflettanza sono stati calcolati come:

L’indice refrattivo dell’aria, n1, è stato impostato a 1. L’indice refrattivo delle foglie, n2, è stato
impostato a 1,45. L’indice refrattivo delle foglie è stato approssimato come costante con una
lunghezza d’onda in quanto non ci sono misurazioni pubblicate o modelli sotto a 400 nm. n2
potrebbe aumentare in modo evidente vicino a 300 nm a causa dell’assorbimento della cuticola della
foglia; tuttavia, impostare l’indice refrattivo per aumentare linearmente da 1,45 al valore più alto
registrato in un materiale naturale (4,14 a 1800 nm nel Germanio) da 350 a 300 nm, o da 400 a 300
nm, non ha avuto effetti rilevanti nell’output del modello. Nell’iterazione di ogni modello, le
sorgenti luminose speculari sopra e sotto (parametri #9 e #10) erano sorgenti luminose estese che
sono state scelte casualmente con una probabilità definita dalle proporzioni relative dei diversi
oggetti nell’ambiente. Se, per esempio, come sorgente luminosa speculare da sopra fossero state
selezionate casualmente le foglie sovrastanti, allora la radianza della sorgente luminosa speculare
per steradiante sarebbe stata calcolata come:

e la radianza per steradiante di luce che riflette specularmente la superficie superiore della foglia
sarebbe stata calcolata come:

La sorgente di luce speculare da sotto (es. luce diffusamente riflessa dalle foglie o dalla lettiera) è
stata casualmente selezionata in un modello simile. La radianza di questa sorgente luminosa è stata
calcolata con l’immediatezza della luce solare (dr) sulla superficie riflessiva di upwelling come
parametro randomizzato (0 o 1) (parametro #11), secondo la proporzione del cielo occluso dalle
nuvole o dalle foglie. Se, per esempio, la lettiera fosse stata selezionata come sorgente di luce
speculare, allora la radianza di questa sorgente luminosa speculare per steradiante sarebbe stata
calcolata come:

e la radianza spettrale per steradiante di luce che riflette specularmente dalla superficie inferiore
della foglia sarebbe stata calcolata come:

I quantum catch della classe di coni i dalle superfici superiori e inferiori delle foglie sono stati
calcolati rispettivamente come:

Si = sensibilità spettrale della classe di coni i,
Tm,i = spettro di trasmittanza della media ottica (cornea, lenti, vitreo) associata con la classe di coni
i.
Questi due ultimi parametri sono gli stessi di quelli usati per progettare i filtri su misura per lo
Spectrocam (vedi “Modello del filtro della fotocamera” sopra). Si noti che i coni U e V hanno
goccioline d’olio trasparenti, così lo spettro di trasmittanza della goccia d’olio qui è stata omessa. Il
contrasto acromatico di Michelson tra le superfici fogliari superiori e inferiori è stato calcolato
come:

Infine, la performance relativa del cono V è stata calcolata come la differenza nel contrasto visto dai
coni V (Cv) e U (Cu):

R>0 indica che il cono V vedrebbe un contrasto fogliare più alto, R<0 indica che il cono U
vedrebbe un contrasto fogliare più alto, e R=0 indica che i cono V e U vedrebbero un contrasto
fogliare uguale.
Disponibilità del codice
Il codice MATLAB usato per eseguire le analisi è disponibile dall’autore corrispondente sotto
richiesta.
Sommario
Maggiori informazioni sul modello dell’esperimento è disponibile nel Naure Research Reporting
Summary collegato a questo articolo.
Disponibilità dei dati
La sorgente dei dati sotto le Fig. 5-6 e delle Tabelle 1-2 possono essere trovate al sito
https://figshare.com/ sotto il DOI 10.6084/m9.figshare.7423532. Un sommario per questo Articolo è
disponibile come Summplementary Information File.

NUOVA ZELANDA, IL PAPPAGALLO PIU' GRASSO DEL MONDO ELETTO UCCELLO DELL'ANNO

 

E’ la seconda volta che questo esemplare, in pericolo di estinzione, vince l’ambito premio, aveva già trionfato nel 2008.

Ogni nazione ha il suo concorso, che sia di bellezza, di musica, di libri o di animali, capace di catalizzare l’attenzione di tutto il paese. In Nuova Zelanda non ha rivali l’elezione dell’uccello dell’anno e ad aggiudicarsi il titolo è stato il kakapo verde e fulvo, il pappagallo più grasso e longevo del mondo. E’ la seconda volta che questo esemplare, in pericolo di estinzione, vince l’ambito premio, aveva già trionfato nel 2008. Noto anche come “mighty moss chicken” cioè massiccio pollo di muschio, nome dovuto alla sua stazza, è un animale molto esposto ai pericoli circostanti perchè non può volare. Come forma di difesa si nasconde durante il giorno.

 

IL KAKAPO E IL RISCHIO DI ESTINZIONE

Da quando si è stabilito su isole prive di predatori, ha potuto invertire la rotta a la popolazione è passata dai 50 volatili viventi degli anni ’90 ai 213 di oggi. I maschi emettono un forte suono rimbombante per attirare le femmine ed emanano uno strano odore “come l’interno di una custodia per clarinetto ammuffito, un pò come resina e legno”, ha detto Laura Keown, portavoce della competizione nata quindici anni fa per sensibilizzare la popolazione sulla fauna aviaria neozelandese, buona parte della quale è a rischio di estinzione. “Le cose che rendono unico il kakapo lo rendono anche vulnerabile alle minaccie. Sono allevatori lenti, nidificano a terra e la loro principale difesa è imitare un arbusto- ha aggiunto- queste qualità hanno funzionato alla grande nell’isola degli uccelli in cui si è evoluto, ma non ingannano i predatori come ermellini, ratti e gatti”.

https://tg24.sky.it/ambiente/2020/11/16/kakapo-pappagallo-uccello-anno-2020

I PAPPAGALLI POSSONO RIDERE? ECCO LA VERITA'

Di Marianna Durante:

I pappagalli possono ridere? Ecco la verità

 

E’ risaputo che i pappagalli sono uccelli che sanno parlare, ma vi siete mai chiesti se sanno ridere? Vediamo insieme se i pappagalli ridono.

E’ risaputo che i pappagalli sono uccelli capaci di imitare un suono o una parola ascoltata dal proprio umano. Infatti la maggior parte di questi pennuti sono conosciuti per il loro imparare parolacce e frasi strane usate comunamente dal loro padrone. Ma molte persone che convivono con un pappagallo si sono domandate se oltre a saper parlare il proprio uccello possa essere capace di ridere. Vediamo insieme se i pappagalli possono ridere.

La risposta a tale quesito è si, i pappagalli ridono. Ma quando l’uccello ride, si diverte davvero? Diciamo che non è affatto così. Infatti i pappagalli ridono non perchè questi ultimi sono divertiti da qualche situazione, ma bensì perchè osservano e comprendono che le persone intorno a loro ridono e si divertono. In poche parole, se il vostro pappagallo inizia a vedere che voi ridete dopo aver fatto qualcosa, potrebbe iniziare a imitare la vostra risata nel momento in cui ridete di nuovo. Infondo è la stessa cosa che accade quando i pappagalli parlano, ossia imitano la vostra voce. Inoltre è stato dimostrato, grazie uno studio dell’Università di Medicina in Australia, che i pappagalli grazie alla loro intelligenza, al loro essere animali sociali e comunicativi, quando sono insieme ad altri pappagalli possono comportarsi in modo scherzoso e ridere. Esistono molte specie di pappagalli quasi tutte sono capaci di imitare non solo parole del proprio umano, ma anche le risate. Ciò nonostante esistono alcuni pappagalli che sono conosciuti proprio per il loro ridere molto. Tra questi troviamo il pappagallo Kea e il pappagallo Cenerino. Inoltre, alcuni ricercatori hanno notato che mentre la maggio parte dei pappagalli ridono in presenza di altri uccelli, i pappagalli Kea spesso ridono anche da soli. Ciò significa che la risata non è solo una reazione agli altri pappagalli o persone, ma indica che i pappagalli possono ridere anche se sono felici o contenti. Infatti anche i Cacatua, gli Ara e i Piccioncini sono delle specie di pappagallo che possono ridere facilmente.

Marianna Durante

IL CACAPO

Cacapo il pappagallo che non vola

 


Nuove speranze per il Cacapo, il pappagallo che non vola si sta ripopolando.

https://www.repubblica.it/ambiente/2020/03/18/news/cacapo_il_pappagallo_che_non_vola_ora_si_sta_ripopolando-251592436/

L'EUROPA HA UN PROBLEMA CON I PARROCCHETTI

I parrocchetti diventano un problema e c’è chi cerca la soluzione

 


Articoli che tratta l’argomento pappagalli e parrocchetti sempre più presenti in alcuni territori europei…

https://www.itagnol.com/2019/10/madrid-verranno-eliminati-migliaia-di-pappagalli-verdi-sono-dodicimila-citta/

https://www.greenme.it/informarsi/animali/parrocchetti-madrid/

Le soluzioni che si prospettano non sono semplici ne tanto meno facilmente attuabili, avranno un costo abbastanza elevato alla società, ma soprattutto qualsiasi
sia la scelta fatta chi ne subirà la decisione finale saranno sempre loro.
Una maggior consapevolezza e responsabilità ieri, avrebbe evitato ora di dover fare scelte molto dure oggi.

PAPPAGALLI IN CITTA'

Pappagalli in città

La maggior parte delle specie di pappagalli presenti in natura è distribuita prevalentemente in paesi tropicali dell’emisfero meridionale.
Da alcuni decenni, tuttavia, alcune specie di Psittacidi hanno colonizzato nuove aree geografiche diffondendosi in paesi profondamente diversi da
quelli d’origine ed andando ad aggiungersi all’elenco delle tante specie animali “alloctone”. La presenza di pappagalli in vari paesi europei è così
frequente che molte guide di “Birdwatching” annoverano ormai alcune specie di Psittacidi tra quelle “indigene”.
I pappagalli che più frequentemente è dato osservare in Europa appartengono a due specie: il Parrocchetto dal Collare Indiano (Psittacula krameri manillensis)
ed il Parrocchetto Monaco (Myopsitta monachus). Il primo è originario del sud est asiatico a differenza del Monaco che ha origini sudamericane. Meno frequentemente
è segnalata la presenza dell’Amazzone a fronte blu (Amazona aestiva), pappagallo proveniente anch’esso dal Sud America.
Con ogni probabilità si trattava originariamente di pappagalli selvatici, prelevati in passato dal loro ambiente naturale ed importati in Europa per alimentare
il mercato del “pet”, che successivamente sono fuggiti dalla cattività.
La loro origine selvatica, unitamente al comportamento sociale ed alla disponibilità di alimenti, ha permesso a questi pappagalli di adattarsi ad un ambiente per
loro insolito ed a riprodursi.
Le suddette specie sono presenti, allo stato selvatico, anche nel nostro paese e, soprattutto per le prime due, ne è stata documentata la riproduzione allo stato
libero in molte regioni. Sebbene mantengano preferibilmente contatto con parchi o zone verdi, questi pappagalli sono osservabili anche nelle grandi città.
Gruppi stabili di Parrocchetti sono, ad esempio, presenti a Roma (parco della Caffarella e Giardini Vaticani), Napoli (Orto Botanico), Milano e Genova,
analogamente a quanto si può osservare in altre città europee. Una folta colonia di Monaci è presente anche al parco Natura Viva di Pastrengo (VR) ed in tante
altre località della nostra penisola.
Parrocchetti dal collare ed Amazzoni nidificano nel cavo degli alberi; meno frequentemente in cavità artificiali. Molto più tipica è la nidificazione dei Monaci
che li differenzia da tutte le altre specie di Psittacidi. Essi, infatti, usano costruire un grosso nido comunitario, con diverse camere d’incubazione,
abitato dall’intera colonia. Allo scopo usano rami di vario calibro che trasportano alacremente su di un albero ritenuto sicuro per edificare l’abitazione della
colonia. Alcuni nidi possono raggiungere dimensioni ragguardevoli (anche alcuni metri di diametro), rappresentando un serio problema nel momento in cui i rami
dell’albero non dovessero più essere in grado di reggerne il notevole peso.
Decisamente più rare le segnalazioni di nidificazione dell’Amazzone fronte blu; una significativa popolazione di questa specie sembra essere presente solo a Genova.
Questo pappagallo, inoltre, passa spesso inosservato a causa delle abitudini piuttosto elusive.
Già negli anni `70 questi pennuti dalla ‘parlantina facile’ erano presenti ma, spiega Aldo Verner della Lipu di Genova, «sono in aumento, grazie soprattutto alla
grande adattabilità di questi animali».
«solo a Genova – spiega Enrico Borgo del museo di Storia naturale `Doria´ – troviamo l’amazzone fronte blu in diverse decine di esemplari».
Un fenomeno raro, la cui origine, spiega ancora Borgo, è da attribuirsi alla proliferazione dei pappagalli importati sfuggiti alla cattività’‘.
«La presenza degli amazzoni fronte azzurra – osserva Verner – è straordinaria perché sono animali della giungla amazzonica ed è abbastanza strano che riescano a
sopravvivere d’inverno. Nidificano nei buchi dei muri e degli alberi e sono presenti nella zona di piazza Corvetto, a Castelletto e in corso Firenze».

http://www.ilsecoloxix.it/genova/2011/08/17/news/genova/-capitale-dei-pappagalli-1.32930048

Altre specie di pappagalli vengono talora osservate in città, ma si tratta, con ogni probabilità, di singoli soggetti sfuggiti alla cattività.
Il comportamento spiccatamente sociale dei pappagalli li porta a frequentare luoghi di riposo notturno comuni, facendoli spostare da un luogo all’altro della città
in gruppi più o meno consistenti.
La loro presenza viene tradita dai tipici versi emessi in volo o quando sono intenti ad intrattenere rapporti sociali sui rami degli alberi.
Le fonti alimentari di questi pappagalli possono essere varie e comprendere una grande varietà di semi e frutti, da quelli di Magnolia e Cipresso a quelli degli
Agrumi ornamentali dei giardini.
Come per altre specie esotiche anche per i pappagalli ci si domanda, non senza una certa preoccupazione, del ruolo che essi potrebbero svolgere nei confronti
dell’ambiente da loro colonizzato. In tanti casi, infatti, l’introduzione, accidentale o voluta, di specie animali ha avuto ripercussioni negative sull’ambiente
ed in particolare nella competizione con le specie autoctone.
Al momento la presenza di questi pappagalli nel nostro paese non sembra causare particolari problemi né all’avifauna né alle coltivazioni. La loro lenta ma continua
diffusione non va però trascurata e gli ornitologi stanno monitorando il fenomeno con attenzione. Non è escluso, infatti, che un aumento numerico dei pappagalli
cittadini possa condurre a competizione insostenibile per i nostri volatili selvatici, piccoli passeriformi in particolare, o rappresentare un possibile veicolo di
nuove patologie.
Anche se alcuni possono ritenere piacevole osservare pappagalli liberi in ambiente cittadino è, quindi, sicuramente da evitare, per i motivi sopra esposti,
la liberazione di uccelli esotici, anche se questi potrebbero adattarsi a vivere liberi in città.

Il Parrocchetto dal Collare è lungo circa 40 cm, e deve il suo nome alla presenza, nel maschio, di un evidente collare rosa-nero, che si estende dalla gola alla nuca.
Nella femmina, al contrario, questo collare è molto meno marcato ed è di colore verde pallido. La specie si riconosce con facilità dalla precedente per le maggiori
dimensioni, la lunga coda, ben visibile quando l’animale è in volo, il piumaggio verde brillante, con sfumature blu sulle timoniere, e il vistoso becco rosso.

Il Parrocchetto Monaco è lungo circa 35 cm, comprendendo la lunga ed appuntita coda. Il colore predominante è verde con gola e petto grigi. Non esiste dimorfismo
sessuale.
Di dimensioni maggiori e di forma più tozza è l’Amazzone fronte blu che presenta coda corta e larga, livrea verde ed aree gialle sulla testa, oltre ad un’ampia
macchia blu alla regione frontale. L’amazzone può vivere fino a 70 anni, dalla voce altissima e che in diverse decine ha nidificato all’ombra della Lanterna.

A cura del Dott. GINO CONZO – Medico veterinario Specialista in Patologie Aviarie

PERCHE' I PAPPAGALLI PARLANO?

Perché i pappagalli parlano?
Il pappagallo è forse l’ animale da compagnia che più soddisfa il desiderio di alcune persone, ovvero che l’animale parli la loro stessa lingua. Però, in realtà, questa bellissima famiglia di volatili, gli psittaciformi, hanno la grande capacità di imitare la voce umana, ma non di parlare la stessa lingua degli uomini. Anche se ancora non è chiaro se capiscano o meno quello che le persone dicono e che poi loro ripetono.

Cerchiamo di capire la ragione per cui i pappagalli parlano
I pappagalli, così come altri tipi di uccello, possiedono la fistole, una membrana situata tra la trachea e i bronchi che permette loro, con l’aiuto di due camere, di realizzare due suoni contemporaneamente. Anche se non hanno corde vocali, questi suoni possono essere molto complessi. Inoltre hanno una lingua molto lunga, che permette loro di imitare la voce umana. Tramite dei piccoli movimenti possono dar forma all’aria che emettono e generare suoni differenti, un meccanismo molto simile a quello utilizzato dall’uomo. Fino a un po’ di tempo fa si pensava che i pappagalli imitassero i suoni dell’ambiente circostante e che i maschi avessero un repertorio più esteso per poter impressionare le femmine. Tuttavia, in un articolo pubblicato sulla rivista Science è stato rivelato che, in realtà, questi uccelli sono animali molto socievoli che si imitano l’un l’altro. Si giunse a questa conclusione dopo un’ osservazione di un gruppo di pappagalli, liberi nelle foreste venezuelane, durata per ben 24 anni. Per spiegarlo con parole più o meno semplici: emettono suoni di contatto e li utilizzano per intensificare i rapporti sociali. È come se i pappagalli pronunciassero i loro stessi nomi e i nomi dei loro compagni. Inoltre gli spettrogrammi dei suoni emessi da questi uccelli mostrano la presenza dei pattern che permettono di identificare il pappagallo che gli emette come membro di un particolare gruppo di uccelli, qualcosa come il “cognome” delle persone. Si è anche dimostrato che i genitori utilizzando richiami diversi per i loro pargoli e che questi li imparano quando hanno dalle 3 alle 4 settimane. Questi versi sono utilizzati dai pappagalli per, attraverso alcune modifiche particolari, costruire un “nome” proprio. Inoltre l’identificazione per mezzo di messaggi sonori permette a genitori e figli di ritrovarsi con relativa facilità tra un gruppo numeroso di uccelli. L’ornitologo Karl Berg, dell’università di Cornell (Stati Uniti), cercò di dimostrare che questi richiami non sono innati, ma che invece vengono appresi. Per tale ragione spostò dei pulcini appena nati dal nido dei genitori ad un altro. Osservò così che i pulcini invece di emettere il richiamo dei genitori, emettevano quello dei genitori adottivi. Questo tipo di sviluppo delle abilità viene chiamato imprinting. (ndr) Tutto fa sembrare che il genitori insegnino ai cuccioli alcune informazioni basiche e che ciascun pulcino apporta in seguito alcune modifiche per ottenere un richiamo unico. Inoltre si crede che i membri della famiglia si possono riconoscere anche dopo aver abbandonato il nido familiare per molto tempo.

Un pappagallo in casa
Se è un ambiente selvaggio i pappagalli apprendono a comunicare con i genitori ripetendo i suoni che possono ascoltare, mentre quando sono tenuti in cattività riproducono i suoni emessi dai loro padroni. Per questo parlano, nel senso umano della “parola”. Però non dobbiamo sentirci unici. I pappagalli possono anche imitare cani e gatti e qualunque altro animale domestico. Riescono anche a riprodurre il campanello, i suoni provenienti dalla strada o dal telefono. Si crede che, in un ambiente domestico, questi uccelli possano utilizzare la loro abilità di riprodurre suoni umani come un mezzo di stimolo risposta. L’animale infatti pensa che, con queste imitazioni, riceva una risposta positiva che si traduce principalmente in cibo o attenzioni. Manca ancora da provare se le parole che pronunciano abbiano effettivamente un significato per loro o meno. Nessuno studio ha ancora confermato questa teoria, per il momento. In ogni caso, ricerche a parte, i pappagalli sono creature molto intelligenti. Basterà che dedichiate loro un po’ del vostro tempo per osservarli e rendervi conto del loro incredibile “quoziente intellettivo”, per chiamarlo in qualche modo. E, che capiscano o no quello che dicono, in un paio di anni possono imparare tra le 200 e le 250 parole, che sapranno utilizzare poi nei momenti più appropriati. Il motivo può essere che questi uccelli hanno bisogno di richiami particolari per il gruppo di cui pensano di fare parte. Tuttavia, anche se rimaniamo impressionanti dall’abilità di questi volatili di imitare il nostro linguaggio, non bisogna dimenticare che i pappagalli possiedono altri modi per comunicare, oltre alle parole. E, forse, questi animali stanno aspettando che anche noi esseri umani scendiamo dal nostro piedistallo e impariamo a comunicare per mezzo del loro linguaggio.

Studio dell’ornitologo Karl Berg dellaCornell University

http://www.utrgv.edu/biology/faculty/brownsville/karl.berg/index.htm

ANCHE I PAPPAGALLI SI CHIAMANO PER NOME

Lo dimostra uno studio dell’ornitologo Karl Berg della Cornell University

Un gruppo di ricerca guidato dal giovane ornitologo Karl Berg della Cornell University ha verificato che il richiamo dei pappagalli, quel verso che identifica i singoli membri di una colonia, non è determinato geneticamente ma viene appreso dialogando con i membri del nucleo familiare. Lo studio di Berg ha dimostrato che i pappagalli apprendono il loro verso identificativo in maniera molto simile a come i nostri bambini imparano il proprio nome.Per cercare di comprendere di più sui linguaggi di comunicazione degli uccelli, Berg ha iniziato dalla base, lo studio del ‘nome’ dei singoli individui di una colonia di parrocchetti Forpus. Il problema principale, spiega lo stesso ricercatore, è la difficoltà nel cogliere le piccole variazioni presenti nel loro richiamo. “E’ impossibile trovare un senso ai loro vocalizzi semplicemente ascoltando – ha raccontato Berg – l’unico modo per studiare il loro linguaggio é quello di convertire i loro suoni in uno spettrogramma e analizzarlo al computer per rilevare delle ripetizioni o delle variazioni”. I parrocchetti, come molti altri pappagalli usano il loro richiamo in molti modi per comunicare con il resto della loro comunità, ad esempio tornando nel nido generalmente emettono il loro fischio ricevendo spesso risposta dal compagno. Conclude Berg : “ è un po’ come quando ritorni a casa e dici Amore, sono tornato!”.

http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/natura/2011/07/25/visualizza_new.html_781485674.html

IL VOLO DEGLI UCCELLI: ORIGINE, ADATTAMENTI FUNZIONALI E MECCANISMI

IL VOLO DEGLI UCCELLI: ORIGINE, ADATTAMENTI FUNZIONALI E MECCANISMI

 

PERCHÉ I PAPPAGALLI CI BECCANO E/O NON SI FANNO TOCCARE?

PERCHÉ’ I PAPPAGALLI CI BECCANO E/O NON SI FANNO TOCCARE?

Tutti  noi almeno una volta abbiamo preso una beccata. Spesso, magari, non abbiamo neppure capito  perché il nostro pappagallo sia stato spinto a tale comportamento. Le motivazioni in realtà possono essere molteplici come lo sono i modi di prevenire tali situazioni. Partiamo innanzitutto col dire che il becco dei pappagalli ha la principale funzione di “terzo arto”, viene principalmente utilizzato per gli spostamenti, afferrare oggetti, rompere noci, semi, cercare cibo. Rimane ad ogni modo l’unica arma di difesa  di cui i pappagalli dispongono e in tal senso viene utilizzato. Quando becca un pappagallo? Quando avverte un senso di minaccia o per avvisarci di qualcosa. Se osserviamo un pappagallo in natura, raramente, utilizzerà il becco per ferire un altro esemplare ma più probabilmente per minacciarlo cercando di allontanarlo. Il becco viene anche utilizzato per avvisare il proprio compagno di un pericolo e indurlo alla fuga. Quindi, cosa spinge il nostro pappagallo a beccarci? La lista può essere molto lunga, proviamo ad analizzare alcune tra le situazioni più comuni:

1- Territorialità.
Non vi è mai capitato di infilare la mano all’interno della gabbia e prendervi una sonora beccata?! Beh, non sareste i primi…. I pappagalli possono essere animali molto territoriali, soprattutto se in coppia o in stormo, motivo per cui cercheranno di difendere il proprio territorio da possibili minacce o intrusioni. Anche noi saremmo infastiditi se qualcuno si intromettesse in casa nostra. È nella quotidianità di tutti noi, però, infilare le mani nella gabbia, per inserire cibo, cambiare acqua, le normali opere di pulizie. Che fare? Cerchiamo innanzitutto di evitare tale situazione, se dobbiamo pulire la gabbia, facciamo prima uscire i nostri pappagalli, mettiamoli su un trespolo o offriamo loro qualcosa da mangiare (piccoli premi) ed iniziamo a sistemare la loro casa. Altra possibilità è offrire loro una ricompensa prima di intrometterci nel loro territorio, diamo loro qualcosa di prelibato prima di inserire le mani, aspettiamo un attimo, movimenti lenti ma decisi e se tutto procede bene diamo un altro premiato.

2- Avvisarci di un pericolo.
Una delle cose più comuni ma che solitamente ignoriamo. Siamo soliti tenere i nostri pappagalli sulla spalla (solitamente sembra essere il loro luogo preferito dato che è la zona più alta del nostro corpo)  ma in realtà è per noi la più pericolosa. Quando si avvicina un estraneo o questo compie un movimento troppo brusco, si avvicina un altro animale domestico, un rumore improvviso o forte, il pappagallo avverte qualcosa che non va, questo sferra la sua beccata che nel “suo linguaggio” indica un pericolo. Un pappagallo sulla spalla, anche se lo conosciamo molto bene rimane pur sempre molto pericoloso, il nostro viso è una delle zona più delicate del nostro corpo, orecchie, labbra ed occhi possono essere compromessi terribilmente da una beccata. La stessa beccata sferrata ad un altro pappagallo sarebbe quasi irrilevante dato che le piume che rivestono il loro corpo servono anche ad attutire i colpi.  Evitiamo quindi di tenere il pappagallo sulla spalla, piuttosto su un braccio, il poggia schiena della sedia se siamo seduti. Evitiamo di tenerli vicini al volto se decidiamo di portarli fuori con la pettorina o se in casa può esserci qualche elemento di disturbo, estranei o qualcosa che possa infastidirli o non conoscano.

3- Periodi ormonali.
Molto spesso i nostri compagni piumosi diventano particolarmente “insofferenti” nei periodi in cui sale la carica ormonale, ciò avviene soprattutto se i pappagalli formano una coppia. In questi periodi è bene evitare il più possibile il contatto diretto con loro, possiamo insegnargli alcuni spostamenti su richiesta invitandoli con alcuni premi adoperati anche come “esche”. Iniziamo nuovamente ad avere un contatti con loro quando iniziano a tranquillizzarsi.

4- Malessere fisico.
Spesso se il pappagallo non è in periodo di accoppiamento o non siamo in presenza dei punti sopra elencati, il pappagallo potrebbe beccare in una situazione di malessere fisico. In questo caso dobbiamo essere molto attenti ed osservare la postura dell’animale, controllare le feci, osservare se il pappagallo mangia oppure no. Se qualcosa non va dobbiamo correre il prima possibile da un veterinario aviario e controllare lo stato di salute del nostro pappagallo.

5- Mancata fiducia.
Nei primi periodi in cui adottiamo o acquistiamo un pappagallo potremmo ricevere alcune beccate, queste sono date dal fatto che l’animale ancora non ci conosce e non si fida di noi, prima di passare a contatti diretti cerchiamo di acquisire la sua fiducia, restiamo accanto a lui ed offriamogli qualche premio senza insistere troppo, procediamo per piccoli passi, aspettiamo che inizi a mangiare dalle nostre mani, che inizi a salire sul braccio anche per piccoli e veloci spostamenti e di chiedere le coccole anticipando l’azione con una richiesta verbale. Anche questi iniziali contatti devono essere richiesti poco alla volta ed i primi contatti diretti con il pappagallo devono essere brevi e sempre accompagnati da un qualcosa di positivo come un seme o qualcosa che al pappagallo possa piacere particolarmente. Negli esemplari molto giovani alcune beccate sono semplicemente “prove” dato che ancora non sono in grado di dosare la loro forza in modo corretto, in questi casi cerchiamo di correggere la loro forza qualora fosse troppo irruente con un semplice avviso verbale come un “NO” deciso. Permettiamo loro di esplorare le nostre mani con il becco se usato con la giusta intensità e forza. Dobbiamo anche ricordare che i pappagalli possono anche non avere una visione totale del nostro corpo e se si trovano in determinate posizioni, come di schiena, è meglio attirare la loro attenzione prima di toccarli o avvicinare semplicemente le nostre mani. Evitiamo di giocare con loro in modo brusco con le mani o di insistere troppo nel farli salire su di noi.

Dopo questa premessa che aiuta a capire il comportamento del mio pappagallo il mio pensiero è il seguente : Il mio pappagallo non si lascia accarezzare, il mio pappagallo becca perché……

Spesso  ci dimentichiamo che i pappagalli sono e restano animali selvatici anche quando nascono in cattività solo recentemente essi hanno cominciato a subire una selezione dall’uomo con l’obiettivo ad esempio  di farne  animali “PET”. Il pappagallo che noi ora alleviamo in cattività è il frutto di una selezione naturale operata nel tempo nei loro habitat naturali, tale selezione risponde ad una precisa necessità biologica  e di esistenza nei loro areali naturali. Il loro piumaggio, o apparato tegumentario è molto delicato e non è strutturato per essere continuamente toccato dalle nostre mani, i loro becchi  possono essere in grado di causare danni anche rilevanti alla struttura della penna. La quasi totalità degli Psittacidi sono animali sociali, vivono in stormo, ma restano monogami, pertanto le relazioni sono limitate a due individui, pur accettando di buon grado  una convivenza ravvicinata lo  “Stormo” anche a fronte dell’ essere “animali preda”, possiamo pertanto affermare che l’ avvicinarsi per toccare o manipolare un pappagallo preveda il consenso dell’ animale ed essere ben consci che stiamo invadendo il suo “spazio intimo”, spazio normalmente consentito solo al suo compagno o ad alcuni membri dello stormo. Un pappagallo che rischia l’ invasione del proprio “spazio intimo” dimostra una serie di comportamenti per fermare l’ intrusione attraverso una serie di linguaggi  posturali e suoni che noi compagni-umani  non siamo sempre in grado di interpretare o interpretiamo erroneamente, da ciò, nel tentativo di fermare l’ intrusione il pappagallo da prima si sposterà, potrà allontanarsi in volo per arrivare in casi estremi a beccare.

Prima di acquistare un pappagallo dovremmo porci  una domanda: Quali aspettative mi attendo da quell’animale? Cosa vorrei fare con lui?

Sembra una domanda banale, ma spesso dietro a questa domanda ci sono risposte che possono  far pensare che il pappagallo non possa essere il nostro  “Animale-Pet”.  Se l’ obiettivo è un animale da coccolare sul divano il pappagallo non sarà la scelta più azzeccata, ma se al contrario cerchiamo un animale attivo, intraprendente con voglia di relazionarsi in modo anche “sportivo” e  potrà sicuramente fare al nostro caso, magari supportati da un coach per migliorarne la comunicazione. Attraverso un percorso di socializzazione riusciremmo a migliorare la comunicazione in modo che tutti i membri della famiglia diventino il suo stormo, con l’ obiettivo di un rapporto sociale ricco tra pappagallo e umani, e una comunicazione corretta e proficua non porterà BECCATE!!

Consiglio vivamente la lettura di un testo del 1587 scritto da FRANCESCO CARCANO detto “Sforzino” dove già allora scriveva di questa problematica e a fronte di studi anche attuali fatti da personaggi con grande esperienza aviaria soprattutto americani (tralascio la poca e scarsa bibliografia italiana) resta un testo di grande valore sia storico che culturale!

https://books.google.it/books?id=WI1fAAAAcAAJ&pg=P.

RICHARD - MISSIONE AFRICA

RICHARD – MISSIONE AFRICA

Oggi mi e VI faccio spero un regalo gradito, è uscito da poco nelle sale cinematografiche questo bellissimo film d’animazione da cui prendo spunto per raccontarvi un po’ di cose su questi splendidi animali chiamati uccelli… grazie a chi lo leggerà, lo consiglio a tutti, dietro all’animazione se  guarderete bene ci sono tante informazioni che se non si hanno si possono colmare… buona visione!

Piccolo cenno della storia : Richard è un passerotto orfano che viene cresciuto amorevolmente da una famiglia di cicogne. Non gli è mai passato per la testa di non essere una cicogna anche lui, ma quando i suoi genitori adottivi e il fratellastro, cominciano a prepararsi per la lunga migrazione verso l’Africa, devono dirgli la verità: un passerotto non può arontare un viaggio così lungo.Con la tristezza nel cuore sono costretti a lasciarlo indietro. Richard però non vuole mollare solo perché non è più sotto la loro protezione, così decide di partire per l’Africa per conto suo e dimostrare finalmente che è una vera cicogna. Per fortuna ad aiutarlo ci sono Olga, un gufetto extralarge e il suo amico immaginario Oleg. Così, dopo aver liberato Kiki, un pappagallo che canta in un locale di karaoke, prende il via una vivace avventura, in cui i tre amici di piuma impareranno a spiccare il volo.

Informazioni e curiosità:

LA CICOGNA BIANCA
Un uccello bellissimo, simbolo dell’amore coniugale ma anche di quello per i figli, dei quali si prende amorevole cura nei giganteschi nidi che costruisce. In altri paesi, come Cina e Giappone, la cicogna rappresenta anche il simbolo della longevità. La cicogna bianca trascorre l’inverno nell’Africa tropicale fino a quella australe, migra in primavera lungo gli stretti del Bosforo e di Gibilterra, nonché con numeri inferiori ma pur sempre significativi lungo lo stretto di Messina, e nidifica in Europa, soprattutto nelle regioni dell’Est. In Europa si contano 220mila coppie, mentre in Italia, dove negli anni Ottanta è tornata a nidificare anche grazie al lavoro della Lipu, la specie ha ormai superato le 300 coppie. Animale di grandi dimensioni, ha un’apertura alare che supera i due metri. E’ una specie ancora a rischio ma la sua popolazione in molti paesi, compresa l’Italia, è per fortuna in forte aumento negli ultimi anni.

IL GUFO
Il gufo del nostro film è il simbolo di tanti diversi gufi, appartenenti a specie differenti: il gufo comune, il gufo reale ma anche gli allocchi, i barbagianni, le civette, gli assioli. I gufi sono uccelli notturni, appartenenti alla famiglia degli strigidi. Volano in assoluto silenzio sfruttando, per cacciare,  l’oscurità della notte. Il gufo comune (Asio otus) ha sviluppato la straordinaria capacità di ruotare il collo fino a 270° gradi. Questa particolarità, unita al caratteristico piumaggio della testa a forma di “occhiali”, ha contribuito ad accrescere il mito del gufo come simbolo di saggezza e conoscenza. La famiglia degli strigidi comprende più di 200 specie diverse, spesso molto diverse tra loro, dalla minuscola civetta nana al maestoso gufo reale, che può raggiungere un’apertura alare da 1,60 fino a 2 metri e un’altezza fino ad 80 centimetri. In Italia vivono 9 specie di rapaci notturni: il gufo reale, l’allocco degli Urali (localizzato nel nord-est del nostro Paese), la civetta capogrosso, la civetta nana, l’allocco, il barbagianni, l’assiolo e naturalmente il gufo comune. Il gufo reale è la specie più grande e più rara. La sua sopravvivenza è a rischio per varie cause, tra cui la presenza dei tralicci dell’alta tensione che causano ogni anno decine di morti accidentali soprattutto per collisione.

IL PICCIONE
Detti anche colombi, i piccioni vivono con l’uomo “da sempre”. Sono una delle prime specie ad essere stata addomesticata, tra il 3000 e l’8000 avanti Cristo in quella zona del Medio Oriente chiamata Mezzaluna fertile (vicino ai grandi fiumi come il Nilo e il Giordano) dove l’uomo inventò l’agricoltura. Esistono molte varietà di piccione. Tra queste, la più nota è certamente il piccione domestico (Columba livia varietà domestica), detto anche piccione di città, che è appunto quello che frequenta le nostre piazze e discende dal Piccione selvatico (Columba livia Gmelin 1789). I piccioni hanno un’apertura alare di 62–68 centimetri e sono resistenti e veloci nel volo, ma non sono uccelli migratori. La loro capacità di volo e di orientamento ne ha fatto però, nel corso della storia, degli straordinari messaggeri: i cosiddetti “piccioni viaggiatori”, capaci di portare notizie, sotto forma di bigliettini, a migliaia di chilometri di distanza e poi tornare a casa.

IL PASSERO
Richard, il nostro eroico passerotto, è anch’esso il simbolo di tanti passeri diversi: la passera sarda, la passera mattugia, la passera d’Italia e così via. Quello che tutti noi chiamano comunemente “passero” o “passerotto” in Italia è molto spesso proprio la passera d’Italia, un tempo l’uccello più diffuso nel nostro Paese (da cui prende il nome) ma che oggi, purtroppo, è sempre meno frequente e addirittura, in diverse zone urbane, è quasi scomparso. La passera d’Italia è uno degli uccelli più socievoli e facili da avvicinare e dunque è la specie ideale per un birdwatcher non ancora esperto che volesse seguirne da vicino il comportamento. Spesso sentiamo anche nominare il termine “passeriforme”, cioè “simile ad un passero”. Un termine che indica una categoria ancora più ampia,   un “ordine” di piccoli uccelli al quale appartengono centinaia, migliaia di specie. Una grande varietà di colori e abitudini, tutte accomunate dal coraggio e dall’intraprendenza, virtù delle quali il nostro piccolo Richard    è,  appunto,  uno  strepitoso esempio.

IL PAPPAGALLO
Nel mondo esistono circa 340 specie di pappagalli, tutte appartenenti all’unica famiglia degli Psitacciformi, oltre agli psitaccidi al suo interno troviamo anche cacatuidi, loridi e strigopidi  . Alcune di queste specie si sono purtroppo estinte, negli ultimi due secoli, e più del 30% è oggi a rischio di estinzione. I pappagalli non se la passano bene. Troppe le minacce che ne mettono in discussione l’esistenza. Eppure, si tratta di uccelli molto belli, dal piumaggio vivacemente colorato, il becco adunco e le zampe prensili. Sono animali assai longevi, per i quali la comunicazione è molto importante. Per questo le loro doti vocali e le capacità di trasmettere informazioni, anche con i gesti, sono così sviluppate. I pappagalli sono molto abili anche nei movimenti. Grazie alle zampe, con due dita rivolte in avanti e due indietro, i pappagalli riescono ad aggrapparsi ai rami in posizione verticale, anche a testa in giù, e grazie al becco adunco (che funziona come un terzo arto e che è talmente robusto da spaccare qualsiasi frutto o seme) possono arrampicarsi sui tronchi. La struttura delle dita gli consente anche di afferrare un frutto e portarlo al becco, come con delle vere e proprie mani. Una cosa importante: fino a poco tempo  fa  i  pappagalli non vivevano in Europa e dunque non migravano verso l’Africa. Infatti le loro “case” naturali erano (e restano) unicamente in Sudamerica e nell’emisfero australe. Ma da un po’ di tempo alcuni pappagalli vivono anche da noi. Acquistati nei negozi e tenuti in cattività, sono riusciti a fuggire (come fa il nostro Kiki) e ad adattarsi al  nostro clima. Certo, la cosa migliore è che nessun animale venga strappato al proprio ambiente naturale e possa continuare a vivere lì, sereno e in pace.

LA MIGRAZIONE DEGLI UCCELLI
La migrazione è un processo in cui gli animali compiono viaggi ricorrenti da un’area in cui nascono e si riproducono ad un’altra in cui passano il resto dell’anno. Molti animali (vertebrati e invertebrati) compiono questi spostamenti in modo differente a seconda delle loro caratteristiche. Gli uccelli sono i migratori per eccellenza grazie alla loro capacità di volare e quindi percorrere grandi distanze e superare gli ostacoli. L’anno di un migratore è scandito da fasi di viaggio e fasi di sosta: il primo viaggio avviene in primavera, quando le specie si muovono verso nord (verso le aree di riproduzione), il secondo nella tarda estate/inizio autunno quando, finita la riproduzione, gli adulti tornano verso sud (nelle aree dove passano gli inverni). Solo poche specie (cigni, oche e gru) migrano con le loro famiglie, come accade per la famiglia di cicogne di Richard, in modo che i giovani facciano esperienza accanto ai genitori. La maggior parte dei giovani uccelli partono alcuni giorni, se non settimane, dopo i loro genitori. In primavera sono i maschi a raggiungere prima le aree dove dovranno nidificare così da cercare “casa”, stabilendo un loro territorio dove poi accoglieranno le femmine. In Europa circa l’85% delle specie è migratrice, mentre la restante parte è stanziale, come lo sono i passeri come Richard e il gufo Olga. Ma quindi ci si può chiedere: cosa spinge le specie che lo fanno a migrare e ad affrontare le difficoltà di un viaggio? Gli uccelli, così come tutti gli animali, cercano le condizioni a loro più favorevoli per la sopravvivenza inseguendo le risorse come il cibo dove sono maggiormente disponibili. Durante la primavera sfruttano le risorse abbondanti disponibili in Europa, mentre in inverno si spostano per sfruttare le risorse del continente africano, sfuggendo all’abbassamento delle temperature in Europa e al relativo calo del cibo disponibile. Ma perché non rimanere in Africa allora? L’ipotesi più probabile fatta dagli studiosi è quella che nell’emisfero australe nel periodo della riproduzione ci sarebbe troppa competizione per le risorse, che non sarebbero quindi sufficienti per soddisfare le esigenze anche per allevare i giovani nati. Gli uccelli migratori li possiamo dividere in due grandi gruppi: quelli che viaggiano tra Europa ed Africa, superando il deserto del Sahara, come le cicogne e le rondini, e altri che percorrono, se così si può dire, meno strada, ossia rimangono all’interno dell’Europa o tutt’ al più attraversano il Mediterraneo fermandosi sulle coste nordafricane. Tra questi vi sono specie molto comuni come i pettirossi e i fringuelli, che infatti sono più abbondanti nei nostri giardini durante l’inverno che nella stagione estiva. Il viaggio degli uccelli migratori è molto difficoltoso e non tutti riescono a sopravvivere. Infatti, essi devono affrontare diverse prove, dal trovare la giusta strada (alcuni purtroppo si perdono), al trovare cibo in posti che non conoscono, allo scampare ai predatori, al riuscire a resistere a una grande fatica fisica. E come se non bastasse ci si mette anche l’uomo ad aumentare i pericoli che devono superare. Tra gli ostacoli che l’uomo ha creato i più evidenti sono le infrastrutture, come cavi elettrici sospesi o le grandi pale eoliche, con cui gli uccelli possono scontrarsi, insieme al fenomeno del bracconaggio, ossia l’uccisione illegale di molti animali. Ma la difficoltà maggiore che l’uomo crea ai migratori è quella di far scomparire le loro aree di sosta, dove si possono fermare a riposare, ma soprattutto a cibarsi. E questo lo facciamo distruggendo le grandi e piccole aree umide o gli ambienti agricoli. Nonostante tutto questo i vantaggi della migrazione per una specie, nel suo complesso, sono maggiori dei rischi corsi da ogni individuo che migra.

COME TROVANO LA STRADA
I meccanismi che consentono agli uccelli di trovare il giusto percorso da fare sono molteplici, alcuni sono innati, altri vengono appresi con l’esperienza. Gli uccelli posseggono naturalmente alcuni strumenti che l’uomo si è dovuto “inventare”, come ad esempio la bussola. Infatti, uno dei meccanismi che regola la migrazione degli uccelli è che essi sanno leggere il campo magnetico terrestre, ossia quelle forze che dirigono l’ago della nostra bussola verso nord. Un altro espediente che gli uccelli usano per orientarsi è la capacità di riconoscere gli elementi del paesaggio. Per orientarsi in modo più accurato, come faremmo noi all’interno di una città, gli uccelli imparano ad osservare i dettagli del mondo che percorrono. Per gli uccelli migratori le caratteristiche più importanti del paesaggio sono le linee di costa, le valli dei fiumi e i profili delle montagne. Al culmine della stagione migratoria, si possono vedere gli uccelli volare lungo queste linee naturali, e molti studiosi si appostano lì per poterli osservare e studiarne gli spostamenti. Un’altra loro capacità innata, ma che affinano con l’esperienza, è quella di saper “leggere il cielo”. I migratori, come   i marinai di un tempo, conoscono bene la posizione delle stelle e il loro variare nel corso dell’anno e quindi usano questa mappa per trovare la giusta direzione. Chi viaggia di giorno invece utilizza la posizione del sole, che sorge a est per tramontare a ovest, indicando così la via. Gli uccelli che usano le stelle per orientarsi volano di notte, anche se non sono rapaci notturni come Olga.
Questo lo fanno perché ci sono diversi vantaggi a volare di notte, ad esempio:
L’aria notturna è più fresca rispetto a quella del giorno, così gli uccelli possono volare usando meno energia ed è più facile mantenere la corretta direzione
ll sole non riscalda, così la termoregolazione è più facile, infatti gli uccelli si scaldano molto velocemente dovendo volare così a lungo
Ci sono meno predatori in aria, perché i falchi ad esempio di notte non volano Durante il giorno, quando si fermano, c’è abbastanza tempo per cacciare e riposare
Gli uccelli dalle grandi ali, come la famiglia di cicogne di Richard, preferiscono invece spostarsi di giorno, perché sfruttano le correnti di aria più calda che li sorreggono e li spingono, un po’ come se fossero degli aquiloni o degli alianti, facendo risparmiare loro molta fatica.

ROTTE MIGRATORIE
Tante specie, anche molto diverse tra loro, migrano e ognuna lo fa a suo modo.
Possiamo riconoscere 3 gruppi “modelli” di migratori:
–    uccelli acquatici
–    rapaci diurni e specie veleggiatrici (gru, cicogne) come la famiglia di Richard
–    passeriformi, ossia quegli uccelli di piccole dimensioni che “assomigliano” a Richard
Gli uccelli acquatici comprendono le specie legate agli ambienti umidi, in particolare aironi, anatre e gabbiani, ma anche quei passeriformi che utilizzano i canneti per la nidificazione e l’alimentazione.  Queste  specie,  per  le  loro   caratteristiche, durante il viaggio migratorio utilizzano le zone umide, il che le costringe ad attraversare aree spesso inadatte alla loro sosta e a compiere lunghi spostamenti  tra  aree  di  sosta  molto distanti tra  loro.  Questo  è  il  caso  anche  di  molte  specie  di uccelli limicoli, che completano tipicamente il loro viaggio migratorio tra l’Europa  e  l’Africa  con  poche  lunghe  tappe anche di 1000-4000 chilometri che separano aree adatte alla  loro sosta. Risulta quindi  fondamentale  conservare  queste ultime zone umide. La sparizione anche di un solo sito di sosta può infatti compromettere l’intera fase di migrazione di queste specie, portando a conseguenze drammatiche lo stato di conservazione della specie (ad esempio i limicoli). I grandi veleggiatori, a cui appartengono anche le cicogne, che come abbiamo detto sfruttano le correnti calde, utilizzano  “strade”  ben prestabilite, che si concentrano lungo vie preferenziali, come le vallate e   le coste,  chiamati  dagli  studiosi  “bottleneck”  o  “colli  di  bottiglia”  perché  proprio come le bottiglie di vino si stringono in cima. Questo fa sì che tali specie siano sottoposte a grandi minacce date dalle barriere infrastrutturali, come ad esempio le linee elettriche e gli impianti eolici. Questi uccelli sono, purtroppo, spesso vittime di fenomeni di intenso bracconaggio, come nel caso del falco pecchiaiolo sullo Stretto di Messina a cui, per una vecchia tradizione, alcune persone sparano durante il passaggio. Il gruppo dei passeriformi migratori è invece quello maggiormente vario, composto da specie generalmente di piccole dimensioni che compiono spostamenti sia brevi che lunghi, attraversando in grandi stormi tutto il cielo sopra di noi. Hanno bisogno, come già detto, di aree per sostare e riprendersi, perché a causa delle loro piccole dimensioni non possono fare tanta strada di seguito. Conservare e migliorare i siti di sosta, come le zone umide e le isole del Mediterraneo, è quindi importantissimo. Anche queste specie sono sottoposte ad un’intensa pressione derivante dal bracconaggio, sia sulle isole che lungo le valli montane. Sconfiggere tale pratica è quindi fondamentale per garantire la conservazione di queste specie.

VELOCITA’ DELLA MIGRAZIONE E ALTRI RECORD
Durante la migrazione, gli uccelli volano con una velocità che garantisce la maggiore distanza con la minore spesa energetica possibile. La maggioranza dei migratori volano a velocità di circa 30-50 km/h, alcuni raggiungono gli 80 km/h, e le pesanti anatre e le strolaghe 75-90 km/h. Solo poche specie volano su grandi distanze senza fermarsi. Di solito, gli uccelli fanno delle soste, volando solo per poche ore al giorno e sostando nei luoghi più adatti. In questo caso il tempo di migrazione è misurato in chilometri percorsi ogni 24 ore. Piovanello maggiore, piovanello tridattilo, gambecchio comune e piovanello comune volano dall’Africa alla Siberia in primavera: 150-200 km in 24 ore.
Ecco qualche altro esempio:
–  Sterna codalunga dalla Groenlandia all’Antartico – 150 km/24 ore Voltapietre, piovanello pancianera – 60-85 km/24 ore
–  Rondine dall’Europa al Sud Africa – circa 150 (massimo 310) km/24 ore Pigliamosche dal Sud Africa alla Scandinavia in primavera – 140 km/24 ore Cinciallegra lungo la costa baltica polacca in autunno – circa 40 km/24 ore
–  Le specie che viaggiano su brevi distanze (fino a diverse centinaia di chilometri) o che migrano irregolarmente (non annualmente, per esempio, a causa della mancanza di cibo) percorrono, di solito, circa 20-30 km/24 ore. Confrontando il volo di piovanelli maggiori, che possono percorrere oltre un migliaio di chilometri in 24 ore, con il volo di cince, che volano 30 km al giorno, potrebbe sembrare che le seconde si stanchino di meno, soprattutto se si fermano per trovare del cibo. Non è così – né piovanello maggiore, né cincia si sovraffaticano, casomai è il contrario. Entrambe le specie volano in modo da non dover usare tutta l’energia. Dobbiamo ricordare che gli uccelli seguono il modello innato evolutosi milioni di anni fa, specifico per ciascuna specie. L’organismo del piovanello maggiore permette di percorrere centinaia di chilometri al giorno e di volare per pochi giorni senza fermarsi. Il colibrì gola rubino vola ad altezze sopra i 1200 km sopra il Golfo del Messico. Questi uccelli pesano 3 grammi e, per il viaggio, si riforniscono di ulteriori 3 grammi di “benzina”. I falaropi di Wilson volano sopra l’oceano dalla California al Cile per 7000 km senza fermarsi. E in autunno i piovanelli maggiori, le pittime reali, le pittime minori e i pivieri orientali volano dalla Nuova Zelanda alla Cina, coprendo la distanza di 7500 km in cento ore (oltre cinque giorni) senza fermarsi, percorrendo 1800 km in 24 ore. Molti uccelli dai limiti settentrionali del continente americano volano per 800 km sopra il ghiacciaio che copre la Groenlandia – essi vanno in Islanda e poi in Europa o persino in Africa. Una parte degli uccelli europei vola sopra il più grande deserto del mondo: il Sahara. Per esempio, il pigliamosche vola sopra il Sahara per 40-60 ore (2-2,5 giorni), ricoprendo una distanza di 2200 – 2500 km senza fermarsi.

COME SI STUDIANO LE MIGRAZIONI
La migrazione può essere studiata con varie tecniche, una di queste è l’inanellamento. L’inanellamento a scopo scientifico è una tecnica basata sul marcaggio individuale degli uccelli. La tecnica consiste nel catturare gli uccelli ed apporre un piccolo anello di metallo su una zampa dell’uccello. La cattura avviene in genere con l’uso di reti speciali che non causano alcun danno all’animale e ad opera di personale specializzato. Sull’anello viene riportato un codice alfanumerico unico con indicazione anche del paese di cattura che permette di identificare in modo univoco ogni animale marcato. L’animale dopo pochi minuti e una serie di ulteriori misurazioni (peso, sesso, età etc.) viene rilasciato. Tutti i dati che si raccolgono tramite questa tecnica vengono raccolti in una banca dati nazionale che a sua volta confluirà in una banca dati continentale. Questo metodo serve quindi ad ottenere una serie di dati importanti sugli uccelli grazie alle numerose misurazioni che vengono effettuate al momento della cattura come informazioni biometriche (misura delle penne dell’ala etc.), età, sesso degli individui catturati etc. Si possono ottenere inoltre dati sull’andamento delle popolazioni in particolare delle specie rare o minacciate. Infine l’inanellamento permette, tramite la ricattura di uccelli precedentemente già marcati, di ricostruire la vita di ogni individuo inanellato. I dati che, in questo modo, si ottengono sulle migrazioni sono fondamentali per aiutarci a tracciare le rotte di migrazione e comprendere anche quali sono le aree particolarmente importanti per gli uccelli e quindi le aree per cui sono prioritari gli sforzi di conservazione.

https://agiscuola.it/schede-film/item/627-richard-…

DINOSAURI PIUMATI

Dinosauri piumati e origine degli  Uccelli di Andrea Cau

Riassunto della conferenza di Andrea Cau, naturalista e paleontologo, presso l’Università di Modena e Reggio Emilia

Un grazie a Ramj Turetta per avere condiviso con me e Voi questo Riassunto.

COCCODRILLI GIGANTI E DINOSAURI

Coccodrilli giganti e dinosauri dal Cretacico di Tataouine di Andrea Cau

Non parliamo solo di pappagalli….

Un grazie a Ramj Turetta per avere condiviso con me e Voi questi appunti.

COME AFFRONTARE LA QUESTIONE DEL BENESSERE ANIMALE

COME AFFRONTARE LA QUESTIONE DEL BENESSERE ANIMALE.

A cura di Chiara Grasso e Christian Lenzi.
Revisionato da Ananda Tersariol.
http://www.biochronicles.net/news/benessere-animale/#

 

Il benessere animale è una tematica eticamente sempre più attuale, con risvolti indiretti anche per l’Uomo. Vediamo come è possibile definirlo, misurarlo e migliorarlo, nell’ottica di salvaguardare il rispetto per gli animali. In particolare, per quelli tenuti in condizione di cattività.

Coscienza e benessere animale

Il concetto di benessere animale e di coscienza degli animali è stato ampiamente affrontato e discusso in letteratura. Una ricercatrice dell’Università di Oxford, Marian Dawkins, ha pubblicato nel 2006 una guida al benessere animale, descrivendolo come una condizione concernente un animale che prova emozioni positive, come piacere e contentezza, e non quelle negative, come paura e frustrazione. Secondo Broom (1988), invece, il benessere di un individuo corrisponde alla sua condizione rispetto alla capacità di adattarsi alla realtà in cui vive. La Dawkins ci offre l’opportunità di poter abbracciare il concetto di coscienza animale e alla domanda: “gli animali hanno coscienza?”, si aprono due grandi filoni di pensiero. In un lavoro del 1998 Mc Phail afferma che solo gli Homo sapiens siano dotati di una vera e propria coscienza, e 3 anni dopo, Baars sposa l’idea opposta: tutti i Vertebrati hanno coscienza. Non molti anni fa, è stata scoperta la presenza dei recettori del dolore (nocicettori) anche in specie ittiche. Questo conferma l’idea di Baars? Tutti i Vertebrati (e chissà che un giorno la vista non venga estesa anche oltre), se si intende la coscienza come una connessione tra la complessità cognitiva e l’esperienza cosciente (Griffin & Speck, 2004), sono dotati di essa? A queste domande non è facile trovare risposte e tutt’oggi i ricercatori non sono riusciti a trovare un’unanime soluzione al dilemma sulla coscienza. Quello che si sa è che la Dawkins nel suo articolo del 2006 sottolinea l’importanza del benessere animale, non solo per l’animale in sé, ma anche per gli effetti secondari che questo ha sull’Uomo.

Negli ultimi decenni sono stati pubblicati centinaia di studi che indicano come poter misurare, monitorare e migliorare il benessere animale. Un metodo efficace per valutare lo status di benessere è senza dubbio l’utilizzo di parametri biologici, più nello specifico fisiologici e ormonali (ad esempio quantificare i livelli di cortisolo nel sangue e negli escrementi), che possano essere indici di una condizione di stress. La Dawkins afferma che per migliorare il benessere degli animali in cattività bisogna cercare di attuare e migliorare, il più possibile, l’arricchimento ambientale. crede inoltre, che per capire e conoscere le condizioni di vita degli animali possa essere importante fare studi direttamente in loco piuttosto che fare ricerca solo in laboratorio. Un altro modo per poter valutare il benessere degli animali è ricorrere all’etologia, quindi a studi comportamentali.

 

Per far questo, è utile sapere cosa sia una stereotipia e conoscere l’etogramma (l’insieme dei comportamenti) delle specie in natura. Per stereotipia s’intende una serie di moduli o sequenze comportamentali ciclici, ripetitivi, apparentemente senza nessuno scopo o funzione (Mason, 1993; Odberg, 1978). Inoltre, le stereotipie possono essere il risvolto patologico dei comportamenti appetitivi: quei meccanismi istintivi che consentono agli animali la ricerca delle stimolazioni adeguate alla propria biologia (Costa, 2016). Concretamente possiamo parlare di stereotipia, ad esempio, quando vediamo la tigre eseguire il movimento di pacing (andare avanti e indietro seguendo lo stesso percorso). Tuttavia non è la stereotipia in sé il problema. Le stereotipie, definite anche comportamenti maladattativi o anti evolutivi (Costa, 2016), sono il modo in cui l’animale cerca di adattarsi all’ambiente in cui vive. Per un animale in una condizione di cattività è il modo più rapido per provocare il rilascio di endorfine (orso che dondola, elefante che oscilla, giraffa che lecca, tigre che cammina ripetutamente, scimpanzé che si fa auto-grooming fino a crearsi lesioni, etc), altre volte, come nel caso di alcuni gorilla che vomitano e si rimangiano quello che hanno rigurgitato, è un segnale di cattiva alimentazione. Ma la stereotipia è solo un campanello d’allarme di un errore o di una mancanza di stimoli. L’obiettivo non deve essere quello di guarire il comportamento anormale, ma occuparsi della causa che lo crea. Per entrare nel cuore della questione, qui di seguito si forniscono due esempi di stereotipia come sinonimo di mancanza di benessere, riportando due studi recentemente pubblicati su Plos One e Scientific Progress Reports.

Benessere nei primati e concetto di arricchimento ambientale.

Birkett e colleghi dell’Università di Canterbury, nel 2011 hanno osservato 40 scimpanzè, appartenenti a 6 strutture zoologiche diverse. Nel loro articolo “How Abnormal Is the Behaviour of Captive, Zoo-Living Chimpanzees?”, hanno mostrato come comportamenti anormali fossero presenti in tutti gli individui dei 6 gruppi. Gli individui tra di loro differivano per età, sesso, passato e condizione di nascita (in cattività o in natura). I comportamenti stereotipati o anormali si presentavano in frequenze e modalità variabili in tutti i gruppi, con almeno due comportamenti anormali per ogni individuo. Il che dimostra come le stereotipie possano variare tra un individuo ed un altro, nonostante la condivisione dello stesso ambiente.

Il comportamento maggiormente osservato è stato la coprofagia. Le frequenze dei comportamenti normali (quindi quelli propri all’etogramma della specie) sono simili a quelle che vengono riscontrate in natura, mentre per quanto riguarda i comportamenti maladattativi, in natura, secondo la letteratura, se ne riscontrano molto meno. Quindi, sembrerebbe che, in condizione di cattività, agli animali manchi qualcosa, nonostante essi vivano in gruppi sociali ed in presenza di arricchimento ambientale. Secondo gli autori di questo studio, la problematica principale è in che natura gli animali, oltre ad avere una struttura sociale fluida e dinamica ed un range abitativo molto più ampio e vario, abbiano maggiore libertà di scelta (decision making).

 

 

 

 

Decidono con chi stare, dove stare, cosa e quando mangiare. In cattività hanno poche opportunità di cambiare ambiente e gruppo sociale e sono costretti a vivere in spazi, a volte, non adeguati. La ricchezza della dieta è minima in confronto a quella che troverebbero e avrebbero in natura, sia in variabilità che in tempo passato a foraggiare, cercando cibo e quindi ricevendo stimoli dall’ambiente esterno. Si è accennato più volte il concetto di arricchimento ambientale. Nello specifico, per arricchimento ambientale si intende tutta quella serie di strutture, oggetti, sostanze, task, componenti sociali e modifiche dell’ambiente fini alla stimolazione cerebrale e sensoriale. Un esempio classico è la ruota presente nelle gabbie per i roditori domestici ed il tira-graffi per il gatto. I benefici dell’arricchimento ambientale sono stati ampiamente studiati e dimostrati: ad esempio per le attività cognitive (problema solving), diminuzione dei livelli degli ormoni dello stress, miglioramento delle attività sociali e per una diminuzione delle stereotipie e comportamenti anormali. In aggiunta, l’arricchimento ambientale comprende anche tutta quella grande tipologia di modifiche strutturali all’ambiente in cui l’animale può nascondersi e proteggersi dall’uomo, dal sole, dalle avverse condizioni climatiche e dagli altri animali. Una buona idea potrebbe essere quella di creare zone come tane, nascondigli, buchi. Aggiungere qualche elemento naturalizzato come piante e pietre, farà sì che l’animale non sia così vicino ai visitatori e che stia a lui la scelta di avvicinarsi o nascondersi (Newberry, 1995; Carlestead, 1994).

Stereotipie negli elefanti asiatici.

Kurt e Garai, nel 2011, hanno pubblicato uno studio sulle stereotipie negli elefanti asiatici, intitolato: “Stereotypes in captive asian elephants – a symptom of social isolation”.
Gli autori hanno osservato 44 elefanti in un santuario in Sry Lanka, recuperati da centri di turismo, circhi, strutture zoologiche, orfanotrofi per animali o luoghi per uso domestico. Hanno misurato le frequenze e le durate del comportamento di weaving (oscillamento della proboscide e del corpo), osservando come variava tra gli individui in base alla storia di ciascun animale. Nello studio è stato documentato un aumento in frequenza del comportamento di weavingnegli orfani di 3 mesi. Da una totale assenza del comportamento, dopo un solo mese di cattività, si ha che il 60% del tempo viene passato a stereotipare. Un trend inverso si ha per i comportamenti “sociali e positivi”: da circa il 30%, dopo solo 2 mesi di cattività, gli elefanti passano a meno del 10% del tempo a esplorare, giocare e manipolare oggetti.

I ricercatori hanno anche investigato una possibile correlazione tra durata, frequenza di movimenti stereotipati ed isolamento sociale. I risultati sono in accordo con la teoria secondo cui l’isolamento sociale porterebbe gli elefanti ad un malessere maggiore, infatti, gli animali socialmente isolati mostrano più comportamenti maladattativi ed un ritardo nella crescita corporea rispetto agli altri. A questi risultati, si aggiunge il dato della comparsa prematura di comportamenti maladattativi per i cuccioli orfani rispetto ai cuccioli cresciuti con le loro madri. Tuttavia, non sempre basta liberare gli elefanti dalle catene per eliminare o ridurre le stereotipie. Come si è visto, essere isolati socialmente porta ad una crescita ritardata del corpo (quindi anche delle capacità cognitive) ed un corpo non sviluppato, porta ad isolamento sociale, ostacolando la socializzazione.

 

La spinta verso la socialità e la ricerca di stimoli biologici mancanti vengono quindi rimpiazzati da comportamenti stereotipati poiché, appunto, tali necessità non possono essere appagate. Questo crea, secondo gli autori dello studio, danni irreversibili a livello del sistema nervoso centrale, con conseguenti ritardi mentali.

Migliorare il benessere animale in ambienti protetto.
Per concludere, si può quindi affermare che la cattività può portare ad una condizione di malessere, soprattutto nel caso dei vertebrati superiori. Alcune soluzioni sono senza dubbio: presenza, nell’ambiente protetto, di arricchimento ambientale (sensoriale e cognitivo), riduzione del contatto con l’Uomo, presenza della madre dal periodo sensibile post-natale fino alla maturità ed una maggiore possibilità di decision making. A tal proposito, si tenta di fare una riflessione su quali animali (e quali no) possano vivere in un ambiente protetto. Utili indici di valutazione sono stati descritti in :

“Hay  animales que se adaptan mejor que otros a la cautivitad?” (Salas & Manteca, 2016).

Gli animali che in cattività possono vivere condizioni di malessere e si adattano con meno facilità all’ambiente protetto sono animali che in natura percorrono quotidianamente lunghe distanze, come il ghepardo ed il delfino, animali ritenuti cognitivamente più intelligenti, come i primati,  e animali che in natura passano molto tempo a cercare cibo, come i ruminanti. Altri, paradossalmente, come il leone, che è tendenzialmente sedentario, o il coccodrillo, i rinoceronti, ad esempio, se ben tenuti e con le giuste precauzioni di benessere, possono vivere una buona vita anche in cattività.

 

BIBLIOGRAFIA
  • (Animal cognition, 2004) New evidence of animal consciousness, [consultato il 02/05/2017]
  • (Animal welfare, 1993) Why is there no simple way of Measuring Animal Welfare?, [consultato il 02/05/2017]
  • (Behavioural processes, 1987) The influence of cage size and environmental enrichment on the development of stereotypies in bank voles (Clethrionomys glareolus), [consultato il 02/05/2017]
  • (Elsevier, 1988) The scientific assessment of animal welfare, [consultato il 02/05/2017](Aracne, 2016) Costa, Pierluca, Etologia patologica, Torino, Aracne, 2016 [consultato il 02/05/2017]
  • (Elsevier, 1995) Environmental enrichment: Increasing the biological relevance of captive environments, [consultato il 02/05/2017]
  • (Elsevier, 2001) The Brain Basis of a “Consciousness Monitor”: Scientific and Medical Significance, [consultato il 02/05/2017]
  • (Oxford University Press, 1998) MacPahil, Euan, The evolution of consciousness, Oxford, Oxford University Press, 1998 [consultato il 02/05/2017]
  • (Plos One, 2011) How Abnormal Is the Behaviour of Captive, Zoo-Living Chimpanzees?, [consultato il 02/05/2017]
  • (Trends Ecology Evolution, 2005) A user’s guide to animal welfare science,                    [consultato il 02/05/2017]
  • (Scientific Progress Reports, 2011) Stereotypes in captive asian elephants – a symptom of social isolation, [consultato il 02/05/2017]
  • (Zawec, 2016) ¿Hay animales que se adaptan mejor que otros a la cautivitad?, [consultato il 02/05/2017]
  • (Zoobiology, 1994) Effects of environmental enrichment on reproduction, [consultato il 02/05/2017]

L'IBRIDAZIONE DELL'ARA ARARAUNA

L’IBRIDAZIONE DELL’ARA ARARAUNA

Oggi parliamo degli ibridi… I grandi pappagalli ara sono indubbiamente volatili che suscitano grande ammirazione grazie alle loro livree affascinanti e variopinte. Negli Stati Uniti, in tempi relativamente recenti, sono state realizzate con successo ibridazioni tra diverse specie di questi pappagalli. Le varie specie appartenenti al genere ara infatti sono omogenesiche, ossia sufficientemente vicine dal punto di vista genetico da consentire la riproduzione tra loro. La maggior parte di questi ibridi inoltre ha dimostrato di essere fertile, e ciò ha condotto gli sperimentatori a combinare addirittura gli ibridi tra di loro o facendoli accoppiare a loro volta con specie diverse da quelle originarie dei genitori. Oltre quindi agli ibridi di prima generazione (figli cioè di due soggetti di razza pura) ne è conseguita la comparsa di un gran numero di ibridi di seconda generazione, alcuni dei quali decisamente affascinanti nella loro inconsueta livrea. L’Ara ararauna, o Ara giallo e blu, è sicuramente l’Ara più comune e diffusa, e conseguentemente è stata oggetto del maggior numero di ibridazioni. Riportiamo qui gli ibridi di prima generazione.

Ara Catalina

L’ara catalina è un incrocio ibrido tra un’ara macao ed un’ararauna, e dunque si tratta di un ibrido di prima generazione. Il catalina esiste in rari esemplari anche allo stato selvatico. Il corpo appare di un meraviglioso giallo-arancio sfumato. La parte superiore della testa è verde. Le copritrici delle ali sono verdi mentre le remiganti primarie sono azzurro intenso. La coda è lunga e particolarmente affusolata, riprendendo questo carattere dall’ara macao. Il carattere di questo pappagallo mostra sia elementi di socievolezza tipici dell’ararauna con una maggiore tendenza al nervosismo tipica dell’ara macao. Si tratta comunque di un pappagallo intelligente e ben disposto verso l’uomo.

 

 

Ara Arlecchino

L’ara arlecchino è invece un incrocio un’ararauna ed un’ara chloroptera, il famoso ara ali verdi. A differenza del catalina l’arlecchino in natura non è mai stato osservato. Sembra che l’arlecchino tenda ad ereditare prevalentemente i caratteri del genitore maschio. Anche l’arlecchino tende ad avere il petto color giallo dorato/arancio, con suggestivi toni di verde e blu sulle spalle e sulle ali. Molti soggetti mostrano un magnifico piumaggio dorato sulla parte inferiore delle timoniere. Rispetto ai catalina hanno becco e testa maggiormente dimensionata e la colorazione gialla più tendente al rosso/arancione.

 

 

 

Ara Miligold

L’ara miligold nasce dall’incrocio di un’ararauna ed un’ara militaris. Il nome “miligold” è una fusione appunto tra “militaris” e “blu and gold macaw”. Questo ibrido ha una colorazione generale verde acquamarina con il giallo limitato alla regione addominale e nel sottocoda e sfumature blu sul dorso e sulle ali. La maschera facciale ha molto piumaggio nero. E’ un pappagallo molto socievole che eredita la docilità dell’ararauna con la spiccata intelligenza del militaris.

 

 

 

Ara bluffons

L’ara bluffons proviene invece dall’accoppiamento tra un’ararauna ed un’ara ambigua, detta anche ara di Buffon. E’ abbastanza simile all’ara miligold. Il piumaggio generale è di colore verde sfumato in giallo sulla zona ventrale e pettorale e sfumato in azzurro sul dorso e sulle ali. Anche l’ara bluffons è un volatile piuttosto docile ed affettuoso.

 

 

 

Ara maui sunset

Il maui sunset è un incrocio tra un’ararauna ed un’ara rubrogenys. Si tratta di un ibrido decisamente raro e presenta colorazione base verde-gialla con tonalità rossastre e ramate sull’area addominale. Come indica il nome la sua colorazione ricorda le tonalità del tramonto. Le guance sono caratterizzate da marcate sfumature rosse.

 

 

 

 

Ara caloshua

L’ultimo ibrido di prima generazione dell’ara ararauna è l’ara caloshua, nata dall’incrocio con l’ara giacinto. Anche questo ibrido è molto raro. Si presenta di colorazione base azzurra con la maschera facciale verde e l’addome giallo.

 

 

 

 

Articolo da PAPPAGALLI NEL MONDO

LA CLASSIFICAZIONE DEI PAPPAGALLI ARA

La classificazione dei pappagalli ara

Le ara sono sicuramente i più rappresentativi esponenti della grande famiglia dei pappagalli. Qualunque profano nel sentire il termine “pappagallo” immediatamente richiama alla mente l’immagine di una grande e colorata ara. Il senso comune tuttavia attribuisce l’appartenenza alla famiglia delle ara a molti pappagalli che non fanno effettivamente parte del genere ara in senso tassonomico, essendo questo il nome scientifico di alcune specie di questi grandi psittacidi sudamericani, ma non di tutti.

Il genere ara, inteso nella sua denominazione scientifica, indica otto diverse specie di psittaciformi:

– ara ararauna (ara gialla e blu)
– ara chloroptera (ara ali verdi)
– ara macao
– ara ambigua (ara di Buffon)
– ara glaucogularis (ara gola blu)
– ara militaris (ara militare),
– ara rubrogenys (ara fronte rossa)
– ara severa

Da quando sono disponibili le tecniche di analisi del DNA e della filogenesi delle specie gli studiosi si sono resi conto della necessità di operare distinzioni basate sull’effettivo grado di parentela tra le varie specie, separando dal genere ara alcune specie in esso tradizionalmente incluse grazie alla forte somiglianza morfologica. Nel 2006 è stato condotto uno studio particolareggiato dall’Università di San Paolo del Brasile, attraverso il quale è stato possibile definire con maggior precisione i rapporti tra le varie specie di pappagalli ara. Per maggiori approfondimenti consultare lo studio stesso:

Phylogenetic relationships and historical biogeography of neotropical parrots

L’ara ventre rosso, ad esempio, non è più inclusa nel genere ara, come “ara manilata” ma viene classificata nel genere monospecifico “orthopsittaca”, ed il suo attuale nome scientifico è diventato appunto “Orthopsittaca Manilata”.

L’ara testa blu (ara couloni) è stata inserita nel nuovo genere “propyrrhura” (alcuni autori sostituiscono questo termine con “primolius”), ed il suo nome scientifico è divenuto “Propyrrhura Couloni”. Questo genere include altri due grandi psittacidi: l’ara dal collare, un tempo “ara auricollis” è divenuta “Propyrrhura Auricollis”, e l’ara di Illiger, un tempo “ara maracana” è divenuta “Propyrrhura Maracana”.

Infine rimana l’ara spalle rosse (ara nobilis) che è stata inclusa nel genere monospecifico “diopsittaca” ed è divenuta oggi “Diopsittaca nobilis”.

Tradizionalmente al genere ara sono associati anche le cosidette “ara blu”, quindi le tre specie inserite nel genere Anodorhynchus, ossia la celeberrima anodorhynchus hyaccinthinus (ara giacinto)anodorhynchus leari (ara di Lear) e anodorhynchus glaucus (ara glauca). Nel gruppo delle ara blu viene inclusa anche l’ara di Spix, appartenente tuttavia ad un altro genere ancora, Cyanopsitta.

E’ interessante osservare come da un punto di vista filogenetico le parentele più strette tra i vari generi di pappagalli ara siano quella tra i tre generi Ara-Propyrrhura-Orthopsittaca, che presentano una grande vicinanza tra loro, e quella tra il genere Anodorhynchus e Diopsittaca, pur essendo l’apparente somiglianza tra questi ultimi due generi assai scarsa. Sorprendentemente l’ara di Spix, pur essendo di colorazione azzurro-blu, si colloca a metà strada tra il gruppo Ara-Propyrrhura-Orthopsittaca e la grande famiglia di conuri (aratinga), ai quali è addirittura più vicina che non alle grandi ara blu con cui condivide la colorazione.

articolo da: PAPPAGALLI NEL MONDO

PET THERAPY E ORNITOLOGIA

PERCHÉ SCEGLIERE GLI UCCELLI
E’ stato dimostrato che la presenza di uccelli da compagnia riduce sensibilmente la depressione dei residenti in strutture che ospitano pazienti geriatrici . La scelta degli uccelli quali animali da utilizzare nei programmi di pet therapy è giustificata da più aspetti ritenuti vantaggiosi. Il basso e controllabile rischio sanitario di malattie trasmissibili all’uomo (zoonosi) è uno dei primi elementi che invitano a scegliere gli uccelli come mezzo di terapia. Questo aspetto consente di superare alcune resistenze di tipo sanitario che spesso s’incontrano quando si propongono progetti di zooterapia.  La taglia degli animali è un altro elemento utile poiché avendo gli uccelli dimensioni in genere più contenute rispetto ad altri animali, si ottiene che i progetti di pet therapy sono applicabili a svariate realtà.  La scelta della razza e dell’individuo è cosa delicata e viene fatta ad opera di un veterinario esperto nel settore aviare. La brevità del ciclo vitale delle specie aviari rende più fruibili alcuni aspetti dei ritmi biologici, come la sessualità e la morte, due momenti che diventano un’incredibile banco di prova per quella che sarà la vita futura. L’antropomorfizzazione è un rischio che inficia un sano e costruttivo rapporto uomo – animale, corretta e indispensabile base etologica senza della quale non si può intraprendere un sano progetto di pet therapy. Utilizzando gli uccelli come coterapeuti si riesce a tener lontano questo problema poiché gli uccelli evocano un rapporto che non crea dipendenza, come potrebbe accadere con un cucciolo di cane, ma stimola un rapporto di attenta osservazione che implica da subito rispetto, a causa delle caratteristiche comportamentali tipiche degli uccelli e della spesso ridotta dimensione. L’impiego degli uccelli offre gli stessi vantaggi, come per l’antropomorfizzazione, anche nei confronti di un altro problema, l’oggettualizzazione, altra causa che può alterare il sano rapporto uomo animale. Scegliendo le specie aviari si può usufruire di un’altra potenzialità, il birdwatching, basato sull’osservazione degli uccelli in natura, grazie al quale tutto l’ambiente naturale diventa un attrezzato laboratorio di pet therapy a cielo aperto. Il cane con le sue fughe sfida il bambino spiegandogli, forse per la prima volta, che l’amicizia può esistere anche senza il rassicurante legame fisico del guinzaglio: gli uccelli, invece, da subito si propongono come delicati esseri viventi che evocano rispetto per la fragilità delle loro dimensioni, richiedendo un rapporto ‘gentile’, basato su un delicato e mediato rapporto fisico, trasformando l’uomo in un ‘posatoio intelligente’. Le controindicazioni all’uso degli uccelli sono quasi inesistenti. La zoofobia e l’ipocondria possono risultare problemi nella scelta degli uccelli, così come per tutte le altre specie animali. Quando la pet therapy è utilizzata per la cura di pazienti psichiatrici alcune psicosi maniacali potrebbero mettere in pericolo l’incolumità degli uccelli.

A.A.A. IN UNA COMUNITA’ SCOLASTICA
Questa esperienza è stata svolta in una classe della scuola elementare, con 21 alunni di circa otto anni senza particolari problematiche. Gli uccelli utilizzati sono stati degli immaturi di inseparabili e di calopsitte allevate con specifiche diete commerciali da svezzamento. Si sono scelti questi uccelli perché l’imprinting ricevuto viene gradualmente perso, neutralizzando il danno etologico provocato e riacquistando tutte le caratteristiche comportamentali della specie di appartenenza, compreso il potenziale riproduttivo. L’attività principale in cui sono impegnati i bambini è l’alimentazione dei pullus. La scelta di far alimentare gli uccelli ai bambini è basata sulla constatazione dell’importanza del cibo come elemento quotidiano di rinforzo del legame uomo – animale. Senza esagerare il cibo trasforma l’animale in compagno (cum panis) dell’uomo. Altre attività che devono essere comprese sono le normali operazioni di cura degli animali (cambio delle granaglie, dell’acqua, riconoscimento e raccolta di erbe di campagna da somministrare agli uccelli, quantificazione del grado di benessere offerto dal ricovero, interazione diretta con i soggetti imprintati). La presenza della gabbia è stata totalmente eliminata, relegata solo come mezzo di trasporto. Le eventuali cure dei soggetti che dovessero presentare qualche patologia fa parte integrante del progetto; anche in questo caso l’animale si presta come banco di prova per far accettare meglio eventuali terapie che il bambino potrebbe affrontare. Un incontro tipo con i bambini si svolge nello stesso ambiente in gruppi di 6 (con tre operatori, due bambini per ogni operatore) e mentre un bambino prepara il cibo l’altro deve aspettare il suo turno osservando l’operato dell’amico di coppia. Per ogni incontro viene affrontato un argomento (alimentazione, comportamento come sistema rivelatore del benessere animale, ecc.) su cui i bambini devono redigere un foglio riassuntivo finale, che insieme a quelli degli altri incontri formeranno un elaborato scritto. Il lavoro può essere sviluppato in chiave multimediale favorendo l’interdisciplinareità del lavoro e facendo meglio accettare al corpo docente la pet therapy.

IL BIRDWATCHING INTESO COME PET THERAPY IN UNA COMUNITA’ DI AUDIOLESI
Portare disabili a contatto con la natura fa sviluppare la loro sensibilità psicofisica . Si sa anche che l’osservazione degli uccelli tende a formare persone tendenzialmente gentili, orientate verso relazioni armoniche con gli altri, protettivi, amichevoli e altruiste. Un razionale programma di abilitazione alla comunicazione per bambini sordomuti non prevede lo stimolo diretto all’espressione fonetica ma una ricerca metodica delle varie forme di linguaggio non verbale che deve concludersi con lo stimolo alla vocalizzazione. Partendo da questi elementi si è costruito un progetto che si articola in un’area di studio che comprende il bambino audioleso, l’osservazione dell’avifauna selvatica nel suo ambiente naturale ed i suoi effetti sulla crescita psico-fisica e sul processo di abilitazione alla comunicazione.Il gruppo di bambini audiolesi che ha collaborato al progetto è di 15 alunni con età compresa tra i 6 e gli 11 anni. I bambini sono stati sensibilizzati alle problematiche ambientali tramite l’utilizzo di posters e schede didattiche; il manuale utilizzato in campo è con molti disegni a colori e con limitata didascalia per aumentare la facilità della consultazione. Le uscite in campo sono state fatte in centri di visita attrezzati con capanni, percorsi, sala riunioni, decidendo di evitare il birdwatching in forma vagante. I centri attrezzati sono preferibili perché mantengono unito il gruppo facilitandone la comunicazione e riducono la possibilità di piccoli incidenti nei portatori di protesi acustica o di impianto cocleare. Si sconsiglia l’uso di capanni con scarsa luminosità o in ore crepuscolari perché gli audiolesi usano molto la lettura labiale, motivo che spiega perché durante le lezioni non è necessario usare un tono di voce alto (un sordo capisce bene anche se parliamo senza emettere alcun suono). E’ ancora utile ricordarsi di spiegare prima e solo dopo far vedere in pratica, perché la lettura labiale non consente di seguire insieme parole e gestualità. Infine si ricorda che è necessaria la presenza di un interlocutore che conosca il linguaggio visivo per audiolesi. Il risultato che ci si prefiggeva era quello di far interessare i bambini all’ambiente aumentando le loro occasioni di crescita psico-fisica. Il risultato è che i bambini hanno avuto reazioni emozionali positive, sia durante la teoria che la pratica, identificate e classificabili in questo modo:

potenziamento dello stimolo all’uso del linguaggio corporeo e dei segnali non verbali;
miglioramento della propria immagine personale con conseguente aumento dell’autostima;
effetto ‘lubrificante’ nelle relazioni sociali (sia di gruppo che in coppia);
stimolo alla curiosità e all’attenzione;
utilizzo dell’esperienza per il processo di apprendimento;
apprendimento del senso di responsabilità;
conoscenza diretta della natura, della diversità, dei limiti dei cicli vitali, della sessualità;
fonte di esperienza nei colori, forme, movimenti;
mezzo di esercizio fisico, fonte di svago e divertimento. 

Nelle comunità terapeutiche per audiolesi la somministrazione del birdwatching non implica molte attenzioni e riesce a fornire valide occasioni di crescita psico-fisica tali da consigliarne la sua diffusione nelle sue varie forme.

IL BIRDWATCHING IN ORFANOTROFIO
Questa singolare esperienza è stata somministrata a una comunità di ragazzi dai 10 ai 16 anni ospiti di un orfanotrofio, assegnati dal tribunale dei minori per maltrattamenti vari. I ragazzi erano tutti caratterizzati da un elevato grado di violenza comportamentale. Già dalla prima uscita in campagna, dopo un impatto distruttivo verso l’ambiente, passarono in modo indicibile a fruitori silenziosi e attenti della natura, con grossa sorpresa anche degli educatori. Le escursioni erano fatte nei pressi di un pantano che ospitava molteplici specie selvatiche aviari. Fu una delle rare volte che questi ragazzi si preoccupavano di non arrecare danno a qualcosa di estraneo alla loro persona. Il senso di responsabilità fu ben evidente durante queste esperienze; fu inoltre organizzato ad opera del gruppo un miniconvegno sull’ornitologia in un’oasi attrezzata salentina del WWF, in cui loro furono i relatori. Il bambino audioleso praticando il birdwatching si rapporta con la natura evitando i rischi che possono decretare la fine di un normale e costruttivo rapporto tra uomo ed animale, cioè l’oggettualizzazione e l’antropomorfizzazione .Da questo punto di vista il birdwatching garantisce migliori risultati terapeutici di altre forme di pet-therapy.

RISULTATI E TESTS
L’emotività resta ancora un ingrediente spesso presente nei programmi di pet therapy. Questa presenza inficia la validità della zooterapia e ne limita la sua diffusione. Per l’individuazione e la quantificazione di eventuali effetti benefici della pet therapy nelle sue molteplici forme di applicazione, qualunque sia la specie animale utilizzata, si devono usare dei test validati per ciò su cui indaghiamo. Se vogliamo valutare, ad esempio, valutare le variazioni dell’aggressività possiamo adoperare il ”Aggression Questioinnaire (AQ753)”; un’altro test esistente e utilizzabile è il “Positive and Negative Scale” e molti altri. Così operando viene dato un taglio scientifico alla pet therapy che diventa degna di segnalazione scientifica ufficiale perdendo quella patina di emotività che la rende appetibile a molti ma che la condanna ad un mancato sviluppo. Questi test in genere si autosomministrano, cioè il paziente stesso compila il questionario. Ai pazienti molto giovani non si possono autosomministrare i tests quindi la valutazione dei risultati ottenuti in terapia è più difficilmente dimostrabile.

CONCLUSIONI
La raccolta di esperienze di campo può indicare, in base alla classificazione della patologia da correggere o dello scopo da raggiungere, la specie aviare da utilizzare e in che modo può essere adoperato per lo specifico caso da trattare. Dalle esperienze personali maturate emergono i primi dati, infatti è risultato consigliabile l’uso di calopsitte (Nimphicus hollandicus) imprintate, che per le loro tranquille abitudini risultano ideali per i bambini non abituati ad occuparsi di animali. Gli inseparabili (Agapornis roseicollis) imprintati, dotati di maggiore vivacità a volte poco gestibile, sono invece da consigliare ai bambini di oltre 10 anni con esperienze precedenti.

Relazione del Dott.Patrizio Fontana  Veterianario aviario
Convegno “UN ANIMALE PER TUTTI” Trento

PICA e CANNIBALISMO

Abbiamo già parlato di deplumazione e autodeplumazione, ma a volte capita che alcuni di voi mi facciano la domanda : perché i genitori strappano le penne ai piccoli? Vediamo perché…

NOZIONI GENERALI
Il significato attribuito ai termini pica (detta anche plumofagia o pterofagia) e cannibalismo non sempre è univoco. Tuttavia l’orientamento dominante è incline a intendere per pica quella manifestazione morbosa che porta i volatili a divellere (non necessariamente a mangiare) le proprie e le altrui piume, mentre per cannibalismo il beccaggio di tessuti cutanei e, sovente nei galliformi, altre parti corporee (retto, ecc.).

In genere la plumofagia rappresenta il primo stadio del cannibalismo, comunque sono stati riscontrati dei casi in cui tali manifestazioni si sono verificate isolatamente; in altre parole non sempre il cannibalismo è stato preceduto da pica, e quest’ultima, poi non ha condotto al cannibalismo. Naturalmente questo patologico comportamento non ha nulla in comune con lo strappamento delle piume al quale ricorrono alcune femmine desiderose di reperire materiale per la costruzione del nido. Parimenti quando i maschi di diamante mandarino infliggono vigorose beccate (strappando spesso diverse piume) ai pullus di 35-38 giorni di vita, non sono affetti da pica, ma a loro modo impartiscono delle «lezioni di vita»: così facendo, infatti, i giovani d.m. imparano a conoscere la figura patema e, di conseguenza, a distinguere i maschi dalle femmine, mentre questa capacità di discernimento sembra venir meno nei soggetti allevati da uccelli appartenenti ad altre specie. Per comodità raggruppiamo gli agenti eziologici, formandone cinque divisioni, ma giova chiarire che tale classificazione è soprattutto dettata da esigenze espositive, in quanto siamo consapevoli che spesso tali elementi causali interagiscono fra loro e, date certe caratteristiche, potrebbero essere ascritti anche a un altro gruppo. Il territorio è un fattore importante nella vita degli animali. Esso, infatti, rappresenta una fonte di cibo necessaria per la sopravvivenza sia degli adulti sia della prole. Pertanto, se non ci si è assicurati una zona, le cui dimensioni possono variare secondo il coefficiente di risorse alimentari, si è esclusi o emarginati dalla lotta per la vita. Ciò gli animali lo sanno per istinto e difendono la loro supremazia territoriale con tutta l’aggressività che è loro possibile. Ora in cattività, dove il cibo è reperibile facilmente e in quantità eccedenti il fabbisogno! Tale comportamento aggressivo è notevolmente ridotto, ma pur sempre esistente e si manifesta in tutta la sua potenzialità quando lo spazio vitale, a causa del sovraffollamento, è molto limitato. Per questo motivo l’allevatore deve evitare quanto più possibile motivi di attrito, mettendo a disposizione un congruo numero di mangiatoie, beverini, posatoi, nidi e, naturalmente, gabbie più ampie. Un altro elemento da non trascurare è l’eccessivo grado di calore ambientale, al quale gli uccelli sono particolarmente sensibili, data la loro elevata temperatura corporea (in genere supera i 40°C). Esprimendo questo concetto più dettagliatamente, riporta i seguenti valori relativi a ricerche effettuate sui passeriformi:
temperatura letale inferiore (ipotermia): 21,7 °C; temperatura critica inferiore: 36,9 °C;  temperatura critica superiore: 44,8 °C; temperatura letale superiore (ipertermia): 46,8 °C.

Da tutto questo si comprende agevolmente che nel caso in cui i locali d’allevamento siano troppo caldi, si verificano delle disfunzioni fisiologiche, fra le quali un eccessivo sollecitamento del sistema nervoso, che è poi all’origine di una maggiore intolleranza tra pennuti. Anche la luce non va misconosciuta. È stato rilevato, infatti, che intense esposizioni ne scatenano il comportamento vizioso in esame. Nel settore avicolo (quello più studiato) sono stati fatti degli esperimenti, che hanno messo in evidenza anche il tipo di luce responsabile: quella verde e bianca producono effetti negativi, mentre quella rossa non dà luogo a inconvenienti. Anzi, giova sottolineare che quest’ultime irradiazioni luminose favoriscono il raggiungimento della forma amorosa e, nei giovani uccelli, la rapida maturazione delle gonadi. Altri elementi, talvolta, possono essere costituiti da ambienti troppo asciutti, polverosi o poco ventilati.

Ecco come sono ridotti dei giovani, vittime della pica dei genitori, in diversi casi si può anche assistere alla morte dei Piccoli. (foto di E. Caprioli)

 

 

 

 

ALIMENTAZIONE
È la causa che si riscontra più di frequente e si deve imputare, in genere, a regimi alimentari non bilanciati, monotoni e prolungati: la sintomatologia non tarderà a manifestarsi, specialmente se sussistono altri fattori concomitanti. È ormai un’acquisizione  consolidata da molti studi ed esperimenti che alla formazione di piume e penne concorrono alcuni aminoacidi fra i quali spiccano la metionia, arginina e cistina. Ed è anche alla loro carenza che si deve l’insorgere della plumofagia e cannibalismo (1). Tanto è vero che opportune integrazioni di essi si rivelano efficaci  a  far  regredire la sintomatologia.  Comunque osservato che un iperdosaggio di metionina è causa di una diminuita ovo deposizione e di gusci deformi. Di rilievo è poi la funzione delle vitamine, poiché interagiscono nella sintesi di diversi aminoacidi e quelle maggiormente chiamate in causa sono la B2 e la B 12, ma alcuni autori non escludono la A la D ed anche la PP. Gli apporti di calcio, manganese, magnesio, zinco, rame e cloruro di sodi o devono, inoltre, essere tenuti nella debita considerazione, in quanto è alla loro carenza che si deve il manifestarsi delle turbe. Un’altra forma di cannibalismo, di diversa eziologia e manifestazione, è stata registrata nei rapaci ospitati in aviari del Canada, dove il freddo, facendo  congelare  il cibo, spingeva le femmine a divorare per fame i compagni. I pappagalli, uccelli molto intelligenti e di sensibilità spiccata, risentono più di altri di un’isolata cattività, ma tale inconveniente può essere ovviato fornendo loro un compagno o istaurandosi col proprietario un rapporto confidenziale, che qualche volta può trasformarsi in una vera e propria possessività.

Ancora una foto che dimostra in maniera chiara i danni non solo alle piume, ma anche alle penne delle ali subiti da un canarino novello.(foto E. Caprioli)

Alla luce di quanto premesso, non ci si stupirà se un rilevante numero di psittacidi sfoghi, in condizioni sfavorevoli, le proprie frustrazioni strappandosi le piume, fino a interessare anche vaste aree del corpo.

Ma, per fortuna, i sintomi possono manifestarsi e-o scomparire rapidamente. In proposito va segnalato il caso di un parrocchetto affetto da pica, che, ceduto a un veterinario, guarì entro 48 ore. Fu tenuto, infatti, nell’ambulatorio insieme a cani e gatti (ovviamente in gabbia): ne deduciamo facilmente che il pennuto abbia trovato ambiente ricco di stimoli (anche «affettivi») e tale da  non  lasciare  posto  alla  noia  (conseguenza spesso trascurata e che in parte si può impedire mettendo a disposizione dei batuffoli di ovatta pezzi di legno, mazzi di verdura, ecc.). Concludendo, la pica può essere l’esasperata e auto lesioni sta reazione (alterando lo strato protettivo di piume si ha una maggior e vulnerabilità alle malattie specialmente quelle respiratorie) a uno stato di «deprivazione affettiva» che in un certo modo e senza degenerare in uno spirito antropomorfismo, trova il suo correlato nelle manifestazioni psichiche dei bambini costretti a vivere in una situazione d’incertezza affettiva. Cessa Feverabend scrive di aver posseduto un parrocchetto ondulato maschio, che, affetto da disturbi dell’apparato digerente, strappava le piume alla compagna e al figlio. Successivamente, sottoposto ad una terapia antibiotica, lo stato di salute migliorò decisamente. Molto più conosciute fra gli ornicoltori sono le conseguenze prodotte da alcune malattie della pelle (dermatiti, ecc.) o da infestazioni di ectoparassiti (per esempio acari) o da intossicazioni. In questi casi invero, s’ingenera un prurito e stato d’irrequietezza (talvolta di notevole entità) che spinge i pennuti a beccarsi, a beccare e forse anche a farsi beccare. Un’autorevole testimonianza di una sorta di masochismo d’imprecisata eziologia, riportata nel  testo  «patologia aviare e igiene negli allevamenti avieoli» del prof. Altara, c’è offerta dal Pellettan che riferisce di aver visto dei galli spingersi immobili contro la rete attraverso la quale alcune galline situate dalla parte opposta, strappavano e mangiavano loro le piume. L’esame necroscopico praticato su alcuni soggetti colpiti da plumofagia non ha messo in evidenza alterazioni o lesioni di rilievo ad eccezione di più o meno consistenti ipertrofie del fegato. Quando si procede ad effettuare accoppiamenti di spinta consanguineità può accadere che alcuni riproduttori (specialmente le femmine) mangino le uova, spiumino o, nel peggiore dei casi, sventrino o mutilino i propri nidiacei. Questi volatili, una volta sottoposti ad un’opportuna terapia e alimentazione in genere non manifesteranno più tali inclinazioni, ma può accadere che qualche figlio (anche di diverse nidiate) si comporti come i genitori: tali sono le nostre osservazioni effettuate su diversi ceppi di canarini e diamanti mandarini. Fra le probabili cause di questo fenomeno, quella della diminuita trasmissibile capacità di assimilare certi elementi utili è forse la più attendibile. La terapia, data la complessità degli agenti causali e la conseguente incertezza di una specifica diagnosi, deve, quanto più possibile, essere mirata a un vasto raggio d’azione cioè tenendo conto di tutti i probabili fattori che potrebbero concorrere nel caso in esame. Qualora tale vizio non sia circoscritto a qualche soggetto facilmente isolabile, può essere utile la somministrazione di calmanti che naturalmente non vanno considerati dei curativi, bensì un rimedio atto a contenere i danni in attesa che la terapia e-o, la rimozione di altri elementi sfavorevoli diano risposte positive. E’ da rilevare per spirito di completezza che alcuni ornitofili sconsigliano l’uso di queste sostanze perché, se mal dosate, possono essere causa di squilibri. Comunque alla luce di nostre recenti esperienze, possiamo affermare che, se qualche perplessità possono destare i tranquillanti di sintesi quelli di origine vegetale per esempio, la camomilla non danno luogo a nessuna contro indicazione. anche se forniti per lunghi periodi. Per limitare ulteriormente il diffondersi della pica e cannibalismo, è opportuno asportare dalle piume e dalla pelle qualsiasi traccia di sangue la vista del quale rappresenta un notevole mezzo d’eccitazione che può degenerare in un vero e proprio parossismo. Non sarà inutile ricordare che le penne in fase di crescita sono tenere e gonfie di sangue il quale fuoriesce facilmente dalle lacerazioni prodotte dalla veemenza delle beccate. Le parti colpite, poi, vanno protette con blu di metilene o glicerina iodata ovvero queste soluzioni oltre ad essere dei buoni disinfettanti conferiscono alle zone interessate una colorazione scura, che attenua parzialmente lo stimolo al beccaggio. Come abbiamo dinnanzi accennato, le cause di natura alimentare sono le più frequenti ed è ovviamente in questa direzione che devono essere rivolte le prime cure. Pertanto è opportuno effettuare prontamente delle massicce integrazioni vitaminiche, proteiche e di sali minerali (eccezione fatta quando vi sono dei fondati sospetti di tossicosi), non trascurando di variare l’alimentazione, che deve comprendere più specie di frutta e verdura, pastone arricchito con lievito di birra e uovo sodo e osso di seppia a volontà. Inoltre se graditi efficaci si rivelano anche gli insetti (larve di tenebrio molitor, ecc.). Dalla supposta disamina degli agenti eziologici si ricava, più o meno direttamente, un orientamento circa gli accorgimenti profilattici da adottare. Ma è necessario aggiungere che una certa attenzione va rivolta all’igiene dell’allevamento e segnatamente, dei volatili (con abluzioni e nebulizzazioni di acqua nei soggetti riluttanti). Va infine notato che i volatili più deboli, malati o feriti devono essere isolati e quelli che manifestano il comportamento morboso vanno esclusi dalla riproduzione.

Articolo di  GRAZIANO FABRIS

Graziano Fabris ha sempre nutrito fin da bambino un grande interesse per gli animali in genere e per gli uccelli in particolare. Appassionato ornitofilo, alleva fin dalla più giovane età uccelli esotici, indigeni, canarini e loro ibridi. Dal 1994 è Presidente della FIMOV e Direttore della rivista “OASI aci”. Dal 2001 al 2008 si è occupato del Progetto di educazione Faunistica promosso dalla provincia di Treviso per continuare fino al 2012 per conto della FIMOV incontrando oltre 112.000 bambini e ragazzi dalla quarta elementare alla quinta superiore, oltre 11.000 insegnati e organizzato 609 pullman per uscite con le scolaresche sul territorio con mete preferite la Foresta del Cansiglio, la Restera del Sile, la Foce dell’Isonzo, i Parchi Zoo di Lignano e quello del Cappeller. Ricopre inoltre la carica di Presidente dell’Ente Feste Varaghesi che, dal 1973, organizza, tra l’altro, dei prestigiosi appuntamenti per l’uomo con la flora e con la fauna. 

L'APPARATO RIPRODUTTIVO DEI PAPPAGALLI

Nei pappagalli l’apparato riproduttivo è costituito da ovaie ed ovidotti nella femmina e dai testicoli nel maschio. L’apparato riproduttivo femminile all’inizio della vita dell’uccello è costituito da due ovaie e due ovidotti: con lo sviluppo l’ovaio destro regredisce e rimane attivo solamente il sinistro. La prima parte è costituita dall’infundibolo, dove la cellula uovo si innesta e viene fecondata dagli spermatozoi, se presenti, nella porzione ad imbuto. Apposite ghiandole secernono l’albume. Nella parte successiva dell’ovidotto, il magnum, altre cellule secernono sodio, magnesio e calcio. Nell’istmo, porzione ancora successiva, si formano le membrane interne ed esterne dell’uovo. Infine nell’utero, detto anche camera calcigena, l’uovo si forma completamente, raddoppiando di volume e calcificandosi per la deposizione, che procede attraverso la vagina. Il pappagallo maschio, come ogni altro uccello, non è provvisto di organi genitali esterni, cosa che si verifica per esempio nei mammiferi. I testicoli sono alloggiati in prossimità dei reni, nella cavità addominale e sono provvisti di dotti deferenti, paralleli agli ureteri, per l’espulsione dello sperma al di fuori della cloaca tramite la vescicola seminale. La spermatogenesi ha luogo nei tubuli seminiferi dei testicoli. Il testicolo sinistro è più grande e sviluppato del destro. L’accoppiamento nei pappagalli avviene per accostamento delle cloache con eversione delle mucose. Lo sperma espulso dal maschio penetra nell’ovidotto della femmina, e viene trattenuto dalle ghiandole ospitanti, localizzate nello sfintere vaginale, dove mantiene la capacità di fecondare le uova per diversi giorni. Da qui gli spermatozoi sono in grado di raggiungere l’infundibolo.

SPECIE E NON RAZZA!

“Spesso erroneamente la gente si riferisce alle specie di pappagalli usando il termine scorretto “razza”. In tutti gli animali invece si parla di “specie”, mentre la razza sono le varie selezioni compiute artificialmente all’interno di una sola specie. Un barboncino e un terranova sono razze diverse, ma rimangono sempre cani (Canis lupus familiaris), mentre una ara scarlatta (Ara macao) e una ara gialla e blu (Ara ararauna), sono due specie diverse. Ma come si applica la nomenclatura a una specie animale o vegetale? E nel caso di animali addomesticati come ci si deve riferire a loro? Con un nome ex novo o usando lo stesso della specie selvatica da cui discendono? Andiamo a vedere.”

Un grazie a Ramj Turetta per avere condiviso con me e Voi questo splendido articolo.

 

I PAPPAGALLI NON PRODUCONO LATTASI

 

Lo sentiamo continuamente gli “uccelli” non producono lattasi, l’enzima necessario per digerire il lattosio nei latticini. Pertanto non dovremmo dare latticini ai nostri uccelli. Allora non è giusto poiché i pappagalli non producono “cellulase” che non dovremmo dargli cibi contenente “cellulosa”? Anche se alcune persone danno yogurt perché durante la fermentazione il lattosio è abbattuto, resta “caseina”una proteina tipo colla non digeribile. Per questa ragione non fornisco mai latticini ai miei uccelli. Non li alimento con yogurt o formaggi. E’ chiaro che la cellulosa non è abbattuta, se non nei casi quando passa attraverso “l’intestino cieco” che hanno i mammiferi. Tuttavia, gli uccelli non sono mammiferi, sono aves. I pappagalli appartengono a una classe speciale di aves che non hanno l’intestino cieco. Il pollame ha l’intestino cieco i pappagalli no. L’intestino cieco è una sacca chiusa che collega lo stomaco piccolo e grande. L’intestino cieco trasforma la cellulosa in liquido che è riassorbito nel sistema metabolico per essere usato come glucosio.

(1) Per gli uccelli che non hanno l’intestino cieco, e perché gli uccelli non producono cellulase per abbattere la cellulosa, questa fibra indigesta agisce solo come lassativo rimuovendo la mucosa delicata che riveste il tratto digestivo, come anche le sostanze nutrienti al passaggio della cellulosa. Siccome gli uccelli hanno un tratto digestivo molto corto e stretto rispetto ai mammiferi che hanno un tratto digestivo molto largo e lungo, non hanno bisogno di un lassativo fibroso come la cellulosa per pulire a fondo loro tratto digestivo. Invece la natura ha fornito la “pectina” e “emicellulosa” fibre nel cibo indigeno come frutta tropicale e verdura tenera, contenente anche Omega 3 che pulisce gentilmente il tratto digestivo mentre fornisce nutrienti di vitale importanza. Entrambe queste fibre sono solubili mentre la cellulosa è insolubile. Ho iniziato a educare la comunità aviaria su questa vitale informazione nel 2011 e non mi fermerò fin quando gli amanti di uccelli in tutto il mondo inizieranno  a capire quanto sia importante comprendere questo per una salute a lungo termine dei nostri uccelli da compagnia. Come si vede chiaramente nella foto, pollame (Galliformes)(A) hanno l’intestino cieco e pappagalli (Psittaciformes)(B) non lo hanno.

(2) Combinato con la conoscenza che gli uccelli non producono, cellulase per digerire cellulosa, io non so come la nostra comunità possa ignorare che i pappagalli non dovrebbero essere alimentati con cibi ad alto contenuto di cellulosa più di quanto non dovrebbero essere alimentati con latticini.

Traduzione Giulia Esposito

 TOPOGRAFIA DI UN UCCELLO – BIRD TOPOGRAPHY

Link Originale in lingua inglese  http://exoticbirdclubonline.com/2015/11/enzymes-pa…

IL FALSO MITO DELL'UTILITÀ DELLA FRUTTA NELL'ALIMENTAZIONE DI PAPPAGALLI E LORI

RIPORTIAMO PER GENTILE CONCESSIONE DEL DOTT. STEFANO FIGURELLA UN SUO INTERASSENTE ARTICOLO CHE FA CHIAREZZA DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO SULL’IMPORTANZA DI UNA GIUSTA ALIMENTAZIONE PER I NOSTRI AMICI PAPPAGALLI. COME SEMPRE ALLA FINE DI OGNI ARTICOLO CHE PUBBLICHIAMO POTRETE TROVARE LA FONTE ORIGINALE  DA CUI ABBIAMO ATTINTO L’ARTICOLO.

Si sente sempre parlare a mo’ di mantra di integrare l’alimentazione degli uccelli ornamentali con frutta… ma sarà realmente utile? Un frutto, al di là dell’innegabile effetto di arricchimento ambientale che sortisce, in realtà non ha quel valore aggiunto che ci si aspetterebbe.. Il primo ingrediente infatti è rappresentato dall’acqua (più o meno presente) che si aggira intorno all’80/85%, al secondo posto sono presenti zuccheri semplici (fruttosio, glucosio, saccarosio) in ragione di un 10% (più o meno a seconda del tipo di frutto), il resto è fibra, proteine e grassi, ceneri (messi assieme fanno un 5% circa quindi presenti in dosi trascurabili). Il valore nutritivo di una mela di 100grammi equivale quello di un pezzetto di pane di 10gr (alimento in cui gli zuccheri sono sotto forma di amido ma che metabolicamente hanno lo stesso destino). Ma ci viene dal tempo della scuola insegnato che la frutta è importante perché fonte di vitamina C… E qui viene il bello: gli uccelli, a differenza dell’uomo, non hanno bisogno di vitamina C, la sintetizzano nei reni, nel fegato o in entrambi gli organi a seconda dell’ordine di appartenenza (possono avere forme di carenza solo a seguito di patologie importanti a carico di questi organi o in particolari condizioni di enorme stress ed allora la carenza sarebbe nel primo caso l’ultimo dei problemi dell’animale, nel secondo caso basterebbe eliminare le torture che generano tale stress abnorme). Per quanto riguarda gli antiossidanti naturali, cioè le altre sostanze di un certo interesse che stimolano la libidine dei sostenitori della frutta come alimento quali tocoferoli, betacaroteni, isoflavonoidi ricordo che i primi (vit E) sono contenuti in quantità elevatissime (molto più che nella frutta) negli oli vegetali ed in particolare in quello di girasole (forse l’unica proprietà interessante che ha questo seme oltre all’appetibilità), i secondi sono disponibili sul mercato a concentrazioni efficaci che l’animale non riuscirebbe mai a raggiungere a meno di non mangiare esclusivamente cibi freschi e non “conservati” come in realtà sono le miscele di semi. I semi infatti rappresentano una forma di resistenza della pianta, una fase nella quale gli antiossidanti (sintetizzati dal vegetale per proteggere il germe dai danni dell’ossidazione dei grassi e non certo per favorire gli animali che si cibano della sua “prole”) decrescono nel tempo e si annullano. Quale è il vero problema legato al consumo di frutta da parte dei pappagalli? Il problema è legato alla capacità ingestiva degli stessi, è fenomeno ben comprensibile a chi alleva a mano i pulli: per ogni peso dell’animale esiste un quantitativo di sostanza secca che deve essere ingerita per coprire il fabbisogno plastico (proteine) e soprattutto calorico (grassi e zuccheri). Esempio ipotizziamo che un animale di 1000 grammi in crescita debba mangiare 80 grammi di sostanza secca (pappa secca), diluita 1:3-1:4 a seconda del prodotto in 2/3 somministrazioni al giorno, facciamo 2 siringhe di pappa da 120 (una al mattino ed una alla sera); se allo stesso animale diluiamo la pappa esagerando 1:20 tipo thè alla pesca, dovremmo fargli prendere più di un litro di pappa al giorno per soddisfare le sue esigenze, ma lui non riuscirebbe ad assumerla.. il soggetto inizierà a dimagrire ed a salutare tutti quanti.

Arriviamo all’animale adulto: dobbiamo sempre tener conto che abbiamo a che fare con creature piccole, con temperature corporee elevate (42°C), con metabolismi elevati che possono permettersi di cibarsi di solo frutta per periodi brevi, là dove il dispendio energetico è basso (climi tropicali o stagione estiva da noi) ma che alle temperature più basse anche primaverili o autunnali devono nutrirsi di alimenti “densi” da un punto di vista calorico.. caso emblematico è l’allevatore di lori che somministra la frutta in stagione invernale: il lori, animale nevrile ed energico si abbuffa di una corroborante mela alle cinque di sera, poco prima dell’oscurità…si è riempito lo stomaco di acqua e deve affrontare le lunghe ore notturne senza più mangiare (non vedendoci al buio), inizierà a mettere mano alle sue riserve e per “buttare legna nella caldaia” dimagrirà e/o patirà il freddo con rischio per il suo stato di salute. Anche se somministrata al mattino può non essere un toccasana a basse temperature perché l’uccello si, mangerà anche il mangime, ma in quantità minori perché lo stomaco è occupato in parte da una “calorica mela” e non avrà le ore di luce sufficienti per recuperare questo deficit calorico. La frutta “toglie spazio” ad alimenti più densi ed avendo gli organismi delle capacità ingestive limitate può essere a volte pericolosa.

Dott. Stefano Figurella Veterinario aviario

FONTE>>

https://www.facebook.com/stefano.figurella/posts/2...

Nell’articolo originale potrete leggere le domande poste al Dottore e le sue risposte.

L'ASPERGILLOSI

 

Nessuno gode nell’essere malato di aspergillosi , nemmeno il vostro pappagallo!

Sapere come prevenire e identificare la malattia potrebbe risparmiare al vostro pappagallo sofferenze  e forse salvargli la vita.

Che cosa è l’aspergillosi? L’Aspergillosi è una malattia delle vie respiratorie ed è causata dal fungo Aspergillus. Questo fungo può essere presente ovunque, ma cresce meglio in ambienti umidi e caldi. L’aspergillosi si sviluppa come una malattia respiratoria negli uccelli da compagnia con un sistema immunitario indebolito. La malnutrizione e soprattutto la carenza di vitamina A, è una comune condizione predisponente.

Come viene trasmessa? L’aspergillosi produce dei batteri, che si disperdono nell’aria e vengono respirati. Una stanza polverosa e una ventilazione inadeguata possono aumentare le probabilità per il vostro pappagallo di essere colpito da questa malattia. Cibo ammuffito, biancheria bagnata e scarse condizioni igieniche sono terreno fertile per questo fungo. Periodi di fisiologico stress, come durante l’accoppiamento o la cova, la cattiva alimentazione, le condizioni insalubri e l’uso prolungato di alcuni farmaci può rendere i pappagalli più suscettibili alle infezioni.

Quali sono i sintomi? Ci sono due diverse forme della malattia, acuta e cronica. Gli uccelli con un caso acuto di aspergillosi possono mostrare gravi difficoltà respiratorie, perdita di appetito, bere frequentemente e molta minzione, cianosi (una colorazione bluastra delle mucose e/o pelle) e persino la morte improvvisa.

L’aspergillosi cronica che è più comune è più letale, perché i sintomi non compaiono fino a quando la malattia è progredita in maniera estesa. L’apparato respiratorio è la principale area di infezione, e  appaiono dei noduli bianchi che erodono attraverso il tessuto il corpo. I batteri entrano nel flusso sanguigno e viaggiano in tutto il corpo, infettano diversi organi come i reni, la pelle, i muscoli, il fegato, gli occhi, il tratto gastrointestinale e il cervello. Il fungo può colpire la trachea, siringe (casella vocale), provocando  sacche d’aria nei polmoni. Se i polmoni sono direttamente coinvolti, l’pappagallo avrà difficoltà a respirare e difficoltà di movimento. Il pappagallo può avere un cambiamento di voce, riluttanza a parlare o un “clic” (silenzioso) se la siringe è interessata.

A seconda degli organi coinvolti, altri sintomi possono includere un’andatura irregolare, convulsioni e un ingrossamento del fegato. Purtroppo, molti di questi sintomi sono simili ad altre malattie. Poiché l’aspergillosi non è molto comune, molte volte non viene diagnosticata fino all’autopsia.

Come si può curare? Se il vostro pappagallo presenta uno di questi sintomi, si dovrebbe vedere immediatamente il veterinario aviario per determinare la causa. Se diagnosticata, si può eseguire un intervento chirurgico per rimuovere le lesioni o possono essere usati farmaci antifungini.

Come si può prevenire? Il modo migliore per prevenire questa malattia è attraverso la pulizia. Mantenete il vostro pappagallo in un’area ben ventilata e assicuratevi che la sua gabbia venga pulita regolarmente per impedire la crescita di funghi. Pulite la gabbia quotidianamente e almeno una volta al mese in maniera approfondita. Il cibo fresco è la chiave. È importante offrire  cibo fresco  e acqua ogni  giorno, cercate di dare al vostro pappagallo la quantità di cibo che si mangia in un giorno. Questo allevierà la possibilità che il vecchio cibo si ammuffisca e diminuirà il rischio che il vostro pappagallo lo possa sia respirare  che mangiare nelle ciotole.

TESTO ORIGINALE IN INGLESE >> Greatcompanions

DA UN CRANIO DI ARA NUOVE IPOTESI SULLE CIVILTÀ' PRECOLOMBIANE

Messico, nello Stato di Chihuahua, è stata ritrovata la mummia di un pappagallo risalente a 2000 anni fa, un periodo in cui questo uccello non viveva ancora in zona: sarebbe la prova di commerci precedenti a quanto si pensava sinora…

La testa mummificata dell’ara aveva ancora delle penne verdi brillanti attaccate. Fotografia di Emiliano Gallaga, EAHNM-INAH

Nel 2016, un rancher che abitava a quasi 500 chilometri dal confine messicano con il Texas stava svolgendo dei lavori di costruzione nella sua proprietà. Voleva livellare una parte di terreno e per farlo ha chiamato un gruppo di operai dotati di bulldozer. E’ bastato poco affinché capissero che si erano imbattuti in un prezioso sito archeologico.
Mentre stavano sbancando la Avendaños Cave, nella proprietà San Francisco de Borja, situata nello stato di Chihuahua, nel Messico settentrionale, i lavoratori hanno inziato a tirar su degli strani reperti. Il proprietario del ranch ha quindi fermato gli scavi, ha fotografato il materiale ritrovato e ha spedito le immagini all’archeologo Emiliano Gallaga, direttore della scuola di antropologia del Messico del nord e dell’Istituto nazionale di antropologia e storia.
“La prima cosa che abbiamo notato è stata la testa di un pappagallo in perfette condizioni”, dice Gallaga.
Dopo essere sparita dalla faccia della Terra per migliaia di anni, la testa di un’ara preistorica mummificata naturalmente era riermersa infatti dal suolo. Le piume erano ancora di un verde brillante e il suo becco ancora intatto. L’uccello è un’ara militaris, tutt’oggi esistente. Ora, due anni dopo il ritrovamento, si è potuto stabilire che risale a 800 anni prima degli altri esemplari scoperti nella regione. Il che sembra fornire un indizio sul funzionamento degli scambi commerciali e i riti religiosi delle società del Tardo Periodo Arcaico.  Insieme alla testa d’uccello gli archeologi hanno trovato anche lo scheletro di un infante e la metà inferiore di un uomo con le gambe legate. Inoltre è stata scoperta una grande quantità di punte in pietra, materiali tessili e altri manufatti vecchi di migliaia di anni.

Al momento 670 resti di pappagalli risalenti al 1200  d.c sono stati rinvenuti negli Stati Uniti sudoccidentali e nel nordovest del Messico. L’ara della Avendaños Cave è però la prima ad essere stata trovata nel Messico settentrionale al di fuori del sito archeologico di Paquimé. Ma soprattutto la mummia ha circa 2000 anni, il che la rende la più antica conosciuta sino ad oggi.

Il materiale trovato durante gli scavi e catalogato dagli archeologi dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia. Fotografia di Emiliano Gallaga, EAHNM

“Uno dei motivi per cui la scoperta fatta da Gallaga è davvero molto, molto eccitante è proprio la datazione così all’indietro nel tempo”, spiega Abigail Holeman, un funzionario della University of Virginia autore di diversi saggi sul significato religioso delle are a Paquimé, nello Stato di Chihuahua. “Ci rivela quanto fosse antica l’importanza di questi rituali”.

Migliaia di anni fa le are scarlata e militare non erano native della regione che chiamiamo oggi Paquimé, anche se i loro antichi resti possono essere trovati in tutta la zona.  Le ara militaris, come quella verde trovata mummificata a Avendaños Cave, potevano abitare le zone più a sud del sito, ma ancora non erano locali.

“Per farla arrivare sin qui qualcuno deve averla trasportata per 400 chilometri”, sottolinea Gallaga. “Non tutti si possono permettere di far arrivare un’ara da così lontano”.

Molti archeologi ritengono che questi uccelli fossero animali di compagnia per membri altolocati della società, come l’aristocrazia, gli sciamani e i mercanti.

Come le fruste in cuoio e corno, i pappagalli erano probabilmente venduti ai mercanti della costa in cambio di conchiglie e pesci.

La scoperta che la mummia di ara è vecchia di 2000 anni, secondo Gallaga dimostra che il commercio di questi uccelli era precedente a quanto si pensasse. Altre interpretazioni sostengono che le ara avessero un significato religioso e che fossero percepite come intermediari alati tra la Terra e le divinità.

“Queste due interpretazioni non si escludono a vicenda”, dice Holeman, visto che gli uccelli potevano avere un valore tanto religioso quanto economico. “E’ la datazione così indietro nel tempo che avrà davvero un grande impatto”.

Dato che il sito non era mai stato scavato prima, gli archeologi dovranno lavorare ancora per saperne di più sul Tardo Periodo Arcaico e il ruolo che ricoprivano al suo interno questi uccelli.

“Non abbiamo informazioni su questi antichi insediamenti della zona”, dice Gallaga. “Il prossimo passo è semplicemente andare avanti con le ricerche”.

di Elaina Zachos

Articolo originale qui>>  https://news.nationalgeographic.com/2018/02/mummif…

PAPPAGALLI ELOQUENTI: BREVE VIAGGIO NEL CERVELLO AVIARIO

Nel linguaggio di uso comune l’espressione “avere un cervello di gallina” si riferisce a una persona non particolarmente dotata sotto il profilo cognitivo, non in grado, ad esempio, di imparare dalla propria esperienza, e quindi soggetta a ripetere continuamente gli stessi errori. In effetti, se ci riferiamo proprio alla gallina, le cose – dal punto di vista scientifico – stanno proprio così; vale a dire che, nei test scientifici che sono stati effettuati per valutare le capacità di apprendimento delle galline, questi uccelli non hanno conseguito mai risultati brillanti.

Lo stesso non si può dire però dell’intera Classe degli Uccelli, vertebrati omeotermi caratterizzati da un notevole sviluppo encefalico, contrariamente a quello che ritiene la maggior parte delle persone. E se il quoziente intellettivo di un animale non dipende solamente dal suo volume encefalico, è altrettanto vero che proprio l’encefalo, negli uccelli, può presentare una notevole complessità, con strutture che sono omologhe rispetto alla corteccia cerebrale dei mammiferi, alla quale si devono le prestazioni superiori della Classe di vertebrati cui noi stessi apparteniamo. Bisogna inoltre tener presente che i cervelli della maggior parte degli uccelli occupano dal 2 al 9% del totale della loro massa corporea, esattamente come accade ai mammiferi. Anche se non sono chiare le relazioni tra la capacità di apprendimento e il quoziente di encefalizzazione  tra gli uccelli si annoverano specie capaci di trovare brillanti soluzioni a problemi complessi. Il comportamento degli uccelli è certamente in buona parte stereotipato, cioè basato su schemi geneticamente determinati, ma esso presenta – soprattutto in determinati gruppi – una notevole versatilità e predisposizione ad arricchirsi di nuovi moduli, in ragione della capacità che hanno molti uccelli di imparare dall’esperienza, propria e dei conspecifici. Seguendo uno storico paradigma scientifico, solo di recente messo in discussione grazie a nuovi studi, il cervello degli uccelli rappresenta una tappa del percorso evolutivo encefalico che parte dai vertebrati primitivi, che occupano il gradino più basso, fino ad arrivare al cervello dei mammiferi, con corteccia cerebrale profondamente fessurata, dove vengono elaborate le più avanzate abilità cognitive. In realtà, come si diceva, anche negli uccelli è stato rintracciato l’omologo della corteccia cerebrale, al quale è stato dato il nome di iperpallio, dove hanno sede i centri dell’apprendimento e dell’intelligenza.

Definire il concetto di intelligenza

A proposito di intelligenza, c’è da dire che, a livello umano, gli psicologi l’hanno definita come “un’attitudine unitaria e globale di un dato individuo a pensare razionalmente e ad affrontare efficacemente il proprio ambiente”. Di per sé, questa definizione sembrerebbe alquanto astratta e sibillina, se non proprio interlocutoria. Non si chiarisce quali siano i requisiti dell’intelligenza. In passato si credeva che l’intelligenza si potesse misurare, attraverso dei test che si traducono in un punteggio. Secondo questa idea dell’intelligenza, essa è, appunto, una facoltà globale e unitaria, che può esistere in gradi diversi nei differenti soggetti. Da un punto di vista naturalistico, sarebbe meglio considerare invece l’intelligenza in modo “pluralistico”, sottolineando come compiti diversi richiedano intelligenze diverse e come queste possano emergere o essere inibite a seconda degli ambienti. Ad esempio, in un ambiente naturale emergono o sono apprezzate delle forme di intelligenza senso-motoria che invece hanno scarse applicazioni o vengono svalutate in una società post-industriale. Passando dal livello umano a quello animale, è innegabile che ogni considerazione sull’intelligenza deve andare di pari passo con una disamina dell’evoluzione del comportamento in termini di evoluzione del sistema nervoso. La parola chiave da utilizzare per discutere dell’intelligenza animale è “plasticità”. Il comportamento delle specie può essere “plastico” o “rigido”, in funzione della plasticità o rigidità delle relative strutture del sistema nervoso dalle quali esso dipende. Una specie dal comportamento plastico sarà una specie che potrà assumere comportamenti nuovi, a seconda dell’esperienza acquisita e del grado di maturazione delle proprie strutture cerebrali dinamiche. Un esempio in tal senso è fornito dai Canarini, che, in primavera, possono imparare ad emettere canti leggermente diversi da quelli tipici della propria specie, riuscendo a imitare alcuni suoni ascoltati nell’ambiente, e ciò avviene in quanto il loro cervello, in questa fase, si arricchisce di nuove connessioni sinaptiche. Gli uccelli canori adulti possono formare nuovi neuroni, rimpiazzare quelli vecchi, e riallocare lo spazio del cervello in maniera appropriata agli sforzi stagionali. Questo processo, chiamato neurogenesi, è ora un fatto accertato (Nottebohm, 2002). All’inverso, una specie dal comportamento “rigido” può essere senz’altro l’Anfiosso, cordato primitivo, dotato di un sistema nervoso “spinomidollare” che corrisponde a una rigida programmazione e che si traduce prevalentemente in azioni di tipo riflesso. Man mano che la ricerca sulle basi neurobiologiche delle attività cognitive prosegue, appare sempre più chiaro che, al di là delle differenze filogenetiche tra le specie, la concezione rigidamente deterministica delle funzioni cerebrali e corticali è da ridimensionare, a favore di una visione più plastica del cervello, e di attività cognitive quali la memoria e l’apprendimento.

Le varie forme di apprendimento

Cerchiamo ora di chiarire cosa si intende per apprendimento e di spiegare quali sono i tipi di apprendimento che gli etologi hanno individuato con i loro studi. L’apprendimento viene definito come una modificazione adattativa e relativamente permanente del comportamento. Tradizionalmente l’apprendimento viene suddiviso nelle seguenti categorie:

1) apprendimento non-associativo;
2) apprendimento associativo;
3) apprendimento complesso.

Esempi di apprendimento non-associativo sono l’abituazione (o assuefazione) e la sensibilizzazione (o sensitizzazione), ampiamente studiati nella lepre di mare, Aplysia californica, mollusco gasteropode marino. Uno dei riflessi più comuni in questo mollusco è la ritrazione della branchia, in caso di stimolazione tattile del sifone. La ripetuta presentazione dello stimolo, cioè la stimolazione tattile del sifone, determina una progressiva diminuzione e alla fine il venir meno della risposta. Qui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio apprendimento, e non a una riduzione di sensibilità a seguito di adattamento sensoriale o di affaticamento nervoso. Infatti, la stimolazione del sifone in un altro punto, determina di nuovo il riflesso di ritrazione della branchia. E’ ovvio il valore adattativo di questa forma di apprendimento: viene evitato un inutile dispendio di energie nervose, di fronte a stimoli che si sono rivelati come innocui, ancorché ripetuti nel tempo.

Opposto è il caso della sensibilizzazione; questa viene definita come l’aumento nella probabilità di ottenere una risposta normalmente provocata da uno stimolo biologicamente significativo a seguito della ripetuta esposizione a questo, o, più frequentemente, a qualche altro stimolo. Ancora una volta è l’Aplysia che ci viene in soccorso con l’esempio esplicativo; nel caso della sensibilizzazione, la ritrazione riflessa della branchia è più intensa della norma, e si ottiene se la stimolazione tattile sul sifone avviene dopo l’applicazione alla testa dell’animale di uno stimolo intenso (ad esempio elettrico) atto a generare “allarme” nell’animale. Sia l’abituazione che la sensibilizzazione possono persistere nell’Aplysia non solo per ore, ma anche per giorni o settimane, e questa “relativa permanenza” del comportamento ci consente a buon diritto di ascriverlo tra i comportamenti appresi. Il valore adattativo della sensibilizzazione sta nel fatto che l’animale, in questo caso, è in grado di reagire tempestivamente a stimoli più forti del normale, conservando la capacità di farlo per un certo tempo, avendo cioè memoria dello stimolo forte che ha provocato la reazione, riconosciuto come stimolo “allarmante”, nel senso di inconsueto, e, pertanto, foriero di pericolo.

Il secondo tipo di apprendimento, è quello associativo. Qui abbiamo a che fare con un comportamento arcinoto anche al grosso pubblico, e mi riferisco al riflesso condizionato del cane che comincia a salivare al suono del campanello. La scoperta di questo comportamento si deve al russo Pavlov (1927). Il gioco è semplice: se si fa precedere alla presentazione del cibo, rispettando sempre lo stesso intervallo di tempo, il suono di un campanello, dopo un certo numero di prove la reazione di salivazione del cane si ottiene al semplice suono del campanello; cioè il cane, che all’inizio salivava solo quando gli veniva presentato il cibo, impara ad associare il suono del campanello (stimolo condizionante) all’offerta del cibo, per cui produce saliva anche se al suono del campanello non segue la presentazione del cibo. Un’altra forma di apprendimento associativo è il cosiddetto condizionamento strumentale, in cui il primo stimolo non è più uno stimolo ma una risposta emessa dall’animale, come ad esempio premere una leva, beccare un pulsante, girare a destra in un labirinto, ecc.. Quello che succede è questo: un animale, come un gatto, o un topo, viene messo in una gabbia, dove, all’inizio senza rendersene conto, si accorge che premendo una leva ottiene il rilascio del cibo. L’animale viene quindi indotto a ripetere, questa volta consapevolmente, l’operazione: puntualmente, premendo la stessa leva, ottiene il cibo. L’ottenimento del cibo funge da rinforzo per l’emissione del comportamento. L’animale ha imparato ad associare i due eventi, e apprende che tutte le volte che preme la leva, ottiene il cibo. Lo scienziato che ha studiato questi tipi di apprendimento si chiama Skinner, e le gabbie sono per l’appunto dette gabbie di Skinner (1931).

Secondo alcuni scienziati, entusiasti sostenitori degli esperimenti di Skinner, in teoria sarebbe possibile indurre qualsiasi animale ad effettuare determinati comportamenti, seguendo lo schema del condizionamento strumentale. Questi scienziati sono i cosiddetti behaviouristi, cioè i comportamentisti, i quali credono che un animale, alla nascita, sia come una tabula rasa, sulla quale sarà possibile scrivere di tutto, semplicemente adottando varie tecniche di condizionamento strumentale, per indurre quell’animale a comportarsi in un certo modo. A questa visione “plasmatrice” totalizzante del comportamento animale, hanno risposto gli etologi, con i loro studi sul campo, arrivando a sostenere che il comportamento di una specie è sì condizionabile, ma si basa anche e principalmente su quello che è il patrimonio genetico, frutto di milioni di anni di filogenesi, e che, pertanto, esso va rapportato all’ambiente particolare in cui l’animale vive, cioè al suo habitat. In altre parole esiste un limite alla possibilità di far fare ad un animale ciò che si vuole, e questo limite è dato – potremmo dire – dalla natura stessa, cioè dall’equipaggiamento di cui un animale è fornito, in virtù della filogenesi del gruppo al quale esso appartiene.

Le basi cellulari e molecolari della memoria

Una delle maggiori scoperte che sono state fatte negli ultimi anni, in tema di conservazione di tracce mnestiche, riguarda le modificazioni cellulari e molecolari che investono le sinapsi neuronali coinvolte nelle vie di trasmissione degli impulsi, durante l’abituazione la sensibilizzazione. Nell’Aplysia, se l’abituazione e la sensibilizzazione vengono consolidate da periodi di stimolazione ripetuti sistematicamente, la loro conservazione può continuare persino per qualche mese, tanto da poter rendere conto di una vera e propria “memoria” a lungo termine.

E’ stato dimostrato che la conservazione dell’ “engramma” è riconducibile a modificazioni di proprietà sinaptiche, che però risultano ben più profonde della sola modificazione di canali ionici membranali  poiché sono addirittura evidenziabili dall’esame ultrastrutturale. Infatti, come è schematizzato nella Figura 1, le “zone attive”, cioè le regioni membranali ove avviene l’effettiva liberazione del neurotrasmettitore, sono molto diminuite di numero dopo che si sia stabilita l’abituazione a lungo termine, mentre sono più numerose dopo che sia avvenuta la sensibilizzazione a lungo termine. Inoltre l’estensione del contatto sinaptico diminuisce nell’abituazione ed aumenta nella sensibilizzazione a lungo termine, per variazione del numero di introflessioni tra membrane pre- e postsinaptiche. In pratica questi risultati ci mostrano che, alla base della memoria a lungo termine, sia rispetto alla mancata riposta alla stimolo (abituazione), che alla risposta accentuata (sensibilizzazione), vi sono cambiamenti ultrastrutturali evidenti. Pur non essendo io un riduzionista, questo fatto acclarato della fisiologia mi ha lasciato senza parole, sin da quando lo studiai la prima volta da semplice studente universitario.

Fig. 1. Schema delle modificazioni che si osservano, a livello di una sinapsi tra i neuroni sensitivi ed i motoneuroni di Aplysia, dopo che, nel riflesso di retrazione del sifone, si è stabilita l’abituazione (A) o quando viene evocata la sensitizzazione (B). Le “zone attive” delle membrane pre- e postsinaptiche sono indicate da brevi segmenti ispessiti (ridisegnato da Taglietti e Casella, 1997)

L’imprinting e i pulcini di Lorenz

Un’altra forma di apprendimento un po’ atipica, in quanto difficilmente riconoscibile come tale, è l’imprinting, reso famoso dagli studi dell’etologo Konrad Lorenz. Il primo ad accorgersi del fenomeno dell’imprinting fu Spalding (1873), riportando numerose osservazioni sul comportamento dei pulcini domestici (Gallus gallus domesticus) durante i primi giorni di vita, e notando che essi seguivano ogni oggetto in movimento, sviluppando in breve tempo un forte attaccamento ad esso. Lo stesso fenomeno fu riscontrato da Heinroth (1911) nei pulcini di Oca (Genere Anser) allevati in incubatrice, e quindi manipolati dall’uomo fin dopo la schiusa. Essi seguivano pigolando gli esseri umani come se si fosse trattato dei loro genitori. Lorenz (1935), estendendo le osservazioni di Heinroth anche a molte altre specie di uccelli ipotizzò che l’imprinting, a differenza degli altri tipi di apprendimento, avvenisse in particolari stadi dello sviluppo e fosse irreversibile. In effetti Lorenz dimostrò che questa reazione del seguire un oggetto in movimento, considerato come genitore, si fissasse nel cervello dei pulcini in una fase precoce della loro vita, intorno alle 15 ore dalla schiusa. Il valore adattativo di questo comportamento appreso sta nel fatto che il pulcino, in tal modo, è in grado di distinguere la propria madre in mezzo a tante altre – una volta che ne abbia fissato l’immagine nel cervello – riuscendo così ad evitare di andare verso altri uccelli simili che potrebbero essergli ostili, cosa non improbabile, visto che nessun animale selvatico ha interesse ad allevare una prole non propria. Un aspetto non banale dell’imprinting è che, una volta che il piccolo uccello abbia deciso di seguire un certo animale, scegliendolo come genitore, esso, da grande, sarà attratto sessualmente da animali simili a lui, preferendoli ad animali della propria specie. In questa irreversibilità del comportamento, ancora una volta, sta il suo carattere di comportamento appreso. L’imprinting viene sfruttato abilmente dagli allevatori di uccelli, che in tal modo riescono a “forgiare” un animale particolarmente amichevole con gli umani.

Pappagalli, che passione!

L’imprinting ha fatto e fa la fortuna degli allevatori di Pappagalli  (dal bizantino papagâs, a sua volta derivato dall’arabo babagà), uccelli frugivosi appartenenti all’Ordine degli Psittaciformi (dal greco psittacós), secondo la moderna classificazione zoologica. Togliendo dal nido un pullus di Pappagallo, dopo le prime due settimane di vita, per far sì che i genitori possano, nei primi giorni dalla schiusa, fornire al piccolo, attraverso lo speciale “latte di pappagallo” (un liquido ricco di proteine), tutti gli anticorpi ad esso necessari per costituire una efficace difesa immunitaria, il piccolo viene successivamente “allevato allo stecco”, con pappine speciali, fino al momento dello “svezzamento”, che corrisponderebbe al momento dell’involo, in natura. Durante tutto il processo, il piccolo Pappagallo subisce l’imprinting sull’uomo, nella figura del suo allevatore, e, per tutta la vita, se si continua a mantenere una regolare interazione con lui, il Pappagallo si comporterà con l’uomo come se si trattasse di un suo simile, cercandone spesso attivamente la compagnia, e accettando di buon grado da lui quasi ogni sorta di manipolazione. I Pappagalli sono uccelli molto sociali, e la socialità, nel Regno Animale, è spesso associata a notevoli capacità di apprendimento. Per tale ragione un Pappagallo “allevato a mano”, cioè allo stecco, artificialmente, è un soggetto particolarmente adatto a studi sull’apprendimento animale, perché si presta ad interagire con l’uomo, dal quale non sarà dipendente, da adulto, ma al quale resterà sempre connesso, come a un suo simile. Rispetto alla condizione dell’animale della gabbia di Skinner, “costretto” ad eseguire  determinati esercizi, il pappagallo imprintato non si sentirà minimamente forzato ad interagire con il suo compagno umano, ma, anzi, ne seguirà spesso le intenzioni, quasi spontaneamente rispondendo a determinati stimoli visivi e acustici. Non sarà granché necessario fornire “premi”, sotto forma di cibo, al Pappagallo imprintato, dopo ogni esercizio ben eseguito, a guisa di rinforzo, in quanto il Pappagallo segue quello che comunque è il proprio comportamento naturale. Tutto ciò che conta, per fare in modo di avere un Pappagallo capace di eseguire correttamente dei semplici compiti, è mantenere con lui un rapporto continuo e diretto; deve cioè venirsi a creare lo stesso affiatamento che in natura ci sarebbe tra lui e un ipotetico partner.

Per quanto riguarda, invece, le proverbiali doti di imitatori vocali, o di parlatori, dei Pappagalli, è indubbio che buona parte delle convinzioni possedute dalla gente è frutto di testimonianze leggendarie. Il repertorio vocale dei Pappagalli è sicuramente vasto, e tutte le specie presentano vocalizzi molto variabili, necessari alla comunicazione intra ed interspecifica in ambiente forestale più o meno chiuso; bisogna però ammettere che, a parte poche specie, la capacità che hanno questi uccelli di riprodurre esattamente i suoni di alcune parole è limitata, e gran parte del lavoro di interpretazione di certi versi è fatta dalla fantasia umana. Appartiene all’emblematica rinascimentale l’attribuzione al Pappagallo di certi simboli, come quello dell’eloquenza; secondo Cesare Ripa, studioso accademico rinascimentale, il Pappagallo è simbolo dell’uomo eloquente “perché si rende meraviglioso con la lingua e con le parole imitando l’uomo, nella cui lingua consiste l’esercizio dell’Eloquenza”.

In tema di Pappagalli, posso parlare per esperienza personale, in quanto possessore di un esemplare di Pappagallo corona bianca (Pionus senilis), specie a corologia centro- sudamericana. Il mio Pappagallo (Fig. 2), nato nel 2013 in un allevamento autorizzato, ha già stabilito con me e mia moglie un rapporto molto stretto, che si rinnova quotidianamente, alimentandosi di reciproci scambi.

Fig. 2. Ecco “Windy”, il mio pappagallo “allevato a mano”, appartenente alla specie Pionus senilis. L’esemplare, che abbiamo battezzato Windy (in alternativa “Cau-cau”, che riprende onomatopeicamente uno dei suoi versi più caratteristici), poiché quando vola per casa provoca un notevole spostamento d’aria, ha imparato in breve tempo a venire sul braccio teso alla semplice vista dell’arto posto dinanzi a sé, e tale comportamento è elicitato dallo schiocco delle dita, o dalla ripetizione del suo nome (Fig. 3).

Fig. 3. Il pappagallo “Windy”, nell’atto di atterrare sul braccio teso di mia moglie, in risposta ad uno stimolo visivo, ma soprattutto acustico.

In particolare, è lo stimolo acustico, rappresentato dallo schiocco delle dita o dalla ripetizione del suo nome, più che quello visivo, a fungere da stimolo “potenziante”, in grado di scatenare una risposta più rapida. Un altro indizio comportamentale dell’imprinting avuto da Windy, e che lo rende particolarmente adorabile ai nostri occhi, è l’abitudine a lasciarsi delicatamente grattare sul capo, sulle guance, o sotto la gola, rimanendo immobile e silenzioso, con il piumaggio arruffato; retaggio del comportamento di mutual preening, ossia reciproca pulizia del piumaggio, adottata, all’interno della coppia, dai partners, che si punzecchiano delicatamente il piumaggio sulla testa, e, così facendo, rinsaldano il legame di coppia.

Tuttavia, siccome la natura selvatica dell’animale, benché allevato a mano, è sempre in agguato, c’è anche da dire che quello stesso arruffamento del piumaggio viene esibito da Windy con l’aggiunta dell’emissione di versi minacciosi e testa protesa in avanti con l’intenzione di aggredire, ogni qual volta davanti ai suoi occhi compaia un oggetto non gradito, visto come intruso nel proprio territorio, come un manico di scopa, oppure il sottoscritto, o mia moglie, in un momento in cui la luce riflessa dai nostri copri riveli a lui un’immagine non familiare. Anche in questo caso, si tratta di un atteggiamento, detto “atteggiamento terrifico”, noto agli etologi, che viene esibito in natura da parte di molti animali – in primis uccelli e mammiferi – con lo scopo di intimidire il potenziale nemico, simulando un volume corporeo esagerato.

Per parlare infine di atteggiamenti che gli uccelli mostrano quando sono a riposo, oppure di comportamenti innati, spiegabili con l’organizzazione spaziale del cervello, è notevole che anche tra i pennuti esistano destri e mancini, e per accertarsene basta osservare su quale zampa, ad esempio, un uccello riposi, oppure con quale zampa il Pappagallo prenda i semi, per portarli alla bocca. Addirittura si è anche stabilito che esistono Crocieri (Genere Loxia) mancini, i quali, cioè, approcciano i coni dei pini in senso orario, anziché antiorario, come fanno invece i soggetti che sono destri (Knox, 1983). Tutto ciò dipende, come nell’uomo, dalla lateralizzazione del cervello, per cui nei destri è più sviluppato l’emisfero sinistro, mentre nei mancini è il contrario.

Apprendimento per “insight”

La forma più complessa e, potremmo dire, “nobile” di apprendimento, è il cosiddetto apprendimento per “insight”, che letteralmente significa “vedere dentro”, cioè vedere con chiarezza le relazioni tra gli elementi del problema e la sua soluzione. L’esempio più celebre di apprendimento per insight riguarda il comportamento dello scimpanzè studiato da W. Köhler (1925). Allo scimpanzè, tenuto in gabbia, viene mostrata una banana, posta ad una certa distanza dalle sbarre, irraggiungibile dal braccio proteso dell’animale. Nella gabbia, però, viene messo un bastone. Ebbene, lo scimpanzè, dapprima, cerca di raggiungere la banana allungando il braccio tra le sbarre, ma senza riuscire a raggiungere l’ambito premio, quindi si ritira in un angolo della gabbia, frustrato dall’impossibilità di ghermire la banana. In un secondo momento, vedendo il bastone, intuisce che esso può essere usato come protesi del braccio, per arrivare alla banana, per cui lo prende e lo usa in questo modo, riuscendo a impossessarsi del frutto.

Questa capacità di capire come usare gli elementi di una certa situazione, per risolvere dei problemi, è presente in modo spiccato anche nella famiglia dei Corvidi, come ho avuto modo di accertare con una Gazza da me allevata in cattività, che ho sottoposto a determinati test.

In uno di questi test, la Gazza veniva posta davanti  ad  alcuni  bicchierini  da  liquore,  in vetro, contenenti ciascuno un diverso tipo di cibo, e coperti con cartoncini. La Gazza, inizialmente, beccava contro il vetro trasparente, credendo di poter arrivare direttamente al cibo, ben visibile, per poi, dopo alcuni istanti, capire che doveva semplicemente rimuovere il coperchio di cartoncino, che veniva puntualmente  e delicatamente afferrato con il becco, e rimosso, per poi poter raccogliere il cibo contenuto all’interno del bicchierino (Fig. 4).

Fig. 4. La Gazza (Pica pica) che per “insight” arriva al cibo. Nella foto in alto l’uccello rimuove il coperchio, mentre in quella in basso si nutre del contenuto del bicchiere

Per risolvere questo problema, la Gazza non doveva usare alcun utensile. Esistono invece casi ben noti di Corvidi che si sono mostrati addirittura capaci di costruire veri e propri utensili per poter arrivare al cibo. Si tratta delle Cornacchie della Nuova Caledonia, che sono in grado di forgiare una grande varietà di utensili uncinati, per prima cosa selezionando il materiale grezzo, quindi tagliandolo, e infine scolpendolo fino a formare un uncino (Hunt, 1996). In laboratorio, una femmina di Cornacchia della Nuova Caledonia, di nome Betty, fu in grado di costruirsi un uncino, a partire da un filo metallico, per prendere il cibo dall’interno di un tubo (Weir et al., 2002).

Le capacità fondamentali richieste per costruire utensili – standardizzazione, fabbricazione di strumenti dotati di una determinata funzione, costruzione di uncini – sono sconosciute ad altri organismi che non siano umani. I sofisticati comportamenti dei Corvidi suggeriscono livelli di cognizione complessa e di intelligenza che rivaleggiano con quelli delle grandi scimmie (Emery e Clayton, 2004).

In definitiva, sono quattro gli elementi basilari da cui dipendono le più elevate abilità di apprendimento degli uccelli: ragionamento causale, flessibilità, immaginazione, e guardare in prospettiva. Questi quattro elementi sono presenti negli uccelli – se non in tutti, certamente nei gruppi ai quali si è fatto riferimento – grazie alla presenza di un cervello eccezionalmente sviluppato. Forse è anche questo il motivo per cui, nelle nostre città, sempre più frequenti risultano gli avvistamenti delle Gazze, animali opportunisti in fatto di alimentazione, e decisamente abili, da un punto di vista cognitivo, nell’usare gli elementi che l’ambiente mette a disposizione, per trovare nuove possibilità di sopravvivenza, in un mondo continuamente mutato dalla mano dell’uomo, che sempre di più si pone, consapevolmente ed inconsapevolmente, come agente selettivo.

Note

1)  In anatomia comparata, i caratteri omologhi sono quelli che, pur svolgendo funzioni diverse, hanno una comune origine evolutiva, ad esempio arti anteriori dei cavalli e ali degli uccelli, mentre i caratteri analoghi, sono quelli che svolgono la stessa funzione, ma hanno diversa origine evolutiva, come le ali dei pipistrelli, e quelle degli insetti.

2) L’encefalizzazione, ossia la progressiva crescita dell’importanza relativa del cervello, rispetto ad altri organi, non si deve confondere con la cefalizzazione, che è invece quella evidente tendenza evolutiva, riconosciuta già a partire dai Metazoi primitivi, per cui gli organi di senso tendono a concentrarsi nella parte anteriore del corpo, dove si situa la “testa” dell’animale. Va da sé che questa tendenza è rilevabile negli animali a simmetria bilaterale. Il quoziente di encefalizzazione, secondo la formula proposta da Jerison (1973), è dato dal seguente rapporto: E/0,12P2/3, dove è il peso del cervello e quello del corpo. Per inciso, tra gli animali che presentano i più alti valori del quoziente di encefalizzazione, abbiamo i Cetacei, e tra questi il Capodoglio (Physeter macrocephalus, Linnaeus, 1758) possiede il cervello più grande in assoluto. I quozienti di encefalizzazione dei cervelli di due femmine di Capodoglio spiaggiatesi nel settembre 2014 nei pressi di Vasto (CH), rispettivamente uguali a 1,31 e 2,02, sono risultati tra i più alti mai registrati (Povinelli et al., 2014)

3) La trasmissione dell’impulso nervoso, attraverso la sinapsi, cioè la finestra che separa la membrana presinaptica da quella postsinaptica, è mediata da messaggeri chimici, chiamati neurotrasmettitori; si tratta di molecole che vengono rilasciate da apposite vescicole all’interno della spazio sinaptico, e che si legano a determinati recettori, collocati sulla membrana postsinaptica, inducendo in essa cambiamenti di permeabilità dei canali ionici, che determinano la trasmissione dell’impulso – per via elettrica – lungo la membrana assonica del neurone postsinaptico. Il rilascio dei neurotrasmettitori richiede l’ingresso nel citoplasma di ioni calcio, fenomeno potenziato da una molecola, l’AMPc.

4) I Pappagalli sono tra le specie che rischiano maggiormente l’estinzione, a causa di problemi vari, quali il disboscamento – che causa la perdita del loro habitat – e le catture illegali. In particolare, sono state le catture a causare, soprattutto per alcune specie, drastiche riduzioni delle popolazioni naturali. Per porre un freno a tutto ciò, nel 1973, nella capitale degli Stati Uniti d’America, è stato redatto un documento, chiamato Convenzione di Washington (CITES, acronimo di “Convention of International Trade with Endangered Species), contenente una severa disciplina del commercio delle specie selvatiche, il quale documento prevede, per alcune di esse, quelle a maggiore rischio, il divieto assoluto di prelievo in natura, mentre si restringe il commercio, seguendo speciali regole di tracciabilità dei soggetti, ai soli individui nati in cattività, in allevamenti autorizzati, o comunque dotati di particolari attestati che ne certificano la cattura legale. L’Italia ha firmato la Convenzione nel 1980. Quasi tutte le specie di Pappagalli viventi in natura rientrano nelle categorie previste dalla Convenzione, che ne limita severamente la cattura e il commercio.

GRAZIE A  Roberto Guglielmi

Naturalista, Ornitologo, Dottore di Ricerca in Biologia Evoluzionistica

NATURALMENTE SCIENZA

Bibliografia

Emery N. J. & Clayton N.S., 2004. The mentality of crows: Convergent evolution of intelligence in corvids and apes. Science 306: 1903-1907.
Heinroth O., 1911. Beiträge zur Biologie, nämentlich Ethologie und Physiologie der Anatiden. Proceedings of the International Ornithological Congress 5: 589-709.
Hunt G. R., 1996. Manufacture and use of hook-tools by New Caledonian crows. Nature, 379, 249-251.
Jerison H. J., 1973. Evolution of the brain and intelligence. Academic Press, New York.
Köhler W., 1925. The mentality of apes, London. K. Paul, Trench, Trubner & co., Itd e New York, Harcourt, Brace & Company.
Knox A. G., 1983. Handedness in crossbills Loxia and the Akepa Loxops coccinea. Bull. Br. Ornithol. Club 103: 114-118.
Lorenz K., 1935. Der Kumpan in der Umwelt des Vogels. Der Artgenosse als auslösendes Moment sozialer VerhaltensweisenJournal für Ornithologie, 83, 137-215, 289-413.
Nottebohm F., 2002. Why are some neurons replaced in the adult brain? J. Neurosci. 22: 624-628.
Pavlov I. P., 1927. Conditioned reflexes. An investigation of the physiological activity of the cerebral cortex, London.
Povinelli M., Panin M., Mazzariol S., Giurisato M., Ballarin C., Roncon G., Podestà M., Demma M., Cozzi B., 2014. Notes on the brain and encephalization quotient of two sperm whales. With a synthesis of the literature and indications of a new method of extraction. Atti Soc. it. Sci. nat. Museo civ. Stor. nat. Milano, 1 (2): 131-138.
Skinner B. F., 1931. The Behaviour of Organisms: an Experimental Analysis, New York, Appleton- Century-Croft.
Spalding D. A., 1873. Istinct. With original obesrvations on young animals, “Macmillan’s
Magazine” 27, 282-293.
Taglietti V. & Casella C., 1997. Elementi di Fisiologia e Biofisica della cellula. La Goliardica Pavese, Pavia.
Weir A. A., Chappell S. J. & Kacelnik A., 2002. Shaping of hooks in New Caledonian crows. Science 297: 981.

I COLORI DEI PAPPAGALLI: LE PSITTACOFULVINE

Ci sono diverse sostanze usate dagli uccelli per “colorarsi,“ usano i carotenoidi assieme alle melanine così da formare il disegno, i caroteni o lipocromi si sciolgono nei grassi e non in acqua, solo in questo modo sono assorbiti e usati per trasformarsi in colori come il rosso, arancio, giallo.
I colori scuri come il nero, marrone e diverse tonalità di grigio e azzurro sono invece ottenuti dalle melanine,
Le altre combinazioni di colore come il verde, altro non sono che la combinazione tra melanine e lipocromi che si ottengono per effetto della luce deviata, le tonalità più o meno scure sono determinate dalla concentrazione di melanine presenti.
I pappagalli invece di usare i carotenoidi per ottenere il piumaggio sgargiante usano le psittacofulvine che sono sostanze ricavate dagli acidi grassi, anche se il sistema è abbastanza complesso e non del tutto svelato.

Il processo di fissaggio dei colori sia delle psittacofulvine che dei carotenoidi è caratterizzato dallo sciogliersi in grassi che assorbiti dal sangue possono così trasferirsi nella struttura delle piume e penne, recenti studi su alcuni pappagalli hanno dimostrato che possiedono anche carotenoidi come sostanze circolanti nel sangue, ma non li usano come sostanze coloranti, bensì per altre funzioni corporee, le psittacofulvine invece di passare dal sangue alle piume, sono sintetizzate nei melanociti presenti nelle piume stesse e trasmesse attraverso i follicoli come il processo di formazione delle melanine.

Bibliografia e articolo qui>> 
Testo di riferimento – K.J. McGraw, M.C. Nogare – Carotenoid pigments and selectivity of psittacofulvin-based coloration systems in parrots,2004
Forshaw – Parrots of the world, 1977
Kukenberg – Die federfabstoffe der Psittaciden, 1882
Mc Graw e Ardia – Carotenoids, immunocompetence, and the information content of sexual colors….., 2004
Nemesio – Colour production and evolution in parrots, 2001
Prota – Melanine and Melanogenis, 1992
Stradi – The Color of Flight: Carotenoids in Bird Plumage, 1998
Stradi – I lipocromi dei pappagalli – non sono più un mistero – Italia Ornitologica n.8-9 Agosto-Settembre 1998
Stradi, Pini e Celetano – La struttura chimica dei pigmenti nel piumaggio dell’Ara Macao, 2001
* Biologo Molecolare presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia

Un altro articolo molto interessante su questo argomento è quello scritto da Gianni Matranga con la collaborazione del Dott. Stefano Reale che potete leggere qui >> 

I Colori nei pappagalli: le Psittacofulvine come sistemi di pigmentazione selettiva

Proprietario dei pappagalli in foto Gianluca Ranzan

I NAC VISTI ATTRAVERSO L’ENDOSCOPIO

Pubblichiamo per voi questo interessante articolo su  “I NAC VISTI ATTRAVERSO L’ENDOSCOPIO” dove tra i veterinari intervistati troverete anche il DottIGNAZIO PUMILIA che ringraziamo per averci concesso di condividerlo e che presta la sua opera su tutto il territorio nazionale come Veterinario Aviare e nostro consulente nell’associazione PAPPAGALLI IN VOLO.

 

 

 

LINK DA CUI SCARICARE L’ESTRATTO IN PDF >>>   https://drive.google.com/open?id=1UsiXy231N7q68ZtFzJPC05S5C54sFE8n

RELAZIONE BAMBINI - PAPPAGALLI

Negli IAA, gli animali sono eccezionali restitutori e co-costruttori delle emozioni primarie costruite agite e vissute nel “qui ed ora”. Relazionarsi con un animale ha come presupposto il riconoscimento di una soggettività altra, l’interlocutore ha il privilegio di poter vivere un rapporto non mediato e reale nel quale l’ascolto, l’osservazione ela comunicazione non verbale diventano canali di apprendimento. Ogni animale, nella sua singolarità,ci pone su piani comunicativi ed emozionali diversi, ci permette di entrare in contatto con noi stessi grazie all’instaurarsi di un rapporto dove regnano libertà emotiva ed assenza di giudizio. Il rapporto tra bambino e animale spesso implica alcuni processi mentali inconsci che lo aiutano nel naturale processo di crescita psicologica, tra questi la proiezione e l’identificazione; inoltre permette di affrontare temi nella relazione educativa con i gentori che spesso si tendono a sottovalutare, come la nascita, l’accopiamento, la sofferenza e la morte. Per esempio, la proiezione è un processo inconscio per cui si trasferiscono nel mondo esterno i propri stati d’animo, le proprie emozioni. Molto spesso, attraverso questo meccanismo, le persone scaricano sugli animali le proprie ansie, le proprie insoddisfazioni. Per questo, il rapporto con l’animale offre al bambino la possibilità di una maggiore stabilità emotiva. Infatti, per il bambino l’animale diventa proiezione di se stesso. E, attraverso questo gioco inconscio riuscirà a dominare più facilmente le situazioni di ansia e paura, che necessariamente insorgono durante la sua crescita.
Anche l’identificazione è un processo fondamentale per lo sviluppo psicologico del bambino. E’ un procedimento psichico dove si introiettano sentimenti e valori di un altro individuo imitandone il comportamento. Il piccolo, identificandosi, può riuscire a esprimere sentimenti che altrimenti non sarebbe capare di esternare. L’animale può essere visto come lo specchio dove il bambino può riconoscere alcune parti di sè. Sto osservando la relazione tra un pappagallo e una bambina ed ho riscontrato innumerevoli valenze positive tra le quali l’aumento dell’autostima, sviluppo sensoriale e motorio, gestione della frustrazione, rispetto per l’altro, empatia, aumento delle occasioni di interazioni costruttive con gli adulti che necessariamente concorrono alla cura dell’animale. Quando un bambino manifesta il desiderio di avere un animale, e nel caso specifico un pappagallo, il mio consiglio è di contattare un esperto, in Italia abbiamo Gianluca Ranzan che con la sua esperienza e professionalità può consigliare sulla specie più adatta e sulla gestione corretta dell’animale.

articolo di:

Angela Serina
Specializzanda in Pedagogia Clinica

UNA TESI DEDICATA AI PAPPAGALLI

Mi chiamo Alex Gattola e ho da poco concluso la scuola secondaria di secondo grado con una tesina a tema interamente dedicata ai pappagalli. Per questo ho deciso di illustrarla e dar spunto ai tanti giovani, che come me, nutrono una grande passione verso questi fantastici animali.

Relazione Tesina.pdf

GIORNATA DEL 13-14 OTTOBRE 2018

LA GIORNATA DEL 13/14 OTTOBRE 2018 DALLE ORE 9.30 ALLE 17.00 si incentra sugli aspetti generali dell’etologia, dalla storia ai vari campi di applicazione, con dei cenni particolari all’ etologia del cane e alle basi biologiche che possono portare a comportamenti patologici.

Relatore il Dott. Pierluca Costa

“ETOLOGIA GENERALE”   13/14 OTTOBRE 2018 a MACERATA

Gli argomenti delle tre giornate spaziano dall’alimentazione al comportamento, passando dalle fobie del cane all’aggressività inter e intraspecifica.

Relatori:
Prof.ssa Raffaella Coco
Dott. MDV Ciriaco Fratello
Rieducatore del comportamento Marzio Sala

“IO HO PAURA E VI SPIEGO PERCHE’” 17 18 novembre 2018 a MACERATA
“PATOLOGIE ORGANICHE CHE…….”     19 20 GENNAIO 2019 a MACERATA
“L’AGGRESSIVITA INTER INTRA…….”     9 10 FEBBRAIO 2019 a MACERATA

DOTT. IGNAZIO PUMILIA PROMUOVE IL VOLO LIBERO

Tutti gli uccelli (volanti) sfruttano l’apparato muscolo-scheletrico e l’apparato respiratorio per volare… la loro anatomia li rende delle perfette macchine per il volo!!! È grazie allo studio del volo degli uccelli se oggi esistono i mezzi aerei !!!
Ci sono poi altri fattori quali le correnti ascensionali, la propria volontà dell’animale (in relazione alle proprie esigenze quali
vicinanza dal padrone) e tanti altri fattori che condizionano il volo…! Uno dei fattori fondamentali e direi anche la “conditio sine qua non” per il volo dei pappagalli sia in natura che in cattività è il mantenimento del peso corporeo costante. D’altronde un aereo troppo carico non riuscirebbe a volare o comunque avrebbe serie difficoltà!
Nei nostri pappagalli Pet tenuti in cattività mantenere un peso costante non è solo indice di buona salute ma è il “volo stesso”  ad “essere salutare”!
Questo purtroppo non avviene nei pappagalli tenuti sedentariamente in gabbia.
Uno studio scientifico dimostra che la “mancanza di volo” in animali nati per volare provoca seri danni per via dello stress ossidativo… ecco una sommaria traduzione:

Stress ossidativo, comportamento di attività e massa corporea nei pappagalli in cattività.

Molte specie di pappagalli sono tenute in cattività per la conservazione, ma spesso mostrano scarsa riproduzione, salute e sopravvivenza. Questi tratti sono noti per essere influenzati dallo stress ossidativo, dallo squilibrio tra la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e dalla capacità delle difese antiossidanti di migliorare il danno da ROS. Nell’uomo, lo stress ossidativo è legato all’obesità, alla mancanza di esercizio fisico e alla scarsa nutrizione, tutti elementi comuni negli animali in cattività. In questo studio abbiamo testato se i pappagalli mantenuti nelle tipiche gabbie per animali domestici ed alimentati ad libitum presentano una variazione nel profilo ossidativo, nel comportamento e nella massa corporea. È importante sottolineare che, come con molti uccelli tenuti in cattività, i Pet non hanno abbastanza spazio per intraprendere un ampio volo libero. Quattro tipi di danno ossidativo, rotture del DNA a filamento singolo (test della cometa a basso pH), siti labili alcali nel DNA (test della cometa ad alto pH), sensibilità del DNA al ROS (test della cometa trattato con H2O2) e malondialdeide (un sottoprodotto di perossidazione lipidica), erano non correlati tra loro e con concentrazioni plasmatiche di antiossidanti alimentari. Senza un intenso esercizio per 28 giorni in una gabbia relativamente piccola, gli individui più “attivi” naturalmente avevano più rotture del DNA a singolo filamento rispetto agli uccelli sedentari. L’elevata massa corporea all’inizio o alla fine dell’esperimento, associata ad un sostanziale guadagno di massa, erano tutti associati ad una aumentata sensibilità del DNA al ROS. Pertanto, un’elevata massa corporea in questi uccelli in cattività era associata al danno ossidativo. Questi uccelli non mancavano di antiossidanti dietetici somministrati nella dieta perché la massa corporea finale era positivamente correlata ai livelli plasmatici di retinolo, zeaxantina e α-tocoferolo. Gli individui variavano ampiamente nei livelli di attività, comportamento alimentare, guadagno di massa e profilo ossidativo nonostante condizioni di vita standardizzate. Il danno al DNA è spesso associato a scarsa immunocompetenza, bassa fertilità e invecchiamento più rapido. Quindi, abbiamo meccanismi candidati per la durata limitata e la fecondità comune a molti uccelli tenuti per scopi di conservazione.

– Pub med ed Dott. Veterinario Ignazio Pumilia-

Dott. Ignazio Pumilia Medico Veterinario promuove  il volo libero.

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